02/01/1971

Quando le ho detto “corri più che puoi” non intendevo “decolla”, ma praticamente m’è scheggiata via e non l’ho più vista, porco d’uno Iantor e di quel bastardo che l’ha creato!

-Dov’è Tab!?- urla Daniel, affiancandomisi, sopra il rumore delle guardie che ci corrono appresso armate fino ai denti e che intimano di fermarci.

-NON LO SO!- sclero. -Le ho detto corri e…- smanacco in direzione della fine del corridoio. -…E L’HA FATTO!- sbuffo. -L’hai preso!?- aggiungo poi cambiando argomento. Domanda stupida, visto che ce l’ha tra le braccia.

-Sì!- risponde senza guardarmi. -Tab sarà all’uscita! Muoviamoci!- grida, e mi supera.

Non mi volto, punto alle spalle le balestre che ho una per ogni mano, e sparo alla cieca mentre bestemmio. -AH! Devo correre!?- Un paio di urla alle spalle m’assicurano d’aver fatto centro. -NON ME NE ERO ACCORTO! ME LA STAVO PRENDENDO COMODA, IO!!- Ricarico coi denti e mentre altre frecce di balestra mi sibilano terribilmente vicino, conio nuove bestemmie.

Finalmente siamo fuori, c’era un portone credo, qui, ma suppongo che Tab l’abbia divelto correndoci attraverso.
Senza nemmeno accorgersene, temo.

Lei è qui, in effetti, terrorizzata. Entrambe le mani sulla bocca e il resto dell’esercito di Saharian che ci attende oltre l’uscio divelto.

-MERDA!- urlo, e sparo un altro paio di volte alle spalle, giusto per aggiungere punti esclamativi al disappunto. -E adesso!??!- Mi volto di scatto e lancio pure le balestre, ormai scariche, pigliando in piena faccia uno che crolla all’indietro sanguinante.

-Abbiamo la chimera reale dalla nostra parte! Sai cosa può farci l’esercito intero??- sbotta Daniel.

-AH! NIENTE!- sclero io senza neanche voltarmi a guardarlo. Tiro un pugno al pavimento e, finalmente fuori dal laboratorio, la barriera di mitigazione magica dell’edificio non ha più effetto e si può fare le cose seriamente.

Una decina di coni di pietra alti una manciata di metri s’ergono dal pavimento trafiggendo tutta la prima fila d’inseguitori contro il soffitto, ed ingabbiando momentaneamente gli altri dietro.
Ansimo un paio di bestemmie tra i denti e rimango inginocchiato un attimo. Usare la magia a questo livello mi debilita parecchio. Deglutisco, m’alzo e mi volto verso Daniel sfoderando la katana.

Il bambino che ha tra le braccia inizia a piangere e tra gli strepiti di Tab impaurita e le urla di quel bambino, tra poco mi metto ad urlare anch’io così magari ci assumono come gruppo nu-folk…

-Io non voglio uccidere nessuno!- strepita lei verso il dottore.

Tab è completamente nel panico, mentre Daniel è calmissimo. Ed io non ho capito che diavolo ha in testa. -Vuoi davvero mandarla avanti come centravanti di sfondamento!?- chiedo.

-Non ci penso nemmeno, e se me la catturano!?- sbotta passandomi il bambino.

-EH!- dico io che, ormai è palese, non ho capito un cazzo. Afferro il bambino per un piede e lo reggo alla bell’e meglio con l’unica mano libera che m’è rimasta.

-Dottore, non credo di farcela…- piagnucola lei mentre Daniel le sbottona il vestito dietro la schiena. Il capitano dell’esercito che abbiamo davanti ci sta dicendo qualcosa, ma noi ce ne sbattiamo per cui è come se niente fosse, per ora.

Torniamo al fatto che le sbottona il vestito.
Strabuzzo gli occhi. Che diavolo….

-Ce la farai…- la rassicura Daniel.

-Ma non l’ho mai fatto con due persone contemporaneamente!-

Ok.
Io ho davvero bisogno di spiegazioni.

-Daniel?..- chiedo tentennante. Lui non mi guarda, si porta a fianco a lei e le si aggrappa alla vita.

-Logan, muoviti! Attaccati!-

Rinfodero la Katana e balbetto qualcosa che non capisco nemmeno io. Lei, tutt’ad un tratto in pieno delle sue facoltà mentali, m’afferra per un braccio e mi strattona verso di sé. -DEI!- sbotta. -Il tuo ritardo mentale è stupefacente!!-

E sì, quando ad un tratto le scapole sulla sua schiena si allungano tendendo la pelle e trasformandosi in due enormi ali di tipo due metri l’una, rimango senza fiato.
Che recupero ampiamente appena ci stacchiamo da terra..

È stato allora che ho scoperto d’aver paura di volare, soprattutto attaccato alla vita di un esperimento biologico che vola sopra un intero esercito che ti spara…
Non che capiti molto spesso ma, hey, messa così non è una fobia tanto assurda, no?

****

Camminiamo per giorni, settimane. Evitando le strade, evitando qualsiasi contatto. Bivacchiamo solo quando siamo sicuri che nessuno possa vedere la luce del nostro fuoco. La maggior parte delle volte dobbiamo optare per accartocciarci in qualche grotta o tra qualche albero.
Qualche settimana dopo, siamo momentaneamente rifugiati in uno dei boschi dei dintorni di Sevyhal, finalmente abbastanza tranquilli d’accendere almeno un piccolo fuoco, fuori dalla portata d’occhi indiscreti.

-COME SAREBBE A DIRE CHE DOBBIAMO DIVIDERCI!??- sclera lei con il tono simile a quello d’una scimmia strafatta d’eccitanti.

-TACI!- le urlo, e lei si volta impettita, con addosso la maschera offesa e le braccia incrociate a quell’enorme petto, ma almeno tace. Io torno a parlare con Daniel. -Come sarebbe a dire che dobbiamo dividerci!?- sbrocco pure io.

Daniel sospira. -Dobbiamo cercare di attirare il meno possibile l’attenzione. Cercano due persone più una chimera ed un neonato. I nostri obbiettivi sono Sevyhal e Samirien, gli unici due posti sicuri per entrambi.- dice accennando al bambino e Tab.

-Io andrò a Samirien, lascerò il bambino in un orfanotrofio e poi vi raggiungerò.-

Lo fisso.

-Non ti preoccupare..- dice sorridendomi. -A Sevyhal fanno entrare anche le chimere, è l’ultimo avamposto degli esodati. Non c’è nemmeno bisogno di dare nome falso, per te. Non saresti il primo dell’esercito di Starla a dare picche, soprattutto in questo momento di declino. Ti terranno d’occhio per qualche tempo, giusto per essere sicuri che tu non sia una spia, ma poi ti lasceranno stare, ed è sempre meglio non dare un nome falso ora e poi essere scoperti… nessuno crederebbe più a qualsiasi versione daresti. Cercate di dare poco nell’occhio, tenete un profilo basso, fate capire che non siete un pericolo…- guarda oltre le mie spalle: Tab. -Cerca di non farla arrabbiare…- aggiunge a bassa voce.

-Dovrebbe entrare in coma adesso e rimanerci!!- sbotta lei, con quel suo udito da elfo del cazzo.

Daniel ci sorride un’ultima volta, passa il neonato sul braccio sinistro e mi porge la mano destra. -Ci rivediamo qui, tra un anno esatto.- dice.

Io annuisco e gli stringo la mano. -Un anno.-

****

-Come diavolo avete fatto a perderli!? Erano solo in tre! Con un neonato al seguito!!-

Con una manata butto a terra tutte le carte che avevo sulla scrivania. Resoconti, relazioni… Stupide scuse per giustificare una fuga inaudita.

-Signore, ma uno di loro era la chimera e_- tenta inutilmente uno dei soldati di guardia al laboratorio.

-Una disadattata insieme ad un medico e un neonato! Ed un solo soldato!!! Voi siete un plotone intero!!- Mi alzo di scatto e lancio loro appresso il candeliere che ho sulla scrivania -È per colpa di uomini come voi che Saharian sta capitolando sotto lo stupido stato liberista e matriarcale di Samirien!!!-

Li vedo indietreggiare. Tutti.
Cerco di fare il punto della situazione e calmarmi. Mi siedo. Inspiro e medito. Io sono Il Generale Anser. Tutta la resistenza esegue ciecamente i miei ordini, non posso permettermi scenate del genere nemmeno in questi casi. Sbuffo seccato e lancio uno sguardo di fuoco al dottor Minkar, in piedi accanto a me. Lui lo incrocia ed abbassa lo sguardo, colpevole.
Se non avesse costretto il Dottor Lafelv ad eseguire test su quel neonato umano, probabilmente la chimera reale sarebbe ancora tra noi, e con lei l’ultima speranza di vincere questa guerra.

Inspiro, espiro e cerco di fare il punto della situazione. Ormai è tardi per recriminare, e dopotutto il dottor Minkar ha reagito sotto le mie pressioni per accelerare il processo nello studio chimere. Ormai siamo alle strette. Sento il fiato di Samirien sul collo. Quella dannata Carolina Di Samirien se la starà ridendo dietro pizzi e merletti.

Sento un leggero mormorio tra le file, non li calcolo. Sospiro. -I posti più probabili dove possono essersi rifugiati sono Samirien, Sevyhal e le foreste di Jirdar. –

-Signore… Sono posti immensi… soprattutto Samirien, ed è impossibile penetrarla… e copre una superficie total_-

-CREDI CHE NON LO SAPPIA!?- urlo. Tutti si zittiscono di nuovo.

Lo so anch’io che sono posti immensi e le forze a nostra disposizione sono sempre minori per colpa di Samirien e tutti gli stati deboli che sono passati dalla loro parte. -Cominciate dalle città principali. Chiedete a chiunque! Usate tutti gli infiltrati che possediamo, che riferiscano ogni minimo particolare rilevante! TROVATELI!!- urlo.

-Signorsì!- in coro.

E si affrettano ad uscire.

****

-Esodati?-

-Sì- dico. Tab si stringe e me. Mi artiglia il braccio nascondendosi dietro la mia schiena. A volte mi chiedo se si renda conto che potrebbe tirare giù una città intera con un solo dito, se volesse. Di cosa diavolo ha paura?

Il tipo davanti a noi sospira. È una lunga giornata per lui e probabilmente lo sono state anche le precedenti.
Quasi sicuramente lo saranno anche le prossime, se l’esercito di Sevyhal non decide di spostarlo da questo lavoro ingrato.
Abbiamo fatto una fila lunga non so nemmeno io quanto. So solo che quando l’abbiamo iniziata non ne vedevamo la fine e non sapevamo nemmeno per cos’era. Abbiamo dovuto chiedere a quelli in fila che cosa stavano aspettando. Tutti la stessa cosa. Entrare a Sevyhal per rifugio politico. Esattamente come noi.

-Motivi religiosi o politici?- chiede meccanicamente il tizio senza nemmeno alzare lo sguardo dal modulo che sta compilando a noi. Il che è un bene. Io ho ancora indosso l’uniforme di Saharian, cosa che ha dato molto da pensare ai tipi in fila con noi. Tra gli sguardi minacciosi, e quelli impauriti, però, ho incontrato anche molti solidali. Quelli con la mia stessa divisa. Gradi diversi, sezioni diverse. Ma lo stesso esercito. L’esercito dei “cattivi”.

-Credo… si possa dire politici.- rispondo.

Il tipo, un soldato semplice dalle mostrine che indossa, spunta la casella ancor prima della mia risposta. Dev’essere l’unica casella che ha spuntato per tutto il giorno.
-Nomi.- chiede.

-Logan Dragan e Tabata.-

Il tipo scrive. -”Tabata” cosa?- chiede poi, scocciato.

Io mi ghiaccio. Abbiamo fatto mille ore di fila e non ci siamo inventati un cognome! Perlaputtana!

-Dragan!- dice lei sbucando alle mie spalle. Ha capito il mio tentennamento un secondo prima del tipo e ha risposto appena in tempo. Poi realizzo e la guardo interrogativa ma non faccio in tempo che il soldato le rivolge la domanda che ho in testa anche io.

-Sorella, madre o moglie?-

Lei si ghiaccia con l’occhio pallato. Non può essere mia madre! Perlamiseria, non è abbastanza vecchia! Non può nemmeno essere mia sorella, a meno che mia madre non fosse una donna promiscua! Ha le orecchie a punta, si vede che è un elfo! Abbiamo segato quelle fottute corna, ieri, nel bosco, e abbiamo nascosto sotto l’enorme gonna la coda! ma non potevo mica tagliarle le orecchie! L’unica risposta è -Moglie.- dico. E mannaggia allo Iantor, non mi viene in mente prima “Cugina” o quelle robe lì…

Lei si volta verso di me con lo sguardo inorridito e io le tappo la bocca con una manata prima che dica cazzate. Il mio cervello vaga cercando un possibile cognome da nubile se dovesse finire per chiedercelo, ma non lo fa.

-Precedenti professioni lavorative?-

Ispiro. Ora lo so che alzerà quello sguardo… -Primo tenente Chimico Farmacista dell’aviazione nell’esercito di Saharian.- dico.

Alza lo sguardo. Mi fissa in volto, lancia una breve occhiata a Tab stretta intorno al mio avambraccio che mugola. -Perché gliel’hai detto? Ora ti porteranno via..-

Le faccio cenno col capo di stare calma. Il tipo guarda la mia uniforme. Si sofferma sulle mostrine. Poi spunta un altro paio di caselle su quel modulo ed alza un dito.
Due tipi dietro di lui lo raggiungono.

Finalmente firma il modulo, lo timbra e lo incasella in un faldone diverso dagli altri.

Incrocia le mani e sospira. -Esiste una procedura specifica, per i militari di Saharian, Tenente.- dice. Poi sorride e mi guarda. -Non si preoccupi, l’ho passata anch’io…-

I tipi dietro di lui mi fanno cenno di oltrepassare il bancone e seguirli. Appena faccio un passo Tab mi stringe il braccio e quasi me lo spezza. Reprimo il dolore e tento di sorriderle, quello che ne esce credo che sia una via di mezzo tra un ghigno satanico e lo sguardo di un malato di mente. -Tabata… Per cortesia… lasciami…- dico cercando di suonare gentile, poi aggiungo, sibilando in modo appena percettibile. -Mi stai frantumando il braccio!-

-Non andare! Ti faranno del male!-

-Non mi_-

-Sì, e poi io rimarrò da sola! Non voglio rimanere da sola!-

-Tab_-

-NO.- Credo di aver sentito un distinto stock provenirmi dall’avambraccio. Ho le lacrime agli occhi dal male. Mi mordo il labbro per non urlare. Per fortuna interviene il tipo di prima. Si avvicina, vede le mie lacrime (di dolore) e le sue (di panico) e fortunatamente trae conclusioni sbagliate.

-Non si preoccupi, Signora. Dobbiamo solo fare alcune domande a suo marito… e illustrargli come si svolgerà la vostra integrazione con la popolazione di Sevyhal.-

Tab tentenna. Io tiro su col naso e cerco di non urlare. Credo di avere una frattura scomposta all’avambraccio, che tra poco diventerà esposta se Tab non si calma.
Tu la guardi: nana, tutta vestita di rosa, coi codini (per coprire la radice delle corna che abbiamo tagliato) e due occhi lacrimosi e pensi “oh, poverina… che donnina dolce..”
Poi spacca braccia senza nemmeno accorgersene.

Finalmente mi molla il braccio.

****

Sono appena uscito dalla sala dell’interrogatorio. Sono ancora confuso e ho un braccio rotto all’insaputa del mondo, che il tipo di prima dice -Deve amarla tanto, sa?-

-Cos…- Mi guardo intorno ed è lì, appoggiato al muro, braccia conserte. Il soldato di prima. Deve aver finito il turno mentre m’interrogavano.

-Ha passato tutto il tempo del suo interrogatorio a piangere e ad implorarci di non farle del male, che senza di lei era perduta.-

-Ah..- Te credo… in fondo è la verità, Tab senza di me non ha la più pallida idea di come muoversi. Ha sempre vissuto chiusa in una gabbia nei sotterranei del laboratorio a Saharian, non avrebbe la minima idea di come comportarsi tra gli umani, ed ormai nemmeno tra gli elfi…

Si stacca da quel muro e mi raggiunge. -Ora le spiego terra terra come si svolgeranno esattamente le cose… e posso farlo con cognizione di causa visto che anche io ero nell’esercito di Saharian.-

Vede il mio sguardo dubbioso e mi fa il saluto dell’esercito di Saharian: pugno destro chiuso accanto al viso, all’altezza della linea degli occhi. Sorrido e sospiro. -Sottotenente Rivel Gariel, addetto alla polveriera di Sarina.- si presenta.

Controsaluto svogliato. -Questi saluti è meglio lasciarli perdere ormai… e anche i gradi, Gariel.-

-Ha perfettamente ragione.- sorride in rimando.

-E dammi del tu… me lo davano anche tutti i miei sottoposti… è irritante il Lei.-

Sospira. -Bene, Logan. Le cose andranno così. Ti terranno sott’occhio tra i sei mesi o un paio di anni. Dovrai presentarti due volte al giorno al comando, trovare un impiego entro un mese e tutto andrà a posto. Una volta sicuri che non sei una spia infiltrata, verrà data la cittadinanza a te e alla tua signora. Per ora potrete stare negli alloggi degli esodati. Sono spartani, ma perlomeno c’è un tetto sopra la testa.-

-Mi stringo nelle spalle. Non chiedo di meglio.-

-Il rancio per gli esodati viene distribuito a mezzogiorno e alle otto di sera nel campo centrale, dove verrete assegnati. Vi verranno dati dei tesserini per ritirarlo. Ma se trovi un buon posto di lavoro entro pochi mesi potrete prendervi una casa per voi, magari modesta… Sevyhal è stata bombardata l’anno corso, e il lavoro non manca, la bassa manovalanza è molto richiesta.-

Annuisco. -Non sono un nobile spocchioso, spaccare pietre e spostare tronchi non mi spaventa.- E soprattutto presi parte a quel bombardamento. Forse un qualcosa a questa città glielo devo…

****

Quando il colpo si abbatte a meno di dieci metri da noi, l’unica cosa che mi passa per la testa è proteggere il bambino. Mi volto, m’accuccio e lo stringo a me. Sperando che almeno lui sopravviva.

Lo scoppio è assordante, lo spostamento d’aria è qualcosa di duro come il granito che si abbatte sulla mia schiena e mi sbalza in avanti, per aria. Come un muro che t’investe con la forza di mille cavalli. Urlo ma non lo mollo, e in un ultimo tentativo, prima di svenire, cerco di voltarmi di schiena mentre cado.
Poi il nulla.

Quando apro gli occhi credo siano passati pochi minuti, ma mi ritrovo disteso in un letto di paglia, pancia sotto. Il viso voltato di lato. La prima cosa che sento è il dolore alla schiena. Mille aghi mi attraversano la spina dorsale.
Sono vivo. Mi fa male la schiena, le gambe e credo qualcosa che sia almeno il 90% del resto del corpo. Questo è positivo, credo. Non solo sono sopravvissuto, ma non sono nemmeno rimasto paraplegico.

Cerco di dire qualcosa, ma la gola è arida, mi esce solo un grugnito. Metto a fuoco davanti a me e vedo l’imboccatura di una grotta. All’interno, oltre a me, un fuoco modesto che si sta spegnendo, una sacca di pelle ed una borraccia accanto al mio giaciglio.
Chi mi ha portato qui?
Richiudo gli occhi solo un istante, ma non so quanto realmente è passato, perché quando li riapro la luce che penetra nella grotta è molto più rosea. La luce del tramonto. E su di essa una figura in controluce si staglia. -Alla buon’ora..- dice una voce femminile. -Il giovane padre single s’è svegliato, visto piccolo?- dice rivolgendosi ad un fagotto che ha in mano. Io cerco di alzare almeno la testa, ma di nuovo mille aghi nella schiena mi dicono che no, forse se ti hanno messo in quella posizione è perché ci devi stare.

La figura entra nella grotta, ravviva con un ramo il fuoco, poi finalmente s’inginocchia di fronte a me e mi squadra. Occhi neri e pelle abbronzata. Umana. -Ci sei?- mi chiede.

Grugnisco un assenso.

-Hai dormito due giorni, lo sai?-

Grugnisco qualcos’altro.

-Cosa?- chiede lei. Poi capisce, prende la borraccia e mi aiuta a tirar su la testa abbastanza da bere un sorso. Appena l’acqua tocca la mia lingua mi rendo conto di quanto ho dannatamente sete, e svuoto la borraccia. -Salute.- dice lei, alla fine.

-Coma- dico io, schiarendomi prima la voce.

-Cosa?-

-Ero in coma, molto probabilmente…- La testa mi sta esplodendo. -Chi sei? Mi hai soccorso tu?- chiedo.

-No, il fantasma degli Iantor perduti.- dice lei ironica, una mano su un fianco.

-Il bambino?- chiedo poi realizzando. Sono intontito. Ce l’aveva in braccio?

Lei sorride, si volta e lo prende da un altro giaciglio molto più piccolo e sempre di paglia. -È qui il tuo bambino…- dice mettendomelo a fianco. Ha qualche ferita al volto, ma solo escoriazioni leggere che si stanno già rimarginando. Sorrido e sospiro sollevato.

-Allora, mi spieghi perché un bel ragazzo come te girava in un campo di guerra con un neonato in braccio?-

-Fuggivo da Saharian-

-Sei di Saharian!?-

Sbotta lei alzandosi di scatto ed indietreggiando.

-La parte che voglio sottolineare è “fuggivo”.- chiarisco, stanco.

Lei mi fissa poi torna a sedersi, sempre sospettosa. -Sei un civile? Non indossi nessuna divisa.-

-Sono un medico, e questo bambino l’ho sottratto dai laboratori della capitale…-

Lei mi guarda, poi fissa il fuoco per un po’, immagazzinando le idee.

-Tu invece?- chiedo. -Porti una divisa, ma non sono mai stato molto bravo a riconoscerle.-

Sorride appena. -Samirien.-

-Samirien!?- dico. -Samirien manda le donne a combattere??-

-Certo… perché? Si combatte roteando il pene, sul campo di battaglia?-

Rimango ghiacciato dalla risposta, poi rido. Lei sorride e butta un altro tronco nel fuoco.

-Generalmente le donne non possono far parte delle milizie, né cittadine né tantomeno dell’esercito, però in tempo di guerra tutto cambia, e questa è stata una delle cose ch’è cambiata per prima.- spiega.

Dò un occhio alle mostrine. Non ci capisco niente di quelle di Saharian, figuriamoci di quelle dei nemici, però posso capire che non è un soldato semplice. -Dove sono i tuoi uomini?- chiedo. -O donne…- aggiungo poi titubante.

Lei fissa il fuoco, seria, per qualche istante. -Sono rimasta solo io.- dice poi.

Lo scoppiettare del fuoco riempie minuti di silenzio in cui so sta ripensando a cose decisamente non piacevoli. La guerra porta solo a questo.

-Eravamo in ritirata. Eravamo rimasti in tre. Poi il colpo che ti ha sbalzato via ha fatto lo stesso con gli ultimi miei due uomini.- Mi guarda di sfuggita, un sorriso debole, le labbra tese dietro gli incisivi. -Tu sei sopravvissuto.- conclude.

Passa qualche minuto, io cerco di muovermi. Mi fa un male cane la schiena, ma finalmente riesco a mettermi seduto. -Ti ho medicato con quel che mi era rimasto nella cassetta pronto soccorso, ma non so esattamente cos’ho fatto, non sono un medico io.- Sospira. -A casa metto giù al mercato, e qui… mbhè, qui prendo a calci in culo i cattivi..- borbotta. Io rido appena, quel tanto che la mia schiena me lo permette.

-Eri in ritirata quindi?-

-In realtà quello è stato l’ultimo colpo prima di battere loro in ritirata, tra un paio di giorni verranno i nostri e prenderanno possesso anche di questa zona. Sicuramente prima che tornino i Sahariani, con tutte quelle che ne hanno prese…- sospira. -Il mio compito qui è concluso.- sorride. -E pensare che dovrei essere a casa adesso…-

-La guerra ci porta in luoghi che non avremmo mai pensato di visitare…- dico.

-No macchè, io sono in licenza! Quegli stronzi ci hanno attaccato tipo dieci minuti prima che partissi per tornare a casa!- sbotta lei.

-Ahemn… Vacanze brevi?- cerco di sdrammatizzare.

-Che vacanze! Quel coglione di mio marito prima di farsi ammazzare m’ha ingravidata! Perlaputtana!-

Rimango di nuovo di ghiaccio. Mi esce solo un -Oh.- Mi schiarisco la voce. -Mi spiace per la tua perdita…-

Lei non dice niente, fissa il fuoco. -Spiace anche a me!- dice poi buttando con stizza un ultimo tronco nel fuoco. Poi si alza ed esce. -Cerco altra legna, te non ballare il valzer con quella schiena!- comanda.

Io accenno solo un -…ok..- poco convinto.

Quella donna da sola in battaglia credo sostituirebbe una decina degli uomini di Saharian.
Comincio vagamente a capire perché Samirien stia vincendo…

****

Fortunatamente, appena recuperata Tabata (ed essere riuscito a staccarmela visto che mi si è lanciata addosso come fossi un salvagente) ho potuto gettarmi un incantesimo di guarigione sul braccio mentre attendavamo che ci portassero al nostro alloggio. Verso sera ci hanno dato i tesserini, ed accompagnato in un enorme tendone. All’interno: alcune sezioni divise da tende. Ce ne indicano una. 17-E. Apro la tenda ed oltre c’è un letto matrimoniale, due comodini ed un armadio. Fine. I bagni sono in un’altra tenda, comuni, ci dicono. E ci mollano lì.

Appena il tipo esce Tab sclera tutto di botto e quasi mi spavento. -Non vorrai dormire nel mio letto!! MALEDETTO SCREANZATO!!- urla indicando il matrimoniale.

-Zitta!- dico mettendole una mano sulla bocca.Lei me la morde e quasi mi porta via un dito… -Sei fuori di testa!?- sibilo. -Ti sentiranno! Siamo marito e moglie per loro!- sbotto tenendomi la mano morsa. Afferro una coperta dal letto, un cuscino e li scarico per terra. -Starò qui! Ma devo stare in questo loculo, sia per la copertura sia per tenerti sott’occhio! Posso ricordarti che sei l’essere vivente più ricercato del pianeta?!? Io sono qui per questo, oltre che per farti da assistente sociale!!-

-Tutte scuse per vedermi in camicia da notte, maniaco!!- urla stringendosi le coperte rimaste, addosso a quelle enormi tette.

-Se potessi scegliere non vorrei vederti affatto, maledetto esperimento genetico! M’hai scassato la vita!! Eppoi chissà che cazzo c’hai là sotto! Tipo i tentacoli!-

-Qui l’unico che dovrebbe avere un tentacolo là sotto sei tu, se mi ricordo bene l’anatomia umana! Ma a quanto pare le donne ti intimoriscono, vero!? Ecco perché voi di Saharian avete tanta paura di Samirien!-

-Senti, femmina! Prima di tutto tu non sei una donna, in secondo luogo qua sotto c’è una proboscide tanta, che però non ho assolutamente intenzione d’inserire in qualsiasi infernale pertugio tu abbia in mezzo alle gambe, quindi ora quietati e taci almeno un secondo nella tua vita, perlaputtana!!- urliamo tra i denti per non farci sentire, e finiamo a fissarci con lo sguardo di fuoco.

Poi della musica ci distrae. Esco dal nostro loculo e non vedo nessuno. Tutte le tende degli altri loculi sono aperte, vuoti.
Metto il muso fuori dalla tenda del nostro settore e nel campo centrale il fuoco è acceso, un grosso fuoco. Su uno degli enormi tronchi che sono disposti in circolo, ci sono seduti dei musicisti improvvisati, tamburelli, violini scordati e un tamburo.

-Checazz_-

Tabata si affaccia con la grazia di un carro armato e per poco non viene giù tutta la tenda. -Oddèi ballano! Oddèi voglio ballare! Oddèi andiamo!-

“Oddèi è bipolare!” penso io.

Guardo intorno. Un pentolone enorme sul fuoco, vino rosso e spezie dentro.

Test passato. -Bevono. Andiamo.- dico facendola passare per prima.

Lei mi guarda con gli occhi luminosi di una bambina felice, poi corre verso agli altri esodati che stanno ballando, si volta e mi fa cenno di seguirla, per ballare. Rimango un po’ interdetto. Io volevo solo bere… Poi mi stringo nelle spalle. Via… chissenefrega. Per ora va tutto bene no? Perché non rilassarsi…

Dopo un po’ rido e mi avvicino appena per far in modo che mi senta. -Ma sai ballare almeno?- chiedo mentre si agita, a ritmo, certo, ma sembra una marionetta slogata!

-NO!- ride lei e volteggia. Io le prendo una mano e le faccio fare una piroetta su se stessa. Lei ride così forte che alcune persone accanto che stanno applaudendo a ritmo si voltano verso di noi e ridono con noi. -Dove vai??- mi tira poi per una manica e per un pelo non mi ribalta.

-Voglio bere! Prendo un bicchiere di vino, dai, vieni anche te!- L’afferro per la mano e lei mi segue sempre sorridente. Si guarda intorno estasiata.

Sono solo esodati malconci che battono su tamburelli intorno ad un fuoco di campo ma per lei è il paradiso. Rido e scuoto la testa. Ci vuole poco per farla arrabbiare ma altrettanto per farla felice, dopotutto.
Mi faccio dare un bicchiere di vino e ne prendo uno anche per lei. Lo afferra felice. -Cos’è?- chiede.

-Vino! È buono! Speziato.-

-Non ho mai bevuto né il vino né tanto meno uno speziato, ma ok!- e lo tracanna di un sorso.

-ASPE!- tento, ormai tardi per impedirlo.

-Scotta!!- urla lei mettendosi in automatico entrambe le mani sulla bocca.

-Te lo avevo detto di aspettare!- rido. -E poi lo reggi l’alcol?- chiedo sorseggiando.

-Cosa?- mi biascica lei ridendo.

Rido di nuovo, di gusto. -Non importa! Mi hai già risposto!-

****

Ballare il Valzer magari no, ma ho decisamente bisogno di andare in bagno, per cui, non senza qualche difficoltà mi alzo dal mio giaciglio e ci metto un quarto d’ora solo per raggiungere l’imboccatura della grotta.
Il piccolo neonato dorme tranquillo nella paglia, avvolto da una coperta, abbastanza vicino al calore del fuoco ma non a sufficienza per rotolarvi dentro.
Decido che posso assentarmi un attimo.

Quando mi affaccio sento singhiozzare. Mi sporgo appena e vedo la sagoma di lei, rannicchiata, seduta in terra, voltata verso il cielo stellato della notte.
Chino il capo.
Credo che aspetterò ancora un bel po’, prima di svuotare la vescica.

****

Ho tutte le ossa incriccate per aver dormito sul pavimento, e non sono ancora del tutto sveglio, ma ho intenzione di trovarmi un lavoro per poter prendere una casa in affitto. Tenere sott’occhio Tab in una tenda con dozzine di persone, all’interno di un campo con centinaia di persone, non è esattamente quello che ho in mente come “protezione”. Oltretutto Daniel mi ha dato il nome di un contatto qui a Sevyhal nel caso avessimo bisogno di aiuto, e sono intenzionato a trovarlo il prima possibile.

Così è mattina presto, abbiamo fatto tardi ieri, abbiamo bevuto, eppure siamo già in giro per la città. Che lei non accusa il colpo visto che razza di essere è, ma io ho qualche problemino in più…

-Oddèi Oddèi! LOGAN!!!- sbotta lei di colpo.

Mi volto con la mano già sull’elsa delle katana e la trovo, invece che tipo assediata di guardie che la vogliono dissezionare, appiccicata alla vetrina di un negozio.

Saltella pure. A pugni chiusi saltella sul posto ed emette onde stridule tipiche delle ragazzine isteriche nella fase del “oddiomipiacetroppo”.

Sbuffo e mi avvicino. -Cosa?- biascico scazzato. Lei mi tira verso di sé, finendo per spalmarmi addosso a lei e poi m’indirizza la testa verso la vetrina, quasi staccandomela dal corpo ed incastrandomela nel vetro. -GUARDA GUARDA!!! Non è un amore!??!-

Vedo distintamente l’occhio pallato del commesso all’interno, agghiacciato dallo SBONGH che ha fatto il mio cranio sul vetro.

-Ma cosa??-

-Quel vestito!!!- indica.

Strabuzzo gli occhi e metto a fuoco. -Oddei, è un vestito?-

-E cosa diavolo pensavi che fosse!?- sbraita mani sui fianchi.

-Una bomboniera rosa di un metro e mezzo promozionale per l’allestimento della vetrina…- guardo l’insegna, ma in effetti questo è sul serio un negozio di vestiti, e non bomboniere…

-NON DIRE IDIOZIE!- scatta lei subito, isterica. -Lo voglio!- aggiunge poi con gli scintillii negli occhi e le mani giunte in preghiera.

-Te lo scordi! Non abbiamo soldi per mangiare, figurati se butto il poco che abbiamo per un vestito del tutto inappropriato al “passare inosservati”.-

-Ma a me piace tantissimo!- dice come se fosse la soluzione alla discussione.

Sospiro affranto. Ci metterò un’ora per toglierla da quella vetrina…

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28/02/1971

Sono passate quattro settimane da quando siamo qui. Alternativamente possiamo dire che sono state due settimane d’inferno con litigate infuocate in cui cercavamo di ucciderci a vicenda e le altre due… mbhè, abbastanza gradevoli.

S’è di buon umore, avere Tab a fianco è come avere una donnina dolce e tranquilla. Un po’ infantile ma ti mette gioia addosso. È piuttosto semplice farla felice. Tanto quanto farla incazzare…

Ho trovato un lavoro. O meglio, me lo ha trovato l’amico di Daniel. Si chiama Tesfa e ha un panificio/drogheria qui a Sevyhal.
Durante la guerra il cibo diventa la cosa più preziosa che ci sia e, sembrerà strano, ma gli assalti alla panetteria erano più che frequenti. Nelle poche volte in cui venivo qui per farmi dare delle dritte e sapere novità dal fronte, ho sventato un paio di furtarelli e qualcosa di anche più serio, con armi alla mano, e alla fine quello a darmi il lavoro è stato proprio lui: Tesfa. Tendenzialmente faccio lavoro di carico e scarico, bassa manovalanza, ma sono sempre in negozio e fungo anche da guardia del corpo. Ovviamente non potevo lasciare Tab nella tendopoli mentre io ero qui, per cui settimana scorsa abbiamo affittato un appartamentino minuscolo qui sopra, nel palazzo della panetteria, dove lei passa tutta la giornata tra cucinare, ricamare e cucire tendine/fazzoletti e tutto quello su cui può attaccare passamanerie fronzolose a mio avviso di pessimo gusto. Nonostante sia rinchiusa in casa, non si annoia. Dice che ha un sacco di persone con cui conversare, e quando le ho detto di avere meno comunicazioni possibili con la gente, lei mi ha liquidato dicendo che nessuna persona in vita sapeva ch’era lì. Non ci ho capito niente, ma so che non dice bugie, percui mi va bene così: meno gente la vede, più è al sicuro. Essendo sopra al negozio, riesco a tener d’occhio l’appartamento, e così la zona andando avanti ed indietro per lo scarico e carico.

Ora sono qui, che sto scaricando sacchi di farina, quando dal negozio sento la voce di Tesfa chiamarmi a gran voce. -CORRI LOGAN!-

Butto per terra un sacco e mi appresto ad attaccare chiunque sia in negozio ma oltre il bancone non c’è nessuno e dietro c’è solo lui, col giornale. Non capisco. -GUARDA!- dice alzando la prima pagina del giornale di fronte a me.

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La porta non l’apro, la tiro giù quasi con una spallata. -TABATA!!- urlo entrando in casa.

Ma non vedo nessuno.
Mi guardo intorno. Il monolocale è minuscolo per cui non c’è molto da vedere. Da sotto il divano sbuca una lunga coda rosa.
Fragments_Sd_LoganTabRimango basito, poi trattengo la risata e mi avvicino appena. Sentendo i passi avvicinarsi, la coda batte impercettibilmente il parquet, nervosa. -Tab?… Sono io, Logan.- dico.

La coda si ferma.

Attendo. -Sei sotto il divano per caso?- chiedo poi, sempre cercando di non ridere.

-No.-

Rido, non ce la faccio più. -Ah no?…- dico. -Mi sembra di vedere la coda…-

Uno scatto e la coda finisce col resto sotto il divano. Poi salta su inviperita, in piedi di fronte a me, tenendo il divano sopra la testa con una mano. -PERLAMISERIA MA VUOI FARMI MORIRE D’INFARTO!??!?- urla spettinandomi. -SI ENTRA COSÌ IN CASA?!?!?- il divano non è più al suo posto. Né in casa, temo… Ma non importa. -GUARDA!- dico mettendole praticamente in faccia il giornale.

Lei lo fissa, interdetta, poi lo afferra e lo legge per bene. Si siede su una sedia, una mano sulla bocca. -È… È finita?…- chiede titubante.

Annuisco -Samirien ha invaso Saharian, due giorni di assedio, poi hanno ottenuto la resa.- Sospiro. -La guerra è finita.-

Lei mi guarda, gli occhi pieni di lacrime. -Quindi… possiamo smettere di nasconderci?- chiede speranzosa.

La fisso. Non voglio darle brutte notizie, ma… non voglio nemmeno illuderla.

-No Tab. Forse sarà più semplice ma… temo che non smetteranno di cercarti…-

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30/12/1972

-Dobbiamo andarcene!-

-Santiddèi! Perché??- scatta lei subito nel panico. È notte e sono tornato a casa di corsa perché stavo dall’altra parte della città, a timbrare quello stramaledetto cartellino di presenza solo perché sono un ex soldato di Saharian. -Tesfa ha detto che sono sulle nostre tracce, non sanno ancora esattamente dove siamo ma sono vicini, dobbiamo andar via!-

-MA_- si guarda intorno a scatti. -Le nostre cose! La nostra casa!-

-Avanti Tab, lo sapevi ch’era temporaneo! Non è la prima volta che cambiamo! Prendi quello che puoi e che non ci intralcia nella fuga ed andiamo! Dobbiamo fare presto. Tesfa ci ha trovato una casa in periferia, cade un po’ a pezzi ma è lontana da occhi indiscreti e sicura.-

Scatta ad una cassettiera, apre un cassetto, poi senza prendere nulla va all’armadio, apre un’anta, la richiude. Poi si lascia cadere seduta sul letto, e inizia a piangere.

Io continuo a fare la mia valigia. -Tab, non è il momento!-

-NON È MAI IL MOMENTO!!!!- urla lei.

Butto con stizza una maglia nella mia valigia e mi volto per urlarle in faccia, ma lei è lì che piange ed io mi ritrovo solo a sbuffare.

-Non è mai il momento…- piagnucola lei. -Non è mai il momento per fermarsi… per…- Mi guarda. -Per quanto dovremo fuggire? Eh? Quando potremo finalmente fermarci e vivere? Senza il terrore che qualcuno venga a prenderci? Quando riusciremo a farci una vita?-

-Quando si stancheranno di cercarti, ma fino ad allora non gliela daremo vinta! Io non mi sono fatto due palle così a scarrozzarti in giro per farti prendere proprio adesso perché c’hai le crisi isteriche perché non puoi lasciare qui la tua amata abat-jour o il piumone rosa!-

-Nessuno te lo ha mai chiesto!!!- urla lei buttando tutto (e quando dico tutto intendo anche parte dell’arredamento) nell’armadio.

-VERO!- mi volto e chiudo la mia valigia. -Quindi fai il cazzo che vuoi! Mi sono rotto i coglioni!- Esco e me ne vado. Corro giù per le scale e quando esco dal portone, per un niente non vengo investito da un armadio lanciato giù dal primo piano.

Rimango con l’occhio sferico immobile davanti all’anta dell’armadio in mogano, che scricchiola ma comunque regge, pace all’anima del falegname.
Lei esce dal portone con nonchalance, afferra l’armadio intero e se lo mette su una spalla.

-Allora, dove diavolo è quest’altra casa!?- sbotta scocciata.

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07/01/1971

-Ci sarà?- chiede intimorita.

-Ci sarà.- rispondo convinto. Anche se non lo sono del tutto. -E se non c’è, sarà stato trattenuto, ma torneremo qui domani e tutti i giorni a seguire finché non lo incontreremo, ok?- chiedo mentre cerco di tornare al punto esatto dove ci trovavamo l’anno scorso con Daniel, in questa foresta.

Lei annuisce e si attacca al mio avambraccio, come ogni volta che ha paura. Molto spesso, quindi.

-Allora non vi siete ammazzati a vicenda, alla fine…-

Ci voltiamo di scatto. Daniel è lì, di fronte a noi.
Gli sorrido, Tab gli corre incontro e…
Lo travolge tipo.
Credo si sia rotto qualche costola in quell’abbraccio…