Ridono.

Da qui fuori sento tutto, ma loro non lo sanno. E non lo sto facendo apposta, è solo che sto aspettando.

È perennemente in ritardo, ma non è colpa sua, lo so. Con tutti gli impegni che ha ora non riesce più a racappezzarsi. Fortuna sua che io e Katrine ci siamo accollate un altro pezzo della parte burocratica…

E là dentro ridono ancora.

Pochi in quella sala sono titubanti ed attendono spiegazioni dal rappresentante di quel mondo che fino a qualche mese fa nemmeno sapevano di avere in casa.
Gli altri sono più che convinti che ci guadagneranno soltanto, e del resto non gl’importa. Un nuovo mondo da conquistare, certo. Nuove terre! “Solo poveri ignoranti che vivono nel medioevo”, sì. Li sento i loro discorsi. Gradassi.
Si può sapere, se siete così evoluti, in cosa eravate esattamente impegnati per non accorgervi di noi “stupidi medievali”?
Noi che abbiamo capito da subito che qualcosa non andava quando i due mondi si sono scontrati decine di anni fa? Vi prodigavate in grasse risate su altre questioni che vi sono fortuitamente capitate anche allora tra capo e collo?

…Forse è solo l’irritazione di sentirli così sicuri che mi fa parlare.
Senza il forse.

Ma Sam è davvero terribilmente in ritardo, ed io mi sto innervosendo. Abituata ai tempi lavorativi della Pantera, ho dovuto anch’io adattarmi ai suoi, che poverino, è semplicemente una persona normale…

A giudicare dai commenti nella sala, dev’essere arrivato. Si aspettavano di veder arrivare una carrozza da quella finestra, certo. I BMW in dotazione alla Shield sono una sorpresa per loro.
Stupidi idioti.

Appena lo vedo comparire dalla porta dell’atrio, a passo spedito e con Katrine al fianco che lo aggiorna, io mi stacco da questo stipite e gli vado incontro. Gli porgo il portatile ed una dispensa di fogli. Lui mi guarda.

-E’ già tutto pronto? Loro sono là?- chiede.

Annuisco e mi affianco negli ultimi due metri che ci separano dalla porta della sala delle riunioni dove io lo attendevo.

-Si, (loro) sono là dentro e hanno bisogno di una raddrizzata.-

Lui mi strizza l’occhio e sorride. -L’avranno.-

Entra, ed io con lui.

***

-Bene signori, sarò sintetico per due buoni motivi: questo è, come anticipato, solo un veloce incontro preliminare per conoscerci e, secondo, ma non di minore importanza, non ho assolutamente tempo per trattenermi in vostra compagnia.-
Poggia il portatile sull’enorme tavolo ovale intorno al quale sono tutti riuniti, alcuni in piedi altri seduti. Alcuni in divisa militare, altri in completi da migliaia di euro. Ma tutti con un sopracciglio alzato o un’espressione mista tra il titubante ed il compatimento.

Attacca il proiettore, e sul muro dietro di noi scende il telo bianco per la proiezione.

-I punti salienti da chiarire sono i seguenti. Per i disordini dello scorso settembre, abbiamo già provveduto ad accollarci ogni tipo di spesa che la città di Busto Arsizio ha dovuto affrontare, compresa l’assistenza ai feriti e risarcimenti per danni morali e materiali alle famiglie dei deceduti nei disordini, che ci terrei a puntualizzare, risultano meno di una decina nella loro totalità.- Un leggero brusio si alza ma lui non ha tempo, voglia, né tanto meno intenzione di assecondarli, percui passa oltre. -Per quel che riguarda le autorità locali, abbiamo preso accordi per continuare ad occupare i sotterranei di Villa Ottolini Tosi, di proprietà comunale, come nostra sede centrale. Abbiamo fissato dei vincoli giurisdizionali, delle competenze e persino un affitto per la_- viene interrotto. Questa è la voce che sentivo più strafottente quando ero al di là della porta, un accento straniero nella cadenza che non riesco bene ad identificare.

-Si ma voi non potete venire qui nel nostro mondo e fare ciò che vi pare. Una stupida cittadina con nemmeno centomila abitanti non può prendersi la briga di scegliere per il resto del mondo, è per questo che siamo qui.- Brusio di assenso nella sala.

Lui annuisce con la faccia di chi è perfettamente d’accordo. -Naturalmente!- Lo indica ed annuisce vigorosamente di nuovo. -Siamo tutti d’accordo su questo punto ed è per questo che siamo qui oggi.- Mi fa un cenno ed io comincio a distribuire le dispense che abbiamo, nella settimana precedente, redatto scrupolosamente, facendo caso ad ogni singola parola usata all’interno. L’abbiamo letta e riletta più volte. Sam se l’è portata a casa e l’ha riportata indietro con mille correzioni più di una volta, e mille e più una volta l’abbiamo ricorretta.

-Qui dentro,- dice mentre io le consegno agli arroganti che la squadrano appena, non ritenendola di loro interesse. -avrete tutte le informazioni che vi servono. Chi siamo, da dove proveniamo, che cosa vogliamo e come facciamo a passare da una parte all’altra.- sorride. -Anche se, come potrete immaginare, non mi sono dilungato così nei dettagli al nostro primo incontro…- Ridacchia appena. -Diciamo che potremo parlarne nelle riunioni successive in base a come questa e la prossima andranno a finire.- Batte appena le mani e riprende il suo bel sorriso. Il suo splendido sorriso sul volto. -Comunque! Lì dentro avete anche ciò che possiamo offrire al vostro mondo. Non siamo così arretrati come potete immaginare. Il nostro stile di vita può per alcuni versi a molti di voi assomigliare al vostro medioevo, ma vi assicuro che non è esattamente così. Siamo molto evoluti in alcuni campi in cui voi, ai nostri occhi, siete decisamente arretrati, e viceversa. Uno scambio d’informazioni farebbe progredire i nostri rispettivi mondi di centinaia di anni, e darebbe sicuramente di che guadagnare ad entrambi.- Un lungo sospiro. -Ora, se volete darmi la vostra attenzione ancora per qualche minuto, vi potrò dare una dimostrazione pratica di come ci siamo evoluti in un campo che voi non avete mai nemmeno preso in considerazione.-

Schiaccia un pulsante e la comunicazione sul portatile si attiva. Le immagini sul telone bianco del videoproiettore sono quelle di sabbia a perdita d’occhio fino a scontrarsi con un cielo perfettamente terso ed inondato, come tutto il resto intorno, dal sole.

-Questo è il vostro deserto del Gobi. A destra dello schermo avete una visuale dal satellite, mentre nella parte sinistra dello schermo c’è in collegamento il Tenente Colonnello Rigel. Rigel? Mi senti?-

-Forte e chiaro, Signore!- risponde Rigel all’interno della web cam. Dietro di lui sono posizionati una dozzina di soldati. Dodici uomini in divisa mimetica da deserto, tutti sull’attenti sopra una duna, in fila uno di fianco all’altro.

-Perfetto.- dice Sam. Poi guarda gli altri al tavolo che hanno la faccia di chi non ha idea di che cosa stia succedendo ma aspetterà saggiamente la conclusione per dire ad alta voce la sua. -Vorrei chiarire che stavolta abbiamo avuto i permessi, Signori.- Sorride e strizza un occhio, poi si volta di nuovo verso il pc. -Può procedere!-

Rigel annuisce, si volta e fa un cenno ai soldati, che si chinano appena all’indietro per poi spedire perfettamente in sincrono di fronte a loro una sfera infuocata ciascuno grande poco più di mezzo metro di diametro l’una.

Sgomento nei respiri della sala.

Le palle procedono ad una velocità disarmante in linea retta per un centinaio di metri, visibili come impercettibili puntini luminosi sulla visuale del satellite, per poi riunirsi in un’unica grossa palla ed esplodere in un fascio di fuoco che si apre a ventaglio in avanti.

Anche attraverso i minuscoli altoparlanti del portatile, L’esplosione è assordante. La visuale di Rigel e dei soldati salta su un fruscio asettico. Sulla parte destra del monitor, invece, la visuale da satellite prosegue ed una macchia di forma conica si apre a vista d’occhio coprendo chilometri e chilometri di deserto.

Del brusio di poco prima, in questa stanza, ora non c’è traccia. Non c’è traccia di nessun rumore.

Dopo qualche istante Sam chiude il portatile. Il telone torna ad essere solo bianco e, mentre rimette via il computer nella borsa, parla. -Se ve lo state chiedendo, quello era un incantesimo base del fuoco, quello che in termini di armi da fuoco si può definire un colpo di (un) revolver, e la sezione di deserto del Gobi che ora vi troverete completamente vetrificata è pari ad una superficie di 200 chilometri quadrati.-

Il portatile è nella borsa, la borsa è sulla sua spalla, ed io sono già al suo fianco.

-Per questo ci terremmo davvero molto ad intrattenere dei rapporti completamente pacifici col vostro mondo. Questo scambio di informazioni, come avete potuto verificare, gioverebbe sicuramente ad entrambi.- Sorride, un leggero inchino e il saluto militare. -Ora devo proprio andare, Signori. Avrete molto da discutere, suppongo. Ricordo che tutte le informazioni che cercate sono nelle dispense e sappiate che è stato per me un onore incontrarvi tutti di persona. Spero che facciate la scelta migliore per entrambi i nostri mondi. Le mie segretarie saranno a disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento, e spero di potervi dedicare più tempo alla prossima riunione.- Si avvia alla porta, io l’apro, lui si volta di nuovo. -Spero pacifica, s’intende.- Ed esce. Io lo seguo.

Attraversiamo l’anticamera e Katrine ci raggiunge nell’ascensore. Le porte scorrevoli si chiudono, tutti e tre fissiamo le lampadine sopra di noi accendersi e spegnersi con lo scorrere dei piani.

-Li ho raddrizzati?- mi chiede senza guardarmi. Le lampadine si spengono e si accendono.

-Abbastanza, sì.- confermo.

Un “plon” e siamo al piano terra.

****

Quando entro in ufficio, lui è già lì che mi aspetta. Fissa dubbioso l’impianto di telecamere interne su cui probabilmente mi stava tenendo d’occhio mentre rientravo.

-Ciao Zen.- dico mentre raggiungo la scrivania e finalmente mi lascio andare a peso morto sulla poltrona. Lui mi fa ciao con la mano come i bambini, corredando il tutto con un bel sorrisone.

Aspetta ch’io mi sgranchisca il collo roteando un paio di volte la testa, poi si avvicina e mi poggia il sacchettino sulla scrivania, giusto accanto alla targhetta con la scritta Generale. Io lo guardo. -Buon lavoro… L’hai già fatto analizzare?-

-Yap!- risponde lui. -Sono ben 5 hertz!-

Annuisco. -Ottimo. Domani lo farò recapitare ad Akrem insieme agli altri.-

Sta per andarsene quando gli faccio cenno di rimanere. Lui si ferma e si rimette davanti alla scrivania. Mi guarda .
Nel frattempo cerco qualcosa nei cassetti.

Sospiro. -Zen… Lo so che state conducendo dei recuperi anche in privato…-

Lui alza solo le sopracciglia, mani in tasca, non mi sembra sorpreso. -Lo sa solo lei, capo Kail?- mi chiede. Questo è il nuovo modo in cui mi chiama da quando sono in questo ufficio.

Scuoto la testa. -No, ovviamente.- Nel frattempo ho trovato la cartelletta di documenti che stavo cercando.

-Mbhè, allora se sono ancora vivo non mi preoccupo!- e ride.

-Sì ma..- mi guardo brevemente intorno mentre gesticolo vago con i documenti. Poi sospiro abbattuto e li appoggio sulla scrivania. -Il minimo indispensabile… ok?- cedo. So a cosa servono, e non me la sento di dirgli di no. Se c’è qualcuno che deve farlo, non sarò io.

Lui si porta la mano destra alla fronte e fa il saluto militare. -Non si preoccupi, capo!-

Scuoto la testa e prima che si volti per andarsene gli porgo i documenti che Nadine mi ha consegnato ieri sera. -Questi puoi portarli via tu, sono dei documenti che Tears fece cercare a Naki un paio di giorni prima della battaglia. Poi son finiti dimenticati in un cassetto.-

-E che roba è?- chiede dubbioso con un sopracciglio su ed uno giù.

-Praticamente è la vita di Tears… A partire dal giorno della sua nascita fino al giorno in cui abbiamo catturato lui e suo fratello.-

-E perché li cercava?-

Mi stringo nelle spalle. -Credo di essere la persona meno idonea per rispondere a questa domanda… Non gli sono mai stato simpatico.. e li dentro suppongo ci sia scritto anche perché…-

***

Uscendo dalla Shield saluto un paio di persone, l’ultima di queste è Nadine, poi mi dirigo agli ascensori e scendo nei parcheggi.
Fuori, ora, piove come Dio la manda, e l’acqua scende come una cascata giù dalla discesa dei parcheggi sotterranei.

Lei è li, nel suo blu brillante nonostante la luce bassa dei neon giallognoli. Tiro fuori le chiavi di tasca, schiaccio la chiusura centralizzata e due lampeggi discreti mi avvertono che la Leon è aperta.

Salgo, avvio, ed esco. Nell’autoradio c’è ancora Back in Black degli AC/DC che non ho avuto il coraggio di toccare.

Compongo sul Desire il numero di telefono e, senza togliere lo sguardo dalla strada, mi metto l’auricolare all’orecchio sinistro. Ormai è un automatismo, perché a destra ho lo schermatore. Sempre.

Una voce mi dice un Pronto dall’altro capo. -HEY! Electra! Volevo ricordarti di ordinare i cerchi!- dico.

-Si si, ho già mandato l’ordine Zen, ma sono perplessa se devo esser sincera… La Leon monta i 15 o i 16, e già coi 17 che ha su andrebbe aggiornato il libretto di circolazione, ma passano sicuramente più inosservati dei 20… se la fermano?-

-Avanti! Ti pare che sia un problema?-

-Oh mbhè no, ovviamente. Ma può essere una seccatura….- fa una pausa, forse percepisce le note di Hells Bells e poi parla di nuovo. -Ma stai guidando?-

-Yap! –

-Zen, quella macchina l’ho ricomposta con la lente d’ingrandimento per quanto erano piccoli i pezzi rimasti… Te lo ricordi, vero, che se le fai anche un solo graffio perdi la vita?-

-Non ti preoccupare, ho l’auricolare e sono quasi arrivato a casa, non ho intenzione di lanciarmi dai ponti a 160 km/h, io.-

-Ah! Che spiritoso….- appende e mi lascia con il segnale di occupato.

Effettivamente non è stata una bella battuta, ma come dice Sam il mio senso dell’umorismo ha avuto un collasso il giorno dell’attacco. Ed ogni tanto credo abbia ragione.

Non faccio in tempo a poggiare l’auricolare che mi arriva una chiamata. Rispondo.
La voce dall’altro capo non dice neanche Pronto. -Zen… Mi spiace dirtelo, ma è qui.-

Sibilo una parolaccia.

-Ed io ti ho già coperto abbastanza. Ce l’hai sempre il giubbotto antiproiettile, vero?- Non attende risposta e riappende.

Sospiro.
A ‘sto giro me la vedrò davvero brutta.

****

Scorro il tesserino, la porta si apre con un discreto tlack. Schiocco le dita e le luci in anticamera si accendono.
Sospiro e poggio ciò che ho in tasca nel piattino all’ingresso. Dal soggiorno minimal tutto nero e bianco, fa capolino Cristina.

-Buonasera signor Kail! Sono contenta di averla incrociata, stavo giusto andando via ora.-

Cristina è una ragazza giovane sulla ventina, con un sorriso contagioso. Non l’ho mai vista giù di morale, nemmeno con il lavoro che le è capitato di fare.

-Buonasera a te Cris. Grazie per essere rimasta qui fino ad adesso, mi spiace ma sono stato trattenuto dal lavoro.-

-Non c’è nessun problema, in fondo mi paga, no?- ride.

Anche la sua risata è contagiosa, e rido anch’io. -Vero, ma non sarà mai abbastanza, ne so qualcosa…- dico.

Lei ride ancora anche se non afferra del tutto l’argomento della discussione, poi prende il suo cappotto, la borsetta e si congeda con un cenno del capo.

-Buonanotte! A domani!- ed esce.

Mi passo la mano sul collo indolenzito dalla giornata. Questo stile di vita non fa decisamente per me… Metto l’allarme e mi stiracchio mentre mi dirigo in camera da letto.

Mi arriva una parola sola appena varco la soglia della camera, ed io ovviamente me l’aspetto.

-Rapporto.-

-Oh, non credo tu sia ancora nelle condizioni per averne uno…- ed ondeggio la mano di fronte al viso senza nemmeno voltarmi.

Qualche attimo di silenzio. Poi mi arriva il “cretino” d’ordinanza, e lo vedo con la coda dell’occhio il suo sguardo di disapprovazione.

-Per quale motivo sei stato trattenuto alla Shield?- chiede.

Lei è li, nel letto, un delizioso pigiama di seta grigio indosso, taglio maschile naturalmente, e sopra una vestaglia in coordinato. Con la mano sinistra regge il suo tablet e sulla cover svetta il simbolo della Shield. I capelli dorati, leggermente scostati sulla parte destra del viso ancora coperta dai bendaggi, le incorniciano il volto color caramello.

Sospiro. -Zendaru ha riportato un altro frammento.-

-Quanto?-

-5 hertz di Silon.-

-Non male..- La vedo stringere le palpebre in uno sforzo che ancora non le è permesso. -Con questo a che quota siamo?- chiede infine.

-36 Hertz.- Rispondo mentre mi metto in pigiama. -A te invece che ha detto Rachele oggi?-

Piega la gamba sinistra per poter poggiare il tablet sul ginocchio mentre sempre con la sinistra digita qualcosa. -Sto recuperando.-

-Lo so. Lo vedo. Ma a che punto sei?- e vorrei aggiungere un “Fino a che punto ci riuscirai” che però tengo per me.

Scuote appena il capo. -A breve dovrei rientrare.-

-Questa è la tua opinione, io voglio sapere quella di Daniel….- gattono sul letto nella sua direzione.

-E’ la sua.- dice compunta.

Mi avvicino al suo viso e lei si scosta. -Samuel… Credevo di essermi spiegata in modo esaustivo…-

Io mi rimetto seduto a gambe incrociate sul materasso, a fianco. -Mbhè, io ci tento sempre e comunque, lo sai.-

-Già. Ed è irritante. La situazione non cambierà.-

-Oh, questo è pessimismo.-

-E’ il tuo ottimismo ad essere eccessivo. Non ho intenzione di essere mai più toccata, sono stata chiara?-

-Mai più è un tempo molto lungo, lo sai? Credo proprio che finirà prima, ed è inutile dire che io sarò lì… Come sempre..- Ghigno.

-Ora il tuo ottimismo sta sfociando in stupidità, te ne rendi conto?-

-In questo letto l’unica stupida sei tu, ti ho già detto che non m’importa.-

-E io ti ho già ripetuto che importa a me. Ed è questo che conta. Non ho intenzione di avere più discussioni del genere.-

****

Entro nell’elevatore e mollo lo zaino in terra. Schiaccio il pulsante e quando arrivo al piano sospiro, mi abbasso e ricarico la Glock nello stesso istante in cui un 9mm si incastona nel muro dove prima c’era la mia testa. Smadonno e rotolo fuori, ma prima che possa mettermi in posizione di tiro, qualcosa mi colpisce dietro la nuca e casco a terra tutto rintronato.

-CHE COSA CAZZO TI È PASSATO PER QUEL WATER CHE HAI SOPRA IL COLLO!? PENSAVI DI PASSARLA LISCIA???- mi bercia una voce che riconosco ma che non ho ancora ben capito da dove proviene.

-Ciao anche a te, Tears…- mugolo mentre riprendo l’uso della vista e la sua faccia imbestialita mi finisce nel cono visivo.

-EH! CIAO AL CAZZO!!- mi sputacchia in faccia.

-Ma tu non dovresti essere ad Akrem?- mugolo massaggiandomi la testa. Con cosa diavolo mi ha colpito??

-E che cazzo faccio ad Akrem? Organizzo orgie?? Sono andato e tornato in giornata! Sai quanto ci metto a portare quattro cocci!- Mi allunga una mano e mi aiuta a rialzarmi. Io l’afferro, mi isso e la vedo la smorfia di dolore sul suo viso mentre mi aiuta, anche se come al solito fa finta di niente.

-Non dovresti stare né ad Akrem a far orge, né tantomeno qui a spararmi in faccia! Dovresti stare a letto!- gli bercio in rimando. E credo che fosse esattamente dov’era prima che tornassi visto che se ne sta in canotta e pantaloni lisi di una vecchia tuta.

-Si mbhè, e tu dovresti stare col culo su un trono a Samirien e non sul sedile della mia macchina! Guarda te i casi della vita!- smanacca lui allargando le braccia e masticando infamie nella lingua di Sevyhal..

-Te l’ho spiegato che non è che appena diventi maggiorenne ti fanno Re eh! Non funziona così, non a Samirien perlomeno!- Nel frattempo gli metto entrambe le mani sulla schiena e lo spingo verso l’anticamera. -Fossi stata donna sarebbe stato diverso, ma mi è andata di culo e posso sfangarla ancora finché c’è mamma, quindi spero che sia per tanto.-

-Se Seh! Ma te li ammazzi a parole i profughi?- borbotta lui. -E mollami!- Fà sciò con la mano. -Ci vado da solo a letto. Ovunque dove possa non sentire la tua voce stridula..- Sbuffa, borbotta e lo vedo sparire in anticamera.

Poi mi ricordo una cosa. -Hey Tears? Stai andando a dormire?-

-No, a giocare a rugby!- Dall’anticamera.

-Aspetta! Kail mi ha dato una cosa per te…- Torno all’elevatore e mentre ci rientro con la coda dell’occhio vedo Tears tornare sui suoi passi e sbucare dall’anticamera su un -Se non è la sua testa non credo mi possa interessare niente di ciò che ha.-

Io prendo il mio zaino, ancora nell’elevatore, e tiro fuori la cartelletta con i documenti che mi ha dato poco fa alla Shield. Poi la passo a Tears.

-Mi ha detto che avevi richiesto a Shelv queste informazioni, poco prima della battaglia, e che però tra una cosa e l’altra non ha fatto in tempo a dartele.-

Lui guarda la cartelletta con un sopracciglio su ed uno giù, poi l’apre e quando legge due righe sul primo foglio la vedo quell’espressione seria. Richiude subito tutto ed annuisce a non so chi. Poi torna sui suoi passi e di nuovo scompare in anticamera, silenzioso.

-Che era?- La voce di Tom che, zitto e dietro la penisola, ha assistito a tutta la scena. Mi stringo nelle spalle.

-Informazioni sul suo conto, per quel che ne so. Ma sono stato bravo e non ho sbirciato, nonostante ne avessi ben più che voglia. Tears ha detto che me ne parlerà, prima o poi, e non vedo perché non dovrei dare fiducia al coglione che fino ad adesso mi ha tecnicamente salvato la vita non so più quante volte.-

Ridacchia. -Ci tiene proprio a te eh? Sei sopravvissuto anche a questa….-

Mi siedo su uno sgabello e lo fisso mentre immerge earl gray nell’acqua bollente anche per me. -Nah, è che non è in forma..- dico sorridendo. Lui mi passa una tazza.

-Hai usato la sua macchina, senza permesso, e sei vivo. Se fosti stato una persona qualunque, ed anche se lui fosse stato in punto di morte, saresti morto prima tu.-

****

Il novellino sta mettendo su panza con tutto quello che mangia.
“Colpa della crescita” dice lui. E intanto io quasi mi riaprivo in due lo stomaco per ritirarlo in piedi.

Mi stringo la ferita. Brucia come una stronza, questa puttana, ed io mi sento una cazzo di checca.

F1_1Non posso mangiare niente, non posso bere, non posso fumare, non posso muovermi a piacimento… Convalescenza, la chiamano. Convalescenza il cazzo!
Che poi io faccia comunque tutte le cose elencate, a volte anche contemporaneamente, fregandomene, è un altro paio di palle… Anche perché per vivere così allora facevano prima a lasciar perdere. “No no, ma si vive anche senza milza” ti dicono. Poi te la tolgono e si ricordano di aggiungere gli effetti collaterali…
EH, estocazzo.

Apro la porta di questa camera, sbuffo scazzato e mi appoggio di spalle al battente chiuso.
La stanza è buia ad eccezione della luce della luna, ormai alta in cielo, e quella strana luminescenza pulsante che viene dal letto.

Mi passo la mano sulla ferita e stringo la presa sulla cartelletta.
Qualche istante, cammino di fronte al letto e poi finalmente l’apro e fisso le prime righe sul primo foglio.

Tears Dragan.
Data di nascita 01 Maggio 1981.
Luogo di nascita: Sevyhal.
Figlio di Tabata Mirthindil e Logan Dragan.
Maggiore di tre fratelli gemelli: Tears, Sin e Rain Dragan.

Prendo un bel respiro e finalmente alzo lo sguardo su di lui, nel letto.
Sorrido amaro.

-La vuoi sentire una favola, Sin?- mormoro a quello che, a tutti gli effetti, è il cadavere di mio fratello.