Il pigro lampeggiare delle luci sul grattacielo. La fredda luce artificiale dei lampioni in strada. La lieve nebbia che si muove lenta inglobando ogni cosa.
Sono le due e quarantacinque di un giovedì notte ed io non ho la minima idea di chi sia il mio collega.

Quando mi hanno assegnato questa missione, oltre a farmi firmare una quantità infinita di documenti che non ho potuto nemmeno leggere, non mi hanno spiegato nulla. Tutto ciò che so è che devo collaborare con questo tipo, decisamente strano e che ho visto di sfuggita solo dieci minuti in centrale, per neutralizzare un altro tipo che non so nemmeno che colpa abbia.
Lui cecchino, io supporto.

Se tutto va come previsto saranno solo venti minuti di collaborazione, poi io tornerò in centrale e lui… Lui chissà dove.

Non so chi sia, non so nemmeno esattamente che tipo di lavoro faccia. So che è appostato sul tetto di un palazzo qui intorno, che ha amicizie sicuramente in alto e che ha la facoltà di farmi irritare in meno di due minuti di conversazione, il tempo totale per cui abbiamo parlato in centrale.

Prendo il cannocchiale ed accendo l’auricolare, mettendomelo all’orecchio. Sfrigolio, poi la sua voce. -1 2 3 prova.-

-La ricevo forte e chiaro.- rispondo.

-Perfetto. Ora dimmi: che cosa indossi?-

Questo è quello che intendevo. -Una pistola.- dico, e lascio che senta il rumore della ricarica.

-Amo le donne dal carattere forte. Potremmo incontrarci in ambienti un po’ più accoglienti… Le terrazze dei palazzi d’inverno non sono quel che io chiamo luogo ideale per un appuntamento.-

-Difatti questo non è un appuntamento, Signore.-

-Potrebbe diventarlo?-

-No.-

Uno sbuffo nel mio orecchio. -”No” è una risposta così estremista… Preferisco i forse…-

-L’obbiettivo è uscito e si sta muovendo verso sud, Signore.-

-Vedo..- Finalmente un tono un po’ più serio.

Il tipo ha in mano un sacchetto che si stringe al petto, e si guarda intorno furtivamente. Nemmeno tre passi fuori da quel portone e si accascia a terra. Urla di dolore rotolando su se stesso. Solo un istante più tardi al mio orecchio arriva il rimbombo dello sparo e non capisco da quale distanza il mio nuovo collega stia sparando. Quello sanguina dal ginocchio destro, cerca di tirarsi in piedi attaccandosi al muro, ma s’accascia subito urlando di nuovo, questa volta con entrambe le ginocchia fuori uso. Un altro sparo, sempre in differita. Il calcolo non lo so certo fare, ma da che distanza sta sparando?? Mi arriva un -Eh, ma se non stai fermo mi ci costringi…- dall’auricolare.

F00Un istante dopo un’intera squadra di uomini in divisa militare nera che non riconosco circondano il tipo sbucando dai vicoli limitrofi e lo portano via. Io mi alzo in piedi di scatto e fisso la scena con il cannocchiale. Nemmeno 10 secondi e nella via non c’è più nessuno, nemmeno il sangue che il tipo ha perso dalle ginocchia.

Silenzio in auricolare. Guardo frenetica su tutti i tetti intorno e finalmente su una terrazza ad oltre 500 metri da me, lo vedo. Lo riconosco solo perché è lì sulla ringhiera, in piedi, come un folle. I tanto lunghi quanto strani capelli azzurri nella brezza ghiacciata della notte.
Guarda verso di me e, anche se non riesco a vederne il volto nemmeno con il cannocchiale, lo so che mi sta sorridendo.

-E’ stato un piacere, signorina! Spero di reincontrarla presto… e spero che allora ci saranno dei forse invece che dei no…-

-ASPETTA!- urlo nell’auricolare. -Chi era il tipo? E quei militari? Che cosa abbiamo fatto stanotte??-

Lui non mi risponde. Stringo i denti. -Dimmi almeno chi sei! È vero che fai parte di un’organizzazione segreta di cui nessuno sa niente?!?- urlo.

-Mbhè… Dovresti chiederlo a Nessuno.- risponde.

La comunicazione cade e lui si butta dal parapetto di quella terrazza. Fa un volo di almeno dodici piani, una leggera luminescenza intorno a sè, ed atterra in ginocchio. Poi si dilegua nella notte, incolume, lasciandomi con l’incontro più surreale di tutta la mia vita.