-Ueh, Dà…- sento. La voce di Tears.

 

Chiudo l’antina dei medicinali e lo vedo, mani in tasca del cappotto e solito ghigno strafottente.


-Tears… Alla fine sei venuto a trovare Kail eh?- lo punzecchio.

 

Lui borbotta. -Ho solo accompagnato il novellino, ch’è là dentro, e Shelv è occupato per cui mi sto scassando il cazzo dalla noia, ma già che sono qui ho una roba da chiederti.- dice, ravanandosi nella tasca dell’impermeabile di pelle.

 

-Ho finito gli immunosoppressori.- dice ondeggiando la scatoletta trovata in tasca.

 

Io sospiro, gliela prendo dalle mani e la butto nel primo cestino li accanto. -Queste non ti servono più Tears..- dico.

 

-Come sarebbe a dire? Non mi avevi detto che avrei dovuto prenderle per il resto della mia vita?-

 

Sospiro. -Sì… ma ho promesso a Rain che avrei smesso di dare- imito virgolette immaginarie nell’aria. -“Quella merda”- dico. -a Sin, quindi deduco che sottintenda anche a te…-

 

-Cosa?- dice, non capendo.

 

-Quelle pastiglie, Tears, servivano a tenere bloccati i tuoi snodi ancora chiusi. Lo stesso principio attivo che mettevo negli antipsicotici di Sin.- dico indicando il cestino.

 

-E… gli immunosoppressori? Quelli che non mi fanno sputare gli organi trapiantati?- tentenna.

 

Io lo fisso. Ci può arrivare.

 

-Non mi hai mai trapiantato niente, vè?-

 

-Bravo.-

 

-Sti cazzi…- commenta facendo due più due.

 

-Già- commento, andando a sedermi alla mia scrivania.

 

-Sono immortale!- ghigna.

 

Mi  siedo e lo guardo male. -No, Tears. Non sei immortale, e vorrei che voi tre teneste bene in mente che avete lo stesso potenziale di vostra madre. Diviso Tre. E Tabata è morta.- preciso.

 

-Ok…- si ficca di nuovo le mani in tasca.

 

Io annuisco -Ecco.-

 

-Quindi mi stai dicendo che se procreiamo perdiamo il potere? Perché non succede agli elfi?- chiede.

 

Sposto le ultime radiografie del Colonnello nella sua cartella, meditando. -Non lo so, non ho fatto test su di voi, né tanto meno su vostra madre quando vi aspettava o dopo, e comunque, tenendo conto che siete sterili, è anche inutile pensare all’eventualità. Ma posso sospettare sia perché i vostri snodi non sono innati come negli elfi, bensì ricreati appositamente, e tipo non so, si disattivino o…- alzo lo sguardo.

 

Lui è lì, in piedi, occhi sgranati e mani in tasca.  

 

Realizzo. -Oddio.. Tears, è vero, scusa, tu non lo sapevi!-

 

-Ahe… quindi… tipo, sparo a salve?- chiede tentennante.

 

-Io…- Che gaffe, perlamiseria! -Non… non avrei voluto lo sapessi così.-

 

-Ma. E… Sin e… E Rain lo sanno?- chiede incredulo.

 

-Sin sì, Rain non so, non credo, e non ho potuto controllare su di lui..-

 

-Ah! Su di me e Sin sì però!- protesta.

 

-A Sin è venuto il dubbio molto tempo fa e mi ha chiesto lui di fare dei test, perché non era possibile, mi disse, che nessuna tornasse a… ahemn… rompergli le scatole…-

 

-E io che centro!?-

 

-Mbhè… ero curioso… e qui ho un sacco di materiale vostro… Su di te è molto probabile, ma in effetti non ne ho la certezza perché mi mancherebbe_-


Mi indica. -Non ti azzardare. Vaffanculo.- dice.

 

-Ok ok…- Metto le mani avanti. -Comunque è molto probabile che lo sia anche tu, ecco.- concludo.

 

Lui borbotta per un po’, guardandosi intorno, poi entra nella camera di Kail borbottando un -Mbhè, fottecazzi, mi basta che l’impianto idraulico funzioni…-

 

-Allora? Facciamo quelli che si levano dai coglioni??- chiede a Samirien.


***

 

-No.- dico, roteando su me stesso e tornando sui miei passi.

 

Lui, seduto alla sua scrivania mi fissa. Un pacchetto di fonzies in mano. -Ragiona in astratto, non pensare solo allo Iantor, pensa a questo mondo in generale.-

 

Fissa qualche istante il soffitto, buttandosi in bocca patatine. -Dunque… Geografia identica, stessa atmosfera, esseri viventi e razze, se escludiamo gli elfi. Almeno fino a poco tempo fa non ci conoscevano e noi ne siamo venuti a conoscenza solo quando ci siamo scontrati, un botto di anni fa, cos’era? 1980?- chiede.

 

-23 Novembre 1980.- preciso scocciato. -E non era un botto di anni fa.- sottolineo.

 

Tentenna. Io sospiro e riprendo il filo del discorso. Cammino avanti ed indietro, mani dietro la schiena. È così che medito. -I mondi si scontrarono Stati costieri contro Italia, poi rotolarono su se stessi, per stabilizzarsi con Akrem e Busto Arsizio…- specifico.


-Che hanno di speciale?- chiede.

 

-Mbhè, Ansa Atrima custodiva lo Iantor. Per questo sono teoricamente sicuro che lo Iantor di questo pianeta sia qui, a Busto.-

 

-Perché?-

 

-Prima di tutto, perché il nostro mondo s’è attaccato a questo? Così, di punto in bianco.- gli rigiro la domanda.

 

-Mbhè… Non sapevamo se prima eravamo stabili….- Giusta osservazione.

 

-Ok.- ammetto. -Supponiamo che è dalla notte dei tempi che stiamo viaggiando e siamo sempre stati diretti verso questo, o viceversa, questo era diretto verso noi: perché?- chiedo.

 

-Non ne ho idea…-

 

-Io credo che gli Iantor si attirino tra loro.-

 

-Ma da cosa puoi dedurlo?-

 

-Perché Busto ed Akrem?-

 

Si stringe nelle spalle e si guarda intorno. -Non lo so, magari un caso?-

 

-No, sono l’epicentro per forza, perché ci siamo scontrati con i loro stati, la botta ci ha rimbalzato più volte, abbiamo rotolato su questo mondo finché non ci siamo stabilizzati, e siamo finiti esattamente qui. Quindi queste due città hanno in comune qualcosa, e quel qualcosa è lo Iantor.-

 

-Teorie.- dice lui facendo centro nel cestino con il sacchetto di patatine finite.

 

-Comprovate dal fatto che sono riuscito a portare lo Iantor qui!- protesto.

 

-In che senso?-

 

Torno alla scrivania e apro uno dei miei libri in un punto esatto, dove ho messo un nastro come segnalibro. -Nei secoli passati abbiamo cercato più e più volte di portare lo Iantor fuori da Akrem, ma questo ad un certo punto scompariva e riappariva dove ora c’è la chiesa. Si riusciva a spostare al massimo sempre nella zona della città di Akrem, ma se lo portavi troppo lontano e per troppo tempo PAM! spariva e ricompariva in un punto preciso, dove hanno poi edificato la chiesa di Ansa Atrima ed il suo altare. Mentre io l’ho portato addirittura in un altro mondo, e non è mai tornato “a casa”.- dico, mimando le virgolette in aria.

 

-Ok…- ammette. -Teoria valida, ma potrebbe essere perché Busto, come speculare di Akrem, veniva intesa dallo Iantor come la stessa cittadina, quindi non tornava “a casa” perché ci si sentiva già. Rimangono sempre teorie.-

 

-Certo, mi servi te e la tua informatica per la pratica!- protesto.

 

-Ooooooook… credo di aver bisogno di qualche informazione nel nocciolo, tipo i dati rilevati dalle antenne_- s’interrompe.

 

-_durante lo scontro?- finisco io con tono canzonatorio.

 

-Ho detto una cazzata, eh?-

 

-Già. Le antenne non c’erano ancora.-

 

– Né qui, né ad Akrem…- finisce lui.

 

-Ad Akrem però c’era lo Iantor… prima dell’istituzione della Shield e di tutti i suoi strumenti e scudi, abbiamo solo quello. Potremmo spulciare le informazioni raccolte dai monaci di Ansa Atrima sul comportamento dello Iantor. Cambia leggermente intensità, colore e luminosità in base agli eventi che lo coinvolgono, e nel nocciolo queste informazioni dovrebbero esserci.-

 

-Nel nocciolo c’è tutto.- ghigna lui scrocchiandosi le nocche e mettendosi finalmente al lavoro.


Io mi siedo ed osservo svogliato i codici scorrere sui monitor. Poi, dopo un paio di minuti, blocco. Tutto scompare e rimane solo il cursore lampeggiante.


Ed uno Zendaru molto basito.

 

Ghigno. -Sbaglio o ti hanno appena buttato fuori?- chiedo.

 

Lui è immobile. Mani ancora sulla tastiera e sguardo sul monitor. Un leggero sorrisino storto sul viso. -Ecco…- tentenna.

 

-Ma come? Non eri il migliore nell’informatica? Mi deludi….- dico io guardandomi distrattamente le unghie.

 

-Senti, hanno fatto qualche cambiamento ultimamente nel nocciolo e ho qualche difficoltà, ok??- protesta punto sul vivo.

 

-Ed io che pensavo che fossi un mezzo genio.- Le mie unghie sono così interessanti.

 

-Io_- inizia lui che SBAAM! vassoio sulla scrivania. Dietro al vassoio di muffin ancora caldi c’è mio fratello, in grembiule, incazzoso e con un asciughino sulla spalla. -Cercate di non litigare voi due ok?? Non mi fate incazzare!-

 

-Perché? Di solito c’è margine?- chiede Zen con già un muffin intero in bocca.

 

****

 

Dopo nemmeno mezz’ora, io e il barista stiamo facendo merenda sulla penisola in cucina, che i due escono dallo studio, confabulando tra loro.

 

-…no, se ho calcolato bene dovrebbe essere nel raggio di una ventina di chilometri massimo.- Il primo è il novellino, mentre guarda una serie di fogli che ha in una mano ed un aggeggio strano che bippeggia nell’altra.

 

-Hai tenuto conto dell’umidità nell’aria?- Sin.

 

-Cazzo hai ragione! Non ci avevo pensato…-

 

-Sono qui apposta, a quanto pare…-

 

Ci passano davanti ignorandoci completamente, noi li seguiamo con lo sguardo, interdetti, fino al montacarichi.


-Il barometro online mi da 76% di umidità oggi a Busto.-

 

-Contando una leggera approssimazione dobbiamo allargare a quasi trenta chilometri.-

 

-Ci vorrà un po’… Ci vediamo dopo Tears.- mi saluta il beota azzurro.

 

-Nessuno ci corre dietro. Ciao ciao…- Sin.

 

-Ciao ciao cosa? Dove cazzo andate?- sbrocco alzandomi dalla penisola.

 

-Dobbiamo verificare una cosa_- inizia Zen.

 

-_troppo complessa da spiegarti.- finisce Sin.


Chiudono il montacarichi ed io sbrocco. -Ma non puoi uscire!!-

 

-Lo controllo io.- alza la mano Zen.

 

-Mi controlla lui.- indica Zen, Sin.

 

-AH! Che ridere!- sclero.

 

-Non so cosa temere di più… Sin che va d’accordo con Zen o io che rimango a casa da solo con te.- borbotta il barista, seduto ancora alla penisola.

 

-Sin! Cerca di stare tranquillo, ok??- urlo nella tromba del montacarichi.

 

-Seh… Ah! Prendiamo la tua macchina!- dice lui, tranquillo.

 

Sclero. -COS… COSA!?! NO_ Sin! NO!- Mi aggrappo al portellone.

 

-…o lui che prende la tua macchina…- borbotta l’altro alla penisola.

 

-Sin!!- urlo. Ma il telefono squilla ed io sento il motore della Leòn avviarsi, nei garage. Prendo il telefono. -PRONTO!-  bercio.

 

-Controllo Prigionieri. Uno degli obbiettivi si sta allontanando. La situazione è sotto controllo?- mi chiede un goloide dall’altro capo del telefono.

 

-La situazione ha la mia macchina! Stocazzo è sotto controllo!!- sbrocco.

 

Il barista mi sfila il telefono di mano. -Lasci perdere, ne siamo a conoscenza, tutto ok!- dice, e chiude la chiamata.

 

-HA LA MIA MACCHINA!- urlo.

 

-Sin sa guidare, avanti…- dice quello là, minimizzando e tornando alla penisola.

 

-Certo! Finché non lo superano o gli negano una precedenza!- lo raggiungo.

 

-Questo è vero…- mormora. -Tende un po’ a prenderla sul personale…-

 

***

 

-Posso guidare?- chiedo.

 

-Sognatelo.- mi risponde, secco. Chiude lo sportello del guidatore ed io mi affretto a salire come passeggero.

 

-Ma Tears lo lasci guidare…- protesto mentre mi metto la cintura.

 

-Tears ha permesso di fare un sacco di cose che nessun altro può fare con me.- avvia e partiamo.

 

-Ook… Sento di non voler conoscere l’elenco.-

 

***

 

Siamo alla periferia della città, ed è passata un’ora ormai da quando siamo usciti di casa.

 

-Quel robo cos’è?- mi chiede.

 

Io cammino in giro, fissando il monitor dell’aggeggio che ho in mano. -Un cazzillo che ho messo insieme con pezzi di cellulari e cose varie… Ho scaricato i progetti delle antenne della Shield e funziona con la loro stessa base, m’è stato utile per rintracciare alcuni frammenti di Iantor. Solo è molto approssimativo e spesso s’impalla… è ancora in beta diciamo.-

 

-Ricorda vagamente quel coso che avevano nel film i Ghostbuster.- commenta lui perplesso.

 

Allora se n’è accorto! -Vero?? L’ho fatto apposta!- dico.

 

-…Non avevo dubbi…- mormora lui scazzato. Si sta guardando intorno, perplesso.

 

-Di base funziona generando un segnale. Una cosa molto simile all’impulso elettrico del nostro cervello quando gettiamo un incantesimo, e se c’è un frammento nelle vicinanze riesco a localizzarlo perché mi rimanda un impulso simile indietro.-

 

-Uhmn… Non male come idea.- dice come assorto in pensieri propri.

 

-Qualcosa ti rende perplesso?-

 

Non mi risponde.

 

***

 

Rumore della porta che si apre. -NAKI??- dico io sporgendomi dal letto.

 

-Salve Colonnello.- dice invece lui facendo capolino nella stanza con la testa ed un enorme sorrisone.

 

-Ah… Lendl.- dico. Se non si fa viva entro sera, farò l’offeso. Punto.

 

Entra, scortato da un paio di guardie. -Adam, la prego… Il Generale mi ha dato la possibilità quando si sarebbe svegliato di venirla a trovare, ovviamente con la scorta… Ah, questi sono per lei.- dice porgendomi un insieme di barre di ferro distorte e roba assemblata con catene.

 

Pare il bouquet di un’improbabile miss terminator. -Che diavolo…?- dico.

 

Ondeggia il capo. -Dovrebbe essere un mazzo di fiori, cioè, non sono mai andato a trovare nessuno in ospedale, ma di solito mica si portano cioccolatini o fiori? – dice. -Mbhè in cella non c’era niente di simile… per cui… c’erano sbarre e catene, ho usato quelle… ecco…- sembra un po’ imbarazzato dalla cosa, evidentemente avrebbe davvero voluto presentarsi con qualcosa ma non aveva modo di portare null’altro. Cerca di sistemarli in un vaso, sul mio comodino, ma un vaso normale non reggerebbe mai un peso simile, per cui ci rinuncia e li poggia alla ben e meglio sul piano.

 

-…Li hai fatti te?… Complimenti per mbhè, la fantasia…- dico.

 

Localizza uno sgabello e lo porta a fianco al letto. -Mi sono esercitato un sacco con gli origami da piccolo. Quando ho sbloccato lo snodo della forza è stato un casino, rompevo tutto… Mamma mi ha detto di esercitarmi con roba delicata e… oddio li facevo di carta eh… Non con le sbarre, ma non mi è molto diverso… Credo che mio fratello si sia esercitato su Sin, ma per me era un po’ più complicato…-

 

Mi scappa un sorriso, lui mi guarda interrogativo ed io mi stringo nelle spalle. -Parli sempre di Tears come “mio fratello”-

 

-Sì? Mbhè, purtroppo lo è…-

 

-Anche Sin, ma lo chiami per nome, mentre Tears specifichi sempre che è tuo fratello, come… a precisarlo ogni volta.-

 

Sbuffa e si siede sullo sgabello. -Mio fratello era una specie di despota da piccolo. Noi non potevamo muovere un dito o fare un passo che lui non fosse lì tipo corvo del malaugurio a tenerci d’occhio e dirci di fare o non fare qualcosa, manco fosse mamma. Noi ovviamente facevamo qualsiasi cosa solo per il gusto di vederlo sclerare, il problema è che la maggior parte delle volte aveva ragione. Ribadiva ch’era il suo compito perché era il maggiore. Era una palla mostruosa ma porca vacca, ci ha parato il culo un sacco di volte. E anche quando facevamo una cazzata e scappavamo per non farci prendere da mamma o papà, lui rimaneva indietro e si prendeva la colpa salvandoci. Ci sentivamo già sicuri da piccoli con quel rompicazzo intorno. Era tipo… indistruttibile. La nostra roccia. Un rompicoglioni, ma indispensabile. Cadevamo, ci facevamo male, venivamo sgridati, e piangevamo, come tutti i bambini. Lui no. Al massimo… mugugnava e ti guardava male. Io l’ho visto piangere solo quella notte. Quando tirava mio fratello per trascinarlo fuori di casa. Mentre Sin allungava la mano verso l’armadio dove io ero ormai tecnicamente spacciato, lui lo tirava via per un polso, e guardava l’armadio.- sospira. -Ma piangeva. Ha fatto la cosa giusta, con le informazioni che aveva, io ero morto, qualcuno ci cercava, sarebbe tornato, avrebbe preso anche Sin, Sin era bloccato dal terrore, non aveva la prontezza di spirito di capire che io ero sicuramente morto là dentro, sarebbe rimasto lì. E lo avrebbero preso.- Fa una pausa, valutando, mentre fissa il pavimento come a rimettere insieme le informazioni in suo possesso. -Fece la cosa giusta. Ma non fu quella che voleva fare.-

Lo guardo. Lui fissa un punto, come metabolizzando quelle sue ultime stesse parole. Poi mi fissa di nuovo, sopracciglia alzate. -È per quello che lo pesto.- dice con candore, stringendosi nelle spalle. -Perché vorrei tanto odiarlo, perlamiseria! Ma non puoi odiare Tears Dragan. Non è fisicamente possibile se lo conosci.-

 

Rido.

 

Si stringe nelle spalle. -Eh, così lo pesto. È il mio modo per dirgli vaffanculo e ti voglio bene allo stesso tempo.-

 

-Credo che questa sia l’unica forma di affetto che Tears possa riconoscere e gestire.-


-Lo so. Sono suo fratello, dopotutto.-


Scuoto il capo, sospiro e cerco di tirarmi meglio a sedere. Rain se ne accorge, si alza e mi aiuta mettendomi un altro cuscino dietro la schiena. I punti mi fanno un male boia. -Ascolta, Adam. Prima dell’esplosione, chiesi a Shelv di farti togliere dagli arresti, ed assegnarti direttamente a me.-


-Il che significa…?- chiede.


-Che sarò il tuo supervisore. E che se vuoi puoi iniziare a lavorare per la Shield. Mi farai da assistente, soprattutto ora che sono chiuso qui dentro, ho bisogno più che mai di una mano. Se è quello che desideri.-

 

Si mette sull’attenti, sorridente. -È quello che voglio, Colonnello.-

 

***

 

Ore dopo abbiamo perlustrato tutta la periferia confinante con Castellanza.

 

Sbuffo e spengo il mio “acchiappa frammenti”. -Niente, qui non c’è nemmeno un frammento, figuriamoci uno Iantor intero… Anche se fosse “dormiente” come abbiamo ipotizzato, qui non…- mi volto e lui è lì che guarda per aria, sopra il tetto di un centro commerciale, credo. La mano sull’elsa di una katana che sotto lo spolverino non avevo nemmeno notato s’era portato appresso. -Sin?- chiedo titubante.

 

Lui non mi risponde.

 

-Che c’è?- chiedo di nuovo.

 

Una pausa, poi l’elsa della katana torna invisibile sotto lo spolverino e si volta di nuovo verso di me, ma non mi sembra sia realmente lì con la testa. -Mi è sembrato che fossimo osservati.- dice.

 

-Ti sei sbagliato?- chiedo titubante.

 

-…Raramente sbaglio.- mormora. Poi sospira pesantemente. -Ma in effetti sono molto stanco.- dice massaggiandosi la fronte. -Torniamo a casa, continueremo domani.-

 

-Ok.- dico, avviandomi con lui verso la Leon. -Ultimamente sei molto stanco… Il tuo frammento funziona bene?- chiedo.

 

Attendo, ma non mi risponde.

 

-Ok…- concludo. Mai forzarlo a rispondere. Non vorrei ci ripensasse su ‘sta tregua e decidesse di farmi lo scalpo con quella maledetta katana….

 

****

 

Entro nel salone e li vedo dove devono essere. In circolo, seduti gambe incrociate a terra. Mani in avanti, palmi aperti verso ciò che custodiscono, occhi chiusi in piena concentrazione.

Il profumo dell’incenso e il suono delle campane tibetane nell’aria sono rilassanti.

Mi affianco a lui, mi siedo accanto a gambe incrociate e fisso avanti a me.

 

Ha gli occhi chiusi, concentrato. Lunghi capelli corvini lisci sulla pelle marmorea.

Mi ha sentito, ma non voglio disturbarlo. Quando la sua concentrazione tornerà ad allinearsi con la sua mente dopo il mio ingresso disturbante nella sala, mi rivolgerà per primo la parola.

 

Passano alcuni istanti, poi finalmente apre gli occhi a mezz’asta e guarda anche lui di fronte a sé. -Dunque?- chiede.

 

-Non sono ancora pericolosi…- mormoro.

 

Dopo qualche istante richiude gli occhi lentamente. -Ma potrebbero essere fastidiosi.- dice.

 

Mi alzo. -Procedo.- Ed esco dalla stanza.

 

***

 

Sono le undici di sera, ed io sono ancora nell’ufficio del Generale a far rapporto. O mi abituo presto, o sono sicuro che questo lavoro mi ucciderà. -I lavori di riparazione sulle capsule di trasporto sono stati ultimati questa mattina. Nel pomeriggio sono stati eseguiti i test di affidabilità, superati col massimo dei risultati.- Gli porgo la cartella con i dati rilevati e i test effettuati, lui la prende e comincia a leggerne i dati all’interno. Io proseguo, ormai so che può tranquillamente verificare quei calcoli ed ascoltarmi senza alcun problema. E probabilmente nel mentre potrebbe anche progettare una nuova macchina di trasporto senza batter ciglio… -I condensatori sono stati sostituiti, i potenziometri anche. Abbiamo recuperato alcune molle del sistema idraulico, e le ho mandate alla commissione per l’anali_-


-Alcune?- chiede mentre sottolinea qualcosa sulle schede che gli ho dato.

 

Mi spiazza. Tentenno. -Sì signore.-

 

-Alcune è un termine poco preciso, Tenente Colonnello.- Sottolinea.

 

Deglutisco. -Undici su dodici, signore. Di cui una molto danneggiata.-


-Undici su dodici…- ripete.


Attendo.

 

-Prosegua.- dice. Ed io lo faccio. -L’accumulatore è completamente pieno, Signore. 8980 Hertz di Silon. Se le batterie fossero state più capienti avremmo persino potuto accumulare più energia.- Il che è assolutamente straordinario, ma non batte ciglio. O lo prevedeva o… boh, è un cyborg.
Proseguo. -Ho provveduto a stilare una lista_ – dico estraendola dalla mia borsa dei documenti. -_di ciò ch’è andato perduto, di ciò che si può recuperare e di ciò che è già stato ripristinato in piena operatività.- Poggio la lista sulla scrivania, lui continua a sottolineare e scrivere appunti accanto ai documenti che gli ho dato prima. Documenti che mi sono costati due giorni di lavoro e che lui temo stia distruggendo in cinque minuti. -La signorina Satify sta stilando una lista dei costi per le riparazioni del reparto anomalie. Dovrebbe concludere per domani mattina.-

Attendo. -Dopo lo stesso reparto anomalie, tutta la Shield dovrebbe tornare operativa, Signore.- chiarisco infine.

 

Lui non parla, finisce di scrivere qualcosa sull’ultima pagina della mia relazione, chiude la cartelletta e me la porge senza guardarmi. Nel frattempo inizia già a dare un occhio alla lista che gli ho appena passato.

 

Do una rapida occhiata alla cartelletta che mi ha ridato indietro. Soffro internamente. Ci sono altri due giorni di lavoro scritti accanto nella sua ordinata calligrafia. Sospiro.


Si appoggia allo schienale della poltrona e scorre la lista. Indice destro poggiato sulle labbra, pensieroso. Infine annuisce e mi fissa appena da sopra la linea degli occhiali da lettura. -Bene, Tenente Colonnello. Credo che possa staccare dal turno.- dice.

 

Turno che dovrebbe essere finito quasi cinque ore fa…

 

Annuisco. -Un’ultima cosa Signore.- dico mentre lui ha già riaperto il suo portatile e sta già digitando sulla tastiera. Non mi guarda né dice nulla, ma ormai so che sta ascoltando. -Il Colonnello Kail, qualora volesse fargli visita, stamattina si è svegliato.- Alza lo sguardo da sopra il monitor e addirittura smette di digitare sulla tastiera.

 

Deglutisco.

 

-Mi ha chiesto le informazioni in ordine di importanza e…- tentenno -…essendo le sue condizioni stabili, non ho ritenuto fosse un’informazione così degna di nota.- Mi sa che ho fatto una gaffe mostruosa…

 

Mi fissa. Torna a digitare. -Ha perfettamente ragione, Tenente Colonnello.- dice, calmo. -Può andare.- aggiunge.

 

Sospiro. Mi metto sull’attenti e saluto.

Voglio tipo iniziare a dormire appena fuori dalla porta di quest’ufficio, perlamiseria.

 

***

 

Entro e non mi accorgo nemmeno di aprire la porta di scatto.

Lui è seduto a letto, sta leggendo un libro.

 

Quando entro, lo poggia sulle gambe e mi fissa. -Hey!- dice, con tono risentito.


-Allora è vero. Stai bene…- dico io, incredulo. Se non fosse per il braccio steccato, la benda sull’occhio e la gamba ingessata non sembrerebbe nemmeno ferito… Meno di dieci giorni fa si è preso un’esplosione in faccia e ora è lì tranquillo, seduto a letto che legge.

 

-Mbhè, buongiorno eh…- dice mettendo il broncio. Sento la rabbia montarmi dentro, stringo i pugni. -Lo sai che sono venuti a trovarmi tutti prima di te?- continua. -Ma tipo tutti eh, pure Tears, te pensa che_-

 

-Sei ufficialmente sospeso!- urlo.


Lui rimane basito. Non si aspettava una reazione simile.
Naturalmente sono felice che non sia morto ma il suo comportamento in una situazione di allarme è stato letteralmente ingiustificabile, ed ora che è fuori pericolo deve fare i conti con le sue responsabilità.

 

Tentenna. -Ahe… Mbhè… dall’infermeria non credo che avrei comunque potuto lavorare…- vaneggia.

 

-Non è in infortunio, Colonnello! Lei è ufficialmente sollevato dagli incarichi per condotta irresponsabile verso se stesso e i propri sottoposti!- dico.

 

Lui prende un lungo sospiro e si massaggia la fronte. -Ma li ho mandati fuori tutti prima…- sospira con un tono di sopportazione del tutto fuori luogo.

 

-Lei era ancora all’interno, ciò significa che il reparto non era stato messo in sicurezza come da procedura! Sopra la curva di Kirye, il protocollo prevede che il reparto venga completamente evacuato e messo sotto protezione!-


Finalmente prende un po’ più sul serio la cosa e tenta giustificazioni. -Non era possibile metterlo sotto protezione. L’energia era talmente alta che aveva fatto saltare il software e gli strumenti d’azionamento dell’impianto di sicurezza, ho dovuto azionarlo a mano e comunque non sono riuscito ad attivare l’ultima leva!-

 

-Bisognava evacuare, dunque. Tutti!- urlo sbattendo entrambe le mani sul materasso.

 

Ci guardiamo, seri, fissandoci diretti negli occhi a meno di dieci centimetri uno dall’altro.


Poi sorride, appena, e poggia una mano sulla mia. -Naki… è tutto ok. Sto bene.-

 

Rimango spiazzato per qualche istante, poi mi torna la rabbia, ancora più forte. Mi levo di scatto la sua mano di dosso e comincio a camminare per la stanza, mani dietro la schiena. -Non stai affatto bene! E comunque non sei morto solo perché sei un mezz’elfo!-

 

-Oh. Il tu.- dice. Poi fa la faccia de “lo splendido” scostandosi un ciuffo dalla fronte. -Mbhè sai, è difficile dimenticarlo. Le orecchie a punta, il fatto che sono ancora uno splendido ventenne a 40 anni…-

 

Io lo fisso immobile, con lo sguardo di pietà più espressivo che possiedo. -Credo tu stia troppo a contatto con Samirien…- dico infine.

 

Sospira e si stringe nelle spalle. -Naki, se non avessi azionato almeno il 90% del sistema idraulico di sicurezza, ci sarebbe stato un terremoto all’interno della città, la Shield sarebbe esplosa, avremmo tirato giù di nuovo tutta la villa e con i rapporti diplomatici a rischio non era il caso di provocare altri danni.-

 

Io mi siedo sul bordo del letto e mi massaggio le tempie.

 

È stata una giornata dura. Sono state giornate dure. Perlamiseria, sono mesi che la situazione peggiora sempre di più qui dentro, ed ora è il primo momento in cui sento che posso finalmente un po’ a rilassarmi.

 

-Poi vabbhè, ammetto di aver avuto un culo enorme… Ricordo di aver gettato uno scudo di protezione un istante prima, ben conscio che non sarebbe servito a molto. Mi hanno spiegato che sono stato catapultato direttamente dentro l’armadio blindato dell’hardware. Quegli armadi erano stati vuotati solo due settimane fa per portarne il contenuto nel nuovo reparto informatico….-


Fisso il muro davanti a me mentre mi spiega come il fatto che non sia stato smembrato in mille pezzi sia stata solo una casualità degna di un vincitore alla lotteria.  

 

-…e avevo fatto togliere i ripiani per poterli spostare in magazzino qualcosa come due giorni prima… Cioè, t’immagini? Non solo erano lì, vuoti, ma senza pianali e aperti. Metti anche solo che ci fossero state le mensole dentro. Tipo… te tiravi via le macerie, aprivi l’armadio ed io ero lì, bello stoccato a fette ben riposte su ogni mensola!-

 

Devo essermi rilassato troppo. Il cervello s’è spento, mentre lo ascolto non penso a nulla, fisso il muro innanzi e lui prosegue con -Immagina che scena splatter da film di categ_-

 

Mi volto e lo bacio. Così. Di scatto.

Stringo il suo volto tra le mani e lo bacio realizzando solo adesso che è davvero vivo. È ancora qui, a dire idiozie come suo solito, vivo e vegeto.

 

Mi ritraggo di scatto e finiamo per fissarci, entrambi trattenendo il fiato. Lui è… perlamiseria, scioccato! Realizzo solo ora che il mio gesto non ha alcun senso! Cosa diavolo mi è passato per la testa!?


Mi alzo di scatto per andarmene ma lui mi si aggrappa alla divisa e mi trattiene.

 

-Lasciami andare!- ordino, stizzito.

 

-No. Ascolta…- mi dice, calmo.

 

Tiro uno strappo alla divisa e me lo stacco di dosso. -Non ho intenzione di parlarne!- dico, ma lui mi riafferra all’ultimo quasi ribaltandosi dal letto, si aggrappa e mi tira di forza. Non me lo aspetto, mi sbilancio e per non cadere sul comodino inciampo e finisco disteso di schiena sul letto. Lui mi afferra le spalle da dietro, mi abbraccia, mi tira a sé e non mi molla. -Ok!! Ok… senti, tu non parli perché non sai cosa dire o perché non vuoi farlo o… o non mi interessa perché! Ma fa parlare me prima che mi si strappino definitivamente tutti i punti e riversi budella per questo maledetto letto!-

 

Smetto di dimenarmi. Silenzio.

Soli in quella stanza, con il silenzio del personale minimo per il turno di notte in giro per la Shield, non penso a niente. Sono la statua di me stesso.

 

Non so se voglio sentire cos’ha da dirmi, vorrei solo essere fuori da questa stanza, vorrei solo andare a casa e buttarmi nel letto, vorrei non aver mai_

 

-Ti ricordi la sala ricreazione a Saharian?- dice.

 

Mi si resetta il cervello. Forse non ho capito bene. -Cosa?- chiedo.

 

Mi sta alle spalle, mi tiene bloccato con entrambe le braccia e non lo vedo in viso. Non voglio vederlo in viso, in effetti, non ora. Ma non capisco la domanda, cosa diavolo centra?

 

-Ricordi? C’era quell’odiosissimo gioco che ti piaceva tanto, e che io detestavo… Quello col pannello inclinato e tanti paletti che uscivano dalla superficie. Bisognava andare in cima e far scivolare un cerchio sul pannello, poi scommettevamo in quale casella sarebbe finito di sotto rimbalzando a caso tra i paletti. Te vincevi sempre.-

 

Finalmente lo ricordo -Ah, si…- Tentenno. Non capisco cosa diavolo c’entri ma il fatto di aver iniziato questo discorso mi ha perlomeno tranquillizzato un attimo.

 

-Ricordi quel paletto scheggiato? Quello in fondo, che deviava o bloccava tutti i cerchi.-

 

Sorrido. -Sì ricordo. I cerchi s’inchiodavano tutti lì e vi mandava in bestia.-

 

-Ad una certa il gioco finì per diventare il “quanti cerchi riesci ad incastrare sopra quel paletto malefico”.-

 

-Finché col peso s’è staccato.- dico.

 

Ricordo anche la delusione sul viso di tutti che avevano radicalmente cambiato le regole del gioco per via di quel paletto.

 

-Esatto.- dice. Fa una pausa, come se il punto del discorso fosse quello, un maledetto paletto su di un vecchio gioco di quando eravamo in caserma. -Giorni che impilavamo cerchi, finiti i cerchi siamo passati a monete, cartoncini, tutto quello che riuscivamo a trovare in giro lo impilavamo sopra. Poi un giorno, senza dar alcun segno di cedimento, il paletto s’è staccato e BRAM, giù tutto. Noi stavamo calcolando come incastrare tra in ventesimo cerchio e il decimo cartoncino una moneta, che BRAM. La nostra ormai scultura d’arte moderna, distrutta. Gioco finito.-

 

Non capisco. -Stai cercando un modo per illustrare il detto “l’ultima goccia che fa traboccare il vaso”? Intendi licenziarti dopo questo evento?-

 

-No no, come al solito non hai capito niente…- dice.

 

-MA_- inizio, lui mi stringe un po’, inclinandosi per arrivare a parlarmi diretto nell’orecchio.

 

-Eh… Siamo in un territorio dove non capisci nulla, su, tutti hanno un punto debole.- mormora.

 

-MA!- ripeto io.

 


Illu18_5-Shhh, fammi parlare.- dice. Fa una pausa e riprende. -Quel paletto prima era lì a rompere le scatole, bloccando i cerchi e mandando in malora tutto il gioco. Poi è diventato divertente, poi è diventato la base di tutto. Non ci abbiamo fatto caso, non abbiamo architettato tutto il nostro divertimento su quel paletto lì, quello era il paletto rompiscatole, però nei giorni successivi ci siamo messi ad architettare tutti gli incastri possibili su quello che stava sopra al paletto. Mi segui?-

 

-Non credo.- dico, ed in effetti mi sono totalmente perso.

 

-Ora ci arrivo…- dice. Inspira. -Dunque… quando… qualche mese fa hai deciso di immolarti per la causa… In un istante, tutto è diventato completamente inutile nel mio cervello. Tutto quello per cui ho studiato, il grado raggiunto nel mio lavoro, la Shield, tutto. Se non c’eri più tu, non c’era più niente a tenere su tutto il castello che ho costruito sopra con tanto sudore. Capisci ora?-

 

Non replico.

 

-Tu per me sei…-

 

-Non lo dire.- lo blocco.


Tentenna. Poi credo che vari il tiro all’ultimo e dice, trionfante -Sei il mio paletto malefico!-

 

Mi scappa un sorriso per come s’è difeso in extremis. Poi sbuffo. -È stupido e controproducente basare tutta la propria esistenza su un essere vivente. Sono instabili, emotivi, e muoiono.-

 

-Già. Anche uno stupido paletto scheggiato mezzo rotto non era esattamente il posto dove basare le nostre sculture post moderne. Ma non ci abbiamo pensato perché è successo mentre non ce ne accorgevamo, mentre eravamo impegnati in altro. Non sono cose che progetti, queste, ok?- dice lui risentito.

 

Silenzio. Per minuti. Non ho più molta voglia di alzarmi da questo letto.

 

-Eppoi… magari tu fossi emotiva, perlamiseria! Almeno ogni tanto!-

 

Una gomitata, convalescente o meno, se la prende in pieno.

 

***


Sono nei sotterranei della Shield. Arrivo alla mia macchina e appoggio la fronte alla portiera, distrutto.
Un’altra giornata così e mi recupereranno col cucchiaino…

 

-Signore!-


Una voce, mi volto. Dalle scale che portano agli uffici, sbuca il nuovo chirurgo, che mi viene incontro con un plico di fogli arrotolati in mano.


Sospiro. -Dottore…- saluto, mentre mi massaggio i muscoli indolenziti del collo.


-Ha un attimo Tenente Colonnello?- chiede raggiungendomi.

 

Trovo le chiavi della macchina in tasca, e apro la chiusura centralizzata.

 

-Veramente sono completamente devastato… Non so come faccia il Colonnello a reggere i ritmi del Generale, ma s’è importante…-

 

-Lo è.-

 

Figurarsi se mi avrebbe lasciato andare. -Ok… Mi dica.-

 

-Ho dei documenti da farle vedere.- dice risoluto passandomi il plico che ha in mano.


Io lo fisso. -A me?-

 

-Lei mi ha ascoltato… Il Generale no. E…mbhè, questi… dubito sarebbero documenti che lui stesso vorrebbe nelle mie mani…-


È una cartella medica quella che mi porge. La cartella medica di Nakiri Shelv di Ashyal.


-Questi documenti sarebbero riservati….- dico.

 

-Sì, ma in questo caso per un altro motivo. Le basterà la prima pagina.-

 

Apro. Leggo.
Nome, cognome, data di nascita, razza e…