Mi stringo nello spolverino. Siamo in pieno inverno ma no, non ho freddo.

Credo di non aver mai avuto freddo, se non da bambino quando vivevo con mio fratello in un vicolo di Sevyhal.

Il motivo per cui mi stringo addosso il colletto è per non dare troppo nell’occhio.

Ho tamponato la ferita al collo come potevo ma deve avermi preso qualche capillare che non ne vuole sapere di smettere di riversare il mio sangue sui vestiti. Mezzo centimetro più in là e il mio sangue sarebbe rimasto sul viale Borri, insieme al mio cadavere.

Spingo indietro l’impugnatura della katana ed impreco a denti stretti. La mantella è sempre stata un nascondiglio migliore per Katana e Wakizaki.

Supero un paio di ragazzi usciti dal Darkness, il locale verso cui mi sto dirigendo, e poi mi infilo nella porta d’ingresso. I due buttafuori mi squadrano appena e mi riconoscono. Passo indisturbato e salgo la scala rossa che dà accesso alle piste del primo piano.

L’aria è calda del respiro di chi ha popolato il locale per ore e che adesso, all’orario di chiusura, se ne sta andando.

Svicolo tre persone che stanno scendendo e arrivo in cima.

Scivolo oltre le tende di pesante velluto color porpora e finalmente mi rilasso un poco.

Le luci sono accese e la musica è spenta. C’è ancora una manciata di persone, perlopiù gente stramazzata sui divanetti. Per il resto il locale è vuoto. Ad eccezione dei baristi, che stanno riordinando le bottiglie.

Lui invece sta contando i soldi alla cassa.

Mi avvicino al bancone. – Un Mojito. –

Lo vedo contare a bassa voce – Veramente stiamo chiude_ –

Mi vede.

Sorride. – Agli ordini- Ma non fa in tempo ad afferrare la bottiglia di rhum che mi fissa, mi scosta appena il colletto dell’impermeabile e poi si guarda intorno circospetto. – Vieni. – Mi dice.

Sbuffo. – Io volevo il Mojito… – mormoro. Ma lo seguo.

Giro intorno al bancone, accenno appena un saluto col capo ad una delle due bariste e lo seguo fino alla stanza sul retro, adibita a magazzino.

Entro, lui chiude la porta alle mie spalle poi mi passa uno sgabello.

Sospiro di nuovo e mi siedo. E’ inutile cercare di combatterlo, mi verrebbe solo il mal di testa e non ho voglia di discutere. Il Mojito arriva prima se lo lascio fare.

Prende la cassetta del pronto soccorso e poi avvicina un altro sgabello su cui si siede.

Mi scosta il colletto e arriccia un po’ naso e sopracciglia.

Quando fa quell’espressione è un po’ ridicolo.

– Non è il morso di un pitbull- dice mentre disinfetta -arma da fuoco… Chi è che mirava alla tua carotide? –

– Non sono affari che ti riguardano. – rispondo. Non sono arrabbiato, ma non mi va che si prenda la libertà di pormi domande del genere. I fatti miei sono solo fatti miei. Se lascio che mi curi le ferite è solo perché così mi serve prima da bere.

E’ decisamente testardo.

Sorride – Giusto, ma ci provo ogni volta, e ogni tanto sei sovrappensiero e mi rispondi. –

– Devo fare un altro salto al di là della barriera. – Dico.

Lui finisce di disinfettare e prende una garza. L’appoggia sul mio collo e mi parte un brivido fin giù per la schiena.

Proprio al collo doveva ferirmi quella specie di casco di banane azzurro!?

Lui si accorge della mia pelle d’oca e sorride.

Io sbuffo. Non riesco a concentrarmi se ha le mani sul mio collo.

– Dicevi? – dice sornione. Attacca la garza con un po’ di cerotto. La pelle sulle mie braccia non accenna a tornare normale. Sto cercando di non distrarmi – Devo tornare nella foresta di Galariel e trovare questa volta qualcuno davvero in gamba. – Stringo i denti – Ha infranto una delle regole, e a questo punto io ne infrangerò un’altra. –

Alza un sopracciglio. Non capisce. Lascia perdere. – Hai un piano? –

Ghigno – Decisamente si. –

****

– Cazzo! Tears, hai le mani di un muratore! – Stringo i denti e mi lacrima l’occhio destro per il male. Tears mi sta cambiando la medicazione all’orecchio.

– Se fossi sensibile avresti ferito i miei sentimenti… – Farfuglia, con la sigaretta stretta tra i denti, mentre stacca un cerotto e ferma la benda.

Alla fine io mi lamento ma non ha fatto un brutto lavoro, sembra decisamente abituato a medicare ferite di vario genere.

Vivere con Tears dopotutto non è male. Posso tenere la musica a palla. Posso mangiare quello che voglio, quando voglio. E lui cucina decisamente bene. Non mi rompe le balle chiedendomi dove vado e cosa faccio, la casa è sempre in ordine, i turni di pulizia sono equi e la settimana scorsa mi ha persino portato all’ikea per comprarmi il letto nuovo.

D’accordo, ho dovuto rompergli le balle standogli attaccato per tre giorni di seguito ad assillarlo, ma prenderlo per sfinimento è la mia arma. Alla fine cede sempre.

Forse sono io ad essere adattabile ma il fatto che mi prenda in giro costantemente e brontoli ventiquattrore al giorno sono cose che sopporto ormai senza nemmeno sentirle. Mi entrano in un orecchio e mi escono dall’altro.

– Bon, apposto. – Chiude la valigetta del pronto soccorso e spegne la sigaretta nel posacenere sul tavolino del soggiorno. Siamo sul divano. Si alza e raccoglie i pezzi di cerotto e benda avanzati per buttarli. – Tempo un paio di giorni e sarà guarito completamente. –

Mi tasto con cautela la benda. L’orecchio mi brucia ma da quanto ho visto ho solo parte del padiglione tagliato. Fortunatamente non si è staccato e Tears è riuscito a darmi dei punti.

Per questo vi dico che è bravo a curare le ferite.

Io ho un livello di sopportazione del dolore decisamente basso. Non me ne frega niente di sembrare forte, se mi fai male te lo dico. Però bisogna ammettere che a darmi i punti è stato bravo.

– Non vedo l’ora di togliere la medicazione, praticamente sento mono…- borbotto.

Tears guarda l’orologio, è la terza volta in mezz’ora che lo scopro a fissare l’orologio sulla parete. Non faccio in tempo a chiedergli se ha qualche impegno che sento il campanello.

E lo sento per la prima volta perché nessuno è mai venuto a trovarci, per cui ad un primo momento non collego cosa sia, ma Tears va al videocitofono, ci guarda dentro e schiaccia un pulsante. -Io scendo giù nei box- Dice mentre alza la serranda di legno del montacarichi.

– Chi è? – Chiedo.

– Il meccanico, per la Leòn. – Chiude e scende

Ah ecco, allora non fa tutto da solo. Mi sembrava strano…

Mi alzo, mi stiracchio e vado al computer. E’ già mezz’ora che ci sono lontano e, se non sto mangiando o dormendo, per me è anche troppo.

Mi metto davanti al monitor e, in modo quasi automatico, controllo social networks, forum, mail, e tutti i portali in cui di solito bazzico. E intanto penso. E’ il primo momento di tranquillità che ho dopo l’ultimo scontro che abbiamo avuto. In cui c’era Sin.

Appena tornato a casa Tears mi ha medicato, poi sono crollato di sonno e, dopo dodici ore, ho fatto colazione e mi ha medicato di nuovo. Adesso ho il tempo per raccogliere le idee.

Mi sembra di sentirlo ancora sibilare le parole ad un millimetro dal mio orecchio.

– Tu non centri niente. – Ripeto ad alta voce.

Per lui è come se fosse una battaglia privata contro Tears quindi?

Mi stiracchio sulla sedia, mentre l’orecchio destro mi pulsa dolorante. Entro nell’archivio della confederazione e cerco il nome di Tears. – Aveva la mia stessa matricola senza il bis, dovrebbe essere facile trovarlo. – mormoro a me stesso.

Le ultime parole famose mi fanno incontrare una pagina chiusa su cui svetta l’articolo sulla privacy.

Sbuffo.

Tears non è più un Alleato. Ha scontato la sua pena e quindi i suoi dati non sono più reperibili, almeno al livello di protezione con cui mi è concesso entrare, e già sono fortunato ad accedere con questo…

Mi gratto la fronte.

Adesso è la voce di Tears che mi rimbomba in testa, da ieri sera. “Lui non ha nemmeno più quel cazzo di bracciale” – Quindi prima l’aveva? –

Cerco il nome Sin. E’ un nome particolare ed essendo ancora uno dei nemici della confederazione, così come per i profughi, dovrei trovarlo nel database. Avvio la ricerca quando suona il citofono.

Sbuffo e mi alzo.

C’è la faccia di Tears nel videocitofono. Parlo nella cornetta – Dimmi. –

– Portami giù tre o quattro birre, che stiamo morendo di sete.-

– In quanti siete? – Chiedo.

– Due. Ma io ne bevo tre .-

Scuoto la testa. – Arrivo. –

****

Alzo la ringhiera in legno del montacarichi con la mano destra. Nella sinistra ho una confezione da sei di Guinness. Sento tonfi metallici che non localizzo subito. Poi vedo un paio di anfibi uscire da sotto la Leon. Mi fermo li davanti. – Ti ho portato le birre.-

Mi chino, le poggio e mentre apro la confezione vedo con la coda dell’occhio il padrone dei piedi uscire da sotto la macchina. Prendo una birra, mi rialzo e mi trovo davanti due tette.

Una quarta direi. Belle tonde e sode.

Non è Tears. Decisamente.

– Hey, Splendore… Io sono più sopra. –

Alzo a fatica lo sguardo e incontro un viso giovane, sorridente, incorniciato da una cascata di capelli ondulati del colore delle prugne. Non riesco a capire se quel colore sia naturale e quindi riconducibile al mio mondo o se sia una tinta decisamente ben fatta. Gli occhi sono semi nascosti da una folta frangia scombinata, spettinata al punto giusto. I capelli sono raccolti, ma si capisce subito che da sciolti le arriveranno circa alle scapole. Sono tanti e ribelli.

Mi prende la birra di mano, visto che io non accenno nessun movimento. L’apre con una chiave inglese e se la scola di getto per metà.

La sento ridacchiare, evidentemente devo avere la faccia da maniaco e probabilmente anche un po’ di bavetta al lato della bocca. Quelle tette sono un capolavoro. Lei avrà sui 25 anni, ed è infilata in una tuta da meccanico grigia, che le va larga un po’ dappertutto, tranne che alla vita stretta. La scollatura le arriva fino allo sterno e si vede bene il reggiseno nero. Quello che mi colpisce, oltre al seno naturalmente, è un bellissimo tatuaggio sul petto. Parte dalle clavicole arriva fin giù sotto la tuta, tutto fatto a riccioli, quasi fosse un pizzo. E’ grosso ma non è affatto pacchiano.

– Spiegami, esattamente quale dei tuoi chackra ha dei problemi? –

La voce di Tears. Cerco di fare mente locale ma solo fatica riesco a staccare gli occhi dalla scollatura.- mbhè_ –

Alza una mano, mi blocca e si prende una birra. – No. Per la tua incolumità è meglio che non mi rispondi. – Stappa la Guinness e fa un vago cenno con la mano sinistra – Questa è Mesis, Electra Mesis. –

Lei mi sorride, sorniona, mani sui fianchi. – Piacere… Splendore… –

Tears continua le presentazioni – Mesis, lui è Zendaru Di Samirien, il novellino che mi hanno appiccicato al culo. –

– Il piacere è tutto mio… Signorina Mesis. – Riesco a spiccicare.

Lei si avvicina e mormora – Chiamami Electra, lui non lo farà mai ma tu puoi riuscirci, Splendore… –

Deglutisco.

Tears finisce la sua birra al secondo sorso. – Stai attenta Mesis, che per questa dimensione è minorenne… – Poi torna al suo lavoro. Sta armeggiando intorno ad uno scatolone enorme.

– Non credo la denuncerei… – Mormoro.

Mi arriva una lattina vuota in testa. Mi giro inviperito. – Tears!?! VAFFANCULO!! – Mi ha preso proprio sull’orecchio. Mi massaggio la benda.

Ghigna. – Hey..mettere i dentini ti rende nervoso? – Lo vedo raccogliere un cofano con una mano sola.

– Mi rende nervoso quando qualcuno mi tira le lattine in testa… Ecco cosa. – borbotto mentre continuo a massaggiarmi. Quell’orecchio mi fa un male cane…

– Senti, principessa.. L’unico modo che avresti adesso per essere meno produttivo, sarebbe quello di essere lo stesso pavimento su cui sei impalato. Renditi utile, prendi un paio di guanti e porta qui quel parabrezza. – Indica vagamente una scatola con dentro un vetro nuovo di pacca.

– Il vetro? Ok… – Non ce la farò mai, ma mi guardo intorno – Che tipo di guanti? – chiedo.

– Color malva… –

– Color_ –

Tears urla – Un paio di guanti qualsiasi! Cerebroleso! –

Corro. Sento Electra ridacchiare.

****

Non c’è nessuno per strada.

E’ una zona periferica e semi-deserta della città quella in cui mi trovo ora.

Mi sistemo gli occhialini da sole sul naso e guardo in basso.

La luce del sole mi irrita, ma non è la sola. Sono pulito e sono lucido. Non ho nulla in circolo e i miei recettori sono sempre stati più animaleschi che umani: Sono acuti e fini. Merito di anni a fare il lavoro che ho sempre fatto ed i successivi passati a rincorrere profughi o a sfuggire agli scagnozzi della Shield.

Non un suono, non un rumore provocato da essere umano a distanza di tiro.

Certo se c’è un cecchino è un altro discorso.

Lo so che non c’è nessuno ma allo stesso momento sono anche sicuro che c’è qualcuno e che quel qualcuno mi tiene d’occhio.

Sono sotto tiro.

Mi controllano.

Potrebbe essere un profugo o qualcuno mandato dalla Confederazione, o Tears o qualsiasi altra persona animata da vendetta.

Non posso tenere il conto di tutti quelli che mi vorrebbero metri sotto terra, dopotutto…

Per quanti dicano il contrario, ve lo posso assicurare: il mio cervello funziona. Quindi mi fermo e chiudo gli occhi. Prendo un bel respiro e mi appoggio al muro della casa a fianco.

– Non c’è nessuno. – Mi dico ad alta voce.

Un altro respiro.

Riapro gli occhi.

Fisso davanti a me, ma non resisto.

Salto e il mio orecchino destro s’illumina impercettibilmente.

Un balzo e sono sul tetto della casa di fronte. Comincio a correre a perdifiato, saltando da un tetto all’altro, da un lampione all’altro e non so per quanto corro nell’aria fredda invernale con l’aiuto delle correnti d’aria magiche, so solo che infine atterro sul balcone dell’appartamento in cui vivo ora. La finestra del soggiorno è sempre aperta, entro e la chiudo alle mie spalle.

M’appoggio al serramento col fiato corto.

– Sin, esistono le port_ – La sua frase rimane mozzata dalla lama della mia katana che si trova ora alla sua gola.

Mi guarda immobile, serio ma tranquillo.

Lo fisso in rimando, ho ancora il fiato corto. La katana tra noi scintilla nella luce del pomeriggio che filtra attraverso la porta finestra.

– Mi riconosci? – Chiede.

Non dico nulla.

Certo che lo riconosco, ma posso fidarmi? Dannazione so che posso fidarmi! Ma la katana non si sposta dalla sua gola.

Sorride appena. Alza la mano e lentamente sposta la lama prendendola tra indice e pollice.

– Qui sei al sicuro, te lo ricordi? – chiede.

– Non sono al sicuro da nessuna parte, in questo e in quell’altro fottuto mondo, Tom! –

Sorride. – Allora mi riconosci! Stai meglio di quanto pensassi… – Mi supera ignorandomi e si dirige in cucina.

Rinfodero la katana e mi massaggio le tempie. Cerco di rilassarmi ma non riesco a non guardarmi attorno. Mi accorgo di lanciare sguardi ovunque, ma sempre meglio limitarmi agli sguardi che correre chissà dove per ore…

Lo seguo in cucina.

Mi siedo e, anche senza guardare cosa combina, so cosa sta facendo.

Light Novel - Service's code - chapter 05Il rumore del mobiletto. L’acqua del rubinetto. Ed ecco che mi mette davanti la scatola delle mie medicine e un bicchiere d’acqua. Sbuffo. Si siede a fianco a me e mi guarda sorridente.

– Avanti, tanto per oggi non credo tu abbia qualcuno contro cui combattere, se dobbiamo assoldare nuovi profughi, il lavoro è mio come al solito no? –

Ha ragione. E lo so anche io. Per la miseria è il mio piano, ovvio che lo so!

Ma questo non m’impedisce di guardare male le capsule degli neurolettici.

Poggio i gomiti sul tavolo, tolgo gli occhiali da sole e mi massaggio le palpebre. – Posso farcela anche senza prenderle. Non è grave, è solo un attacco leggero. –

– Sin… –

Scatto – NO! – urlo. Poi mi blocco. Di nuovo, di nuovo… Non dargliela vinta. Puoi controllarti anche senza quelle maledette medicine.

Lui non si muove di un millimetro per due buoni motivi. Il primo è che c’è abituato. Mi ha visto decisamente fuori come un citofono e un semplice alzare la voce e scattare non è niente.

Il secondo è che nonostante io sia uno dei più temuti assassini del mondo in cui è nato, e il secondo era il mio collega, non teme la morte. E questo mi affascina.

Io ad esempio non temo nulla. Sono perennemente convinto che il mondo stia per attaccarmi e devastarmi in un pestaggio collettivo, ma è per via del mio disturbo paranoide. La mia non è paura, è perenne allerta che mi devasta psicologicamente e fisicamente. Non posso mai rilassarmi, non posso mai lasciarmi andare con nessuno perché dubito di chiunque.

Insomma, non temo il pestaggio, ma sono sempre certo che stia per arrivare da un momento all’altro e che mi debba tenere pronto. Mentre lui credo si sia rassegnato molto tempo fa, quando sono stato mandato per ucciderlo.

Quel giorno è morto. Non è più padrone della sua vita. Io l’ho risparmiato in cambio di questo: la sua vita.

Perché?

Perché non sono capace di lavorare da solo. Ho bisogno di un collega. Io ho sempre lavorato in coppia, ma nessuno avrebbe potuto sostituire il mio precedente collega per cui avevo bisogno di qualcuno che non fosse mio pari ma sotto i miei ordini.

Uno schiavo, ecco.

****

Sento il motore andare su e giù di giri a velocità folle in base a quale marcia sta testando. La fila di alberi che costeggia la strada è una macchia marrone sovrastata da un’altra vaga macchia verde.

Electra, seduta sul sedile del passeggero, canticchia un motivetto che non riconosco. Io sono sul sedile posteriore, aggrappato ad ogni dove. – Tears! – Urlo – Se acceleri ancora torniamo indietro nel tempo! –

Lui ridacchia – Ti ho detto che dobbiamo provarla, se vado a 20 km/h come faccio a sapere se non mi lascia col culo a terra durante un inseguimento? – Sterza a destra ed io rotolo addosso alla portiera sinistra.

Mi porgono un pacchetto di gomme da masticare. – Vuoi una cicca, Splendore? – Electra è la donna più tranquilla del mondo. Quasi fosse stata partorita su una monoposto di formula uno.

In corsa.

Declino. – N… No grazie.- balbetto – Sono occupato a non farmi venire un infarto… –

Poco più avanti vedo un vecchio ponte in muratura. Più o meno la strada che gli passa sotto è larga quanto la Leon.

Electra sorride – Che dici, Tears, proviamo la convergenza? – Domanda col tono di chi ti chiede se ti va un caffè.

– Perché no. – E su quelle parole Tears molla il volante e incrocia le braccia, ghignando.

Il sangue mi arriva ai piedi.

Lo sento proprio scorrermi nelle scarpe quasi volesse salvarsi almeno lui uscendo da solo.

Artiglio il sedile. – Una volta l’ho visto in un film Tears! – Il ponte è a pochi metri da noi. – Non ce l’hanno fatta!! – Mi butto tra i sedili.

Non sento alcuno schianto ma rotolo di nuovo, cozzando dappertutto, segno di un testa-coda.

Quando mi rialzo siamo in folle, fermi dall’altra parte del ponte. Tears dà una pacca amichevole al volante. – Perfetta! –

– Come sempre. – replica Electra – Grazie per avermi riaccompagnato. – Scende tranquillissima e mi fa un cenno da fuori il finestrino – Ciao Splendore! –

Poi si dirige ad un’auto nera, ribassata e con i vetri oscurati parcheggiata li vicino.

Sono tutto spettinato -…C..ciao… –

****

– Quella è la tua ragazza, vero? – Chiedo.

– Io non sto con nessuno. – Mi risponde.

Stiamo tornando a casa. Ho da poco recuperato le mie facoltà mentali dopo la corsa di prima. – Certo, e gli hai dedicato la tua adorata macchina così, in segno di amicizia, vero? – Alludo alle lettere stampate sul retro della Leon. La prima volta mi sono chiesto se avesse dato un nome alla sua macchina, ma ora che ho conosciuto Electra capisco perché il suo nome è stampato sul retro dell’auto.

Alza un sopracciglio. – Quelle ce le ha messe lei, è una sua creazione e ha voluto firmarla. –

Ghigno – Avanti… Te lo leggo negli occhi che è la tua donna… –

Rotea gli occhi e si appoggia col gomito sinistro alla portiera. – Se potessi leggermi negli occhi, saresti in un angolo a piangere. –

Sbuffo – Si può sapere perché sei così emotivamente menomato, Tears? – M’ignora. Continua a guidare. Ritento – Ma tu non credi nell’amore? –

Reprime una risatina – Certo. Credo nell’amore e anche nel cancro. Entrambe malattie che non finiscono mai bene. –

Sbuffo di nuovo. A volte non c’è dialogo con quest’uomo – Ma te le scrivi quando vedi i film sboroni ‘ste battute e poi le ricicli? –

Stavolta è lui a sbuffare – Senti, contessina, c’è una cosa che devi imparare della vita: le persone vanno e vengono, ma non rimangono. E’ inutile affezionarsi a chiunque, tanto prima o poi te lo mettono inculo. –

Silenzio. Rimugino.

– Hai avuto un trauma infantile? – Chiedo.

Stiamo entrando nei box – Il trauma te lo procuro se non la smetti di farti i cazzi miei. –

Ghigno. – Credo di aver scoperto una crepa nella tua armatura. Quando morirai, sarà per amore di qualcuno… –

– Fottiti. – è l’unica risposta che mi da.

****

– Login scaduto. Ripetere il login ed eseguire di nuovo la ricerca desiderata. – Leggo dal monitor del computer. – Cosa cavolo stavo cercando? – Mi domando.

Ogni tanto mi sento un po’ come quello del film “Memento”.

Mi stringo nelle spalle. Rifaccio login all’interno del database della Confederazione e cerco il nome di Electra Mesis.

Un risultato trovato all’interno del database.

Sorrido. Ne ero sicuro.

Quel tatuaggio così complesso è composto da tutte quelle virgolette che ti tatuano quando compi una delle missioni alla Confederazione.

Cerco di entrare nella scheda personale, ma il computer mi dà picche.

Sbuffo e mi butto all’indietro sulla sedia. Decido di meritarmi una pausa, mi alzo e mi dirigo in cucina.

Quando passo per il soggiorno, lo vedo seduto sul divano, con qualche foglio in mano e che mi fissa. Io mi dirigo in cucina ignorandolo. La cucina è divisa dal soggiorno solo da una penisola su cui pranziamo, per cui continua a fissarmi.

– Eppure io ti ho già visto… – dice masticando il retro di una matita che ha in mano.

– E’ probabile, abito qui da tipo tre settimane. – apro il frigorifero e spio dentro.

Poggia i fogli sul divano -Bah, probabilmente assomigli a qualcuno che ho già visto… Però c’è anche il tuo cognome che mi sembra di aver già sentito… Sei nobile per caso?

Guardo altrove e sbuffo – Seh –

Lo vedo alzare le sopracciglia. Era una risposta che probabilmente non si aspettava – Sei nobile? – Qualcosa gli scatta nella testa – Aspetta aspetta – tira giù i piedi dal tavolino e mi guarda – Mi stai dicendo che sei proprio uno dei Samirien? Della famiglia reale? –

Annuisco.

– Di che grado? – Mi chiede.

Mi stringo nelle spalle. – Teoricamente in questo momento dovrei essere al trono, però non sono ancora maggiorenne ne sposato per cui ci sta mia mamma. –

– E che cazzo lo fai a fare il ladro?? – Sclera.

Mi stringo di nuovo nelle spalle mentre tracanno dal cartone il succo d’arancia – Mi diverto. –

– Si ma_ –

Ci guardiamo con l’occhio pallato quando il pavimento trema. Un boato dai garage di sotto.

Ci voltiamo in sincrono verso il montacarichi e dalla tromba delle scale s’alza un gran polverone.

Scatto verso la mia camera per prendere la Glock. Tears ha già la Beretta in mano.

Lo sento bestemmiare e borbottare qualcosa come ” Se ha infranto le regole, stavolta gli faccio il culo, e non come gli piacerebbe… ”

Irrompo in camera mia e rimango paralizzato.

Lui è lì. Sin.

Seduto a gambe incrociate sulla mia scrivania. Sorride.

E la porta dietro di me si chiude da sola.

 

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