Ohccazzo!
Mi sento come Wendy in Shining, con Jack Nicholson che la cerca col ghigno malsano che gli deforma la faccia e l’accetta in mano…

-Scappare non ti serve, Zen…- sibila e lo so che lo fa con quel sorriso affilato, divertito e da predatore che segue la sua vittima, una vittima che non ha scampo… Sono giorni che mi rincorre per casa e tenta di uccidermi, vorrei sapere perché proprio non gli vado a genio!

Mi guardo a destra, a sinistra. Entrare in camera mia non è stata una mossa furbissima, sono in trappola. Posso sempre buttarmi giù dalla finestra ma l’armadio è più vicino, e soprattutto meno alto. Mi chiudo dentro e fisso l’ingresso attraverso le fessure delle porte a persiane.

Sin entra.
Si guarda intorno circospetto.
Uno sguardo lo lancia alla finestra aperta ma poi, sopra di me, casca un appendino che avevo evidentemente messo in equilibrio precario entrando alla ben e meglio.
È solo un clack, attutito in parte dalle felpe che lancio nell’armadio e si accumulano sul fondo, ma lui lo sente.

Si volta lentamente verso l’anta dell’armadio, verso di me, e nel movimento il suo ghigno compiaciuto si spegne, l’occhio si allarga e la pupilla si restringe.
Se non fosse Sin, che guarda un armadio con me dentro, direi che è spaventato.
Fissa l’armadio.
Io sbuffo. Ha capito che sono qui dentro, è inutile rimanerci rintanato.

Alla fine io mi cago in mano, è vero, e lo faccio perché è tipo l’assassino migliore di tutti e due i mondi messi assieme, datemi torto! Ma vivo anche insieme al suo unico punto debole: Tears. Che non vuole mi uccida. Finché si scherza, ok, ma non mi ammazzerà. Starmene rintanato in un armadio non serve a niente. E poi la mia claustrofobia, che sto con tutte le forze ignorando, non ne vuole sapere di rimanere ancora per molto nell’angolino del cervello dove l’ho buttata.
Così decido di uscire.

Lentamente apro l’anta, e quando lo faccio Sin indietreggia di scatto. Scoordinato, un movimento molto innaturale per chi lo conosce. Sin è sempre liquido nei movimenti, perfettamente calcolati come quelli di un felino.

Ora no.
Ora cerca di togliersi di mezzo il prima possibile ma evidentemente i suoi arti non fanno esattamente quello che vorrebbe, e forse non lo sa nemmeno lui cosa vorrebbe se non teletrasportarsi istantaneamente fuori da questa stanza. Inciampa e cade a terra, allora indietreggia gattonando con le mani a terra, sempre senza staccare lo sguardo dall’armadio.
Farfuglia qualcosa in sevyhalese, non capisco cosa, colgo solo alcune parole ed io non so cosa dire, sono ancora mezzo dentro e mezzo fuori dall’armadio.

Nel balbettio frenetico colgo solo “non è colpa mia, non volevo, scusa” e “rain”.
Quella parola in inglese buttata dentro a caso la capisco bene perché non c’entra niente con tutto il resto in Sevyhalese.

Finché gli cede il cervello. Completamente.
Ha un tracollo e sbrocca del tutto.
Urla.
Si rannicchia su se stesso ed urla terrorizzato, mani sulla testa. Dondola avanti ed indietro ed io non so cosa fare! E non faccio in tempo né ad avvicinarmi né a dir niente che il suo urlo diventa un nome, il nome di suo fratello.

Un gran fracasso di pentole dalla cucina e Tears è lì.

Vede il fratello in quella posizione, si butta a terra al suo fianco e lo prende per le spalle ma lui si divincola terrorizzato ed urla più forte, allora Tears si volta e guarda verso di me, e vedo che anche lui indietreggia un attimo, preso alla sprovvista.

Un attimo solo, uno scatto, ma ho visto lo stesso terrore di Sin anche nel suo sguardo, poi digrigna i denti e mi sfasa addosso. -ESCI SUBITO DA QUEL CAZZO D’ARMADIO!!-

Tentenno. -Io… Tears, non_-

-ESCI!!- urla.

Mi butto fuori di testa e lo richiudo con uno scatto, poi indietreggio nella stanza a mani alzate. Tears mi fissa in cagnesco, mentre rimette le mani sulle spalle di Sin. Stavolta l’altro gemello gli si rannicchia addosso e trema visibilmente. Ha gli occhi ridotti ad un puntino e lo sguardo fisso in un punto che solo lui sa, alle spalle del fratello e spostato verso l’alto. Non so dire cosa guardi, o meglio, cosa veda. Farfuglia in Sevyhalese ed io capisco solo frammenti, credo che li in mezzo ci sia anche un “mamma”.

Tears gli dice qualcosa, Sin non reagisce, allora Tears ritenta, più accondiscendente, più… tenero? Poi gli prende la mano e Sin l’afferra come se fosse un salvagente. Smette di urlare, chiude gli occhi, mormora e comincia a dondolarsi avanti ed indietro, un movimento impercettibile, tra piccoli scatti isterici del corpo.

Tears mi guarda di nuovo. Odio? -Non lo fare mai più, sono stato chiaro?!- È terribilmente serio.

-Non so neanche cosa ho fatto!- sbotto. -Stavo scappando che mi voleva tipo non so, tagliare la testa?? E mi son buttato lì dentro per nascondermi ma_- Non mi lascia finire.

-MAI PIÚ HO DETTO! NON TI CHIUDERE NEGLI ARMADI, CHIARO!?-

Checcazzo di richiesta è? -Ok! Ok!-
***

-È tutto ok adesso?- chiedo. Sono seduto alla penisola, mentre Tears si muove all’interno del suo regno: la cucina.

-Seh!- sbotta lui. -Sta dormendo, è tranquillo.- Un movimento isterico per ogni azione. È irritato, molto più del solito.

Ritento, sfidando le mie probabilità di sopravvivenza. -Ma non ho capito ch’è successo, io ero di là e non ho visto niente, ho sentito solo le urla…-

-Niente!- sbotta lui tra padelle e pentolini. Sta preparando la cena. -Quel coglione là l’ha spaventato, e punto.-

-Zen?- mi scappa una breve risata. -E come ha potuto Zen spaventare Sin?- Mi stringo nelle spalle e gesticolo vago con le mani. -Eppoi Sin non sclera mai in quel modo se prende le pastiglie, e le sta assumendo regolarmente da più di un mese, ormai…-

-Istrice! Fatti i cazzi tuoi ok!? Non ho voglia di parlarne!- sbrocca lui aprendo così di colpo il frigorifero che quasi lo scardina. -E SI PUÒ SAPERE PERCHECCAZZO QUESTO FRIGORIFERO È DI NUOVO VUOTO!???- bercia ad alto volume. Pare che voglia decisamente essere sentito.

-Ahemn… Non saprei… Abbiam fatto poca spesa l’altro giorno?- tento.

-NO! È perché il demente azzurro s’alza di notte e saccheggia le provviste!-
urla di nuovo. E ora capisco che è dallo studio che vuole essere sentito.

-Non potete provarlo!!- è la risposta di chi sta in studio.

***

Nemmeno un’ora dopo sono sul divano e sto giocando alla play con l’istrice, quando lui esce dalla sua tana piena di cavi e si dirige in cucina. Io lo tengo d’occhio…
Apre il frigorifero, ci butta dentro la testa e ravana.
Sospiro. Devo mettere un lucchetto a quel coso.

Dopo poco torna a galla con il suo trofeo: il contenitore della panna spray, l’apre e se lo ficca in bocca. Diretto. Testa indietro e “AGHAAA”.

-Ti rovinerai la cena!- sbotto finalmente lanciando il joypad mentre m’alzo dal divano e lo raggiungo in cucina.

-Questa è la mia cena!- gorgoglia lui. Panna ovunque.

Chiudo il frigo e mi riprendo il contenitore della panna con uno strattone. -COL CAZZO!- Butto il contenitore ormai vuoto nella pattumiera ed indico il forno. -Non mi sono fatto dueppallecosì per farti le lasagne per poi vederti diventare la versione un metro e ottanta di un bigné azzurro!-

-E chi ha detto che non mangio anche quelle? Inizio la cena dal dessert!-

Lo fisso. Lui sorride gioioso. Trentasei denti sotto un casco di banane azzurro. -VIA DALLA CUCINA!!!- gli urlo in faccia.

Lui scappa in studio su un “OK MAMMA!!”

Fisso incagnito la porta dello studio chiusa poi mi volto di nuovo verso il divano.

L’istrice ride. -Cazzo c’hai te da ridere!?-

-Niente niente… Ma da come lo tratti pare che l’hai adottato.-

Non faccio in tempo a mandarcelo che dall’anticamera compare l’altra piaga della mia vita: Sin. -Mbhè, buongiorno!- gli dico. Lui si sta stropicciando un occhio con foga, è ancora avvolto in uno di quegli stupidi pigiami di seta nera e nell’altra mano ha un libro enorme.

-Non è affatto un buongiorno, è notte ormai, ho buttato via mezza giornata…- borbotta lui.

-Eh, non prendertela con me. Quando sei sclerato l’unico modo per calmarti è dormire.- riprendo il mio joypad da terra e aspetto che l’istrice riavvii il gioco. Sin si guarda intorno, si prende un bicchiere d’acqua e poi lo vedo, con la coda dell’occhio che cerca un posto dove mettersi. Ma non trova niente di suo gradimento perché noi due occupiamo il divano ed evidentemente le poltrone non gli vanno a genio.

Cerca di infilarsi tra il mio culo e il bracciolo, ma non ci sta, ed io non gli faccio spazio, anzi. Percui, sdegnato dal mio comportamento, mi passa sopra le gambe a gattoni per raggiungere il barista dall’altro capo. Io cerco di rendergli difficile se non impossibile il tragitto, tanto che per un attimo mi passa per la testa di strozzarlo col cavo del joypad, ma lui s’infila comunque sotto le braccia e raggiunge l’istrice. Questo alza il joypad per farlo passare, come se non potesse fare assolutamente niente per impedirlo, ma non distoglie lo sguardo dal monitor, non perdendo un colpo.

Io fisso il tutto con la coda dell’occhio. Sin si sistema con la schiena poggiata al bracciolo e le gambe distese in perpendicolare sopra a quelle dell’istrice. Poi, con un veloce sguardo, nota che gli da decisamente fastidio con il libro che s’è portato da leggere, e sposta un braccio sotto al suo per lasciarlo giocare.
E l’istrice tira una cricca mostruosa al mio personaggio vincendo. Io bestemmio.

-AH!- Il barista.

-Non è valido!! Quel coso m’ha distratto! M’è passato sopra, questa non vale!- protesto a ragione io.

-Guarda che è passato sopra anche a me eppure ho vinto!- mi fa il medio.

Io gliene faccio due. -Fanculo! Tanto devo controllare le lasagne!- E mi alzo per andare in cucina.

-Seh seh!- borbotta quello là dal divano. Poi li sento parlare tra di loro ma non faccio caso ai discorsi.

Ci sono piccoli gesti, piccole sfumature di Sin dalle quali si può capire cosa gli succede in testa. Solo se si ha un buon allenamento si riescono a cogliere, e ora ho intenzione di tenerlo meglio sott’occhio.

****

-AH! Sono sazio…- dice il beota azzurro. Noi abbiamo finito di mangiare tipo mezz’ora fa.

-Anche perché non c’è più niente di commestibile in casa…- commenta acido mio fratello.

-Mi stai dicendo che mangio troppo?- chiede.

Tutti smettiamo di fare quello che stiamo facendo per fissarlo in silenzio.

-Ok ok… non c’è bisogno di essere scortesi….- dice lui alzando le mani in resa.

-Tua madre deve passarmi un assegno di mantenimento.- gli dico indicandolo minaccioso. -Diglielo alla prossima.- E avvio la lavastoviglie.

***

-Oddio… che male… mi tira tutta la pancia…-

Sento le mie sopracciglia guizzare appena in alto. -Ci credo… Non pensavo nemmeno che ti ci entrasse così tanta roba nello stomaco..-

-Non ci entra infatti!- mugola lui affranto rotolando sul copriletto. -Morirò d’indigestione…-

Mi scappa una risata. -Perché diavolo hai mangiato così tanto allora?-

-Era tutto così buono! Non mangio così bene da anni! Tears cucina meglio di qualsiasi cuoco!-

-Mbhè, cucina davvero bene, ma siamo stati anche in ristoranti se non migliori, almeno uguali…-

-No.- sentenzia lui. -Lui cucina meglio. Punto. Ha un qualcosa che non so, sono sapori…- ci pensa su. -Famigliari… Insomma, è quello che ho sempre mangiato e mi ci trovo bene.-

-È solo perché l’ha cucinato lui, Sin.-

-Può essere. Mi mancava la sua cucina.- Sospira, felice, e chiude gli occhi, supino sul letto. -Sono a casa.- mormora poi.

-Casa è dove c’è Tears…- dico io camminando a gattoni sul letto e non mi accorgo nemmeno del tono delle frase. Lui alza solo un dito indice, senza aprire gli occhi.

-Frustrazione.- dichiara.

-Può essere…- borbotto io mentre cerco il mio pigiama da sotto il cuscino. -Lasciami almeno quella, è l’unica cosa che ho.-

Da voltato che sono, sento il materasso muoversi e poi il suo respiro sul mio collo mentre mi abbraccia le spalle. -Stasera ci sono anch’io…- mormora su di un ghigno. -Dovrò pur smaltire tutto quel cibo, no?-

***

Dopo cena rientro in camera, chiudo la porta dietro di me e mi ghiaccio.

-Perlamiseria…- mormoro senza fiato. M’inginocchio a terra e raccatto tutti i pezzi di ciò che in mia assenza s’è sbriciolato cascando dalla scrivania. Mi guardo attorno. Niente di strano. Dopotutto è rotonda, è ovvio che se la mollo sulla scrivania possa rotolare in terra.

Dannazione, mi ricordo di chiudere la porta a chiave ma non di nasconderla? A volte mi stupisco da solo per le mie idiozie. È che ho sempre la testa da qualche altra parte, a rimuginare, calcolare… Non sto mai fermo e mi ritrovo a dimenticarmi dell’ovvio realizzando delle cazzate paurose.

Sospiro e da inginocchiato mi lascio cadere indietro seduto per terra.
Non ce la faccio più a tenere ‘sto segreto. Devo dirlo a qualcuno.
Lo dirò a Tears, è l’unica persona di cui mi fido, e forse l’unica che può consigliarmi come comportarmi ora….

Ora ch’è troppo tardi.

***

Sto quasi per prender sonno quando la porta si apre, lentamente e senza far rumore. Sospiro, lancio le coperte di lato e chi si è affacciato alla porta entra silenzioso avendo avuto il mio benestare. Sempre silenzioso gattona nel letto, si accoccola accanto a me e sospira, finalmente tranquillo dopo mille sprimacciamenti di cuscini, coperte e anche me.

Ok. Prendo un bel respiro. È ora di dirglielo. -Ascolta…- inizio. -…per quello ch’è successo oggi_-

-_Non è successo niente.- m’interrompe subito lui. Credo se l’aspettasse.

-E invece sì, è successo. Non è la prima volta e succederà ancora. E ogni volta sarà peggio.- insisto io.

-Gli hai detto di non chiudersi più negli armadi, ok? Quindi non si ripeterà.- protesta.

-Non è solo per gli armadi Sin!- sbrocco e mi alzo a sedere, lui mi fissa nel buio. Forse non si aspettava che non mollassi il colpo. -Se sbatti merda sotto un tappeto, quella prima o poi ti manda in merda tutto! Ed è quello che è successo! Stiamo arrivando ad un punto di non ritorno!-

-Non starò qui ancora per molto, è tardi ormai per porci rimedio, non ho intenzione_- come sospettavo sta tentando di minimizzare, accendo la luce sul comodino e prendo i documenti che mi ha passato Shelv.

-E INVECE LO FARAI!- urlo e sbatto i documenti sulle lenzuola, davanti alla sua faccia.

-NON_- tentenna. -Che diavolo sono?- chiede, preso in contropiede e guardando il fascicolo che gli ho sbattuto davanti.

-La nostra vita! Leggitelo!- rispondo.

-Non ci penso neanche, come se non sapessi cos’è successo…- mi rilancia i documenti dal mio lato del letto, io li afferro e li arrotolo a mo’ di bastone usandoli per minacciarlo.

-Lo sai, e non lo sai! Esattamente come me! Solo che tu scleri peggio! Voglio che ricordi tutto!- E glieli ributto sulle gambe.

-Io me lo ricordo benissimo!- Sguscia fuori dalle coperte e fa per andarsene. Sta fuggendo di nuovo, ma a ‘sto giro non glielo permetterò. Lancio le coperte di lato e lo raggiungo quando è già quasi alla porta.

-Ah sì eh!? Pensa alla mamma!- gli urlo arrivandogli alle spalle. Lo volto prendendolo per una spalla e lui indietreggia. Gli occhi sgranati.

-Tears…?- tenta. Ha paura, lo vedo.

-Pensa alla mamma appesa e sgozzata in cucina!!- urlo piantandolo contro il muro per le spalle. Non ho intenzione di vederlo sgusciare via liquido come solo lui sa sfuggire.

-TEARS!- urla, scioccato da ciò che gli sto finalmente dicendo. Cerca di allontanarmi, ma se non usa incantesimi sa benissimo di essere in svantaggio.

-Il suo sangue dappertutto. E Rain! Noi sotto il letto e lui nell’armadio! Il suo sangue che cola dall’anta!- Sto a tre millimetri dal suo naso e non ho intenzione di smettere finché non ricorda, finché non si rende conto di come gli sta messo in putrefazione il cervello solo perché al tempo siamo fuggiti cercando di dimenticare tutto. -RICORDATI QUEL SANGUE!!-

-SMETTILA!!!- urla.

Ma non smetterò. -E poi quel silenzio, e il cigolio del legno mentre il corpo di mamma ondeggia appeso a quella trave, le voci fuori dalla casa, il buio della notte! Tu …- si lascia cadere seduto strisciando sul muro di spalle. Finisce a terra, si rannicchia e porta le mani al viso. Io m’inginocchio di fronte a lui. -Tu, seduto a terra perché le gambe non ti reggevano, seduto nel sangue di mamma. Io davanti a te che cerco di tirarti in piedi, le voci fuori sempre più vicine..-

-Smettila… ti prego… Tears…- La sua voce: un mormorio ovattato dalle mani che si è portato al viso, come se fosse di nuovo in quella stanza, immerso nel buio, immerso nel sangue, immerso nel terrore e che non volesse vedere, sentire niente.

-Non mi guardavi, ti parlavo e non mi guardavi, fissavi dietro di me, lo sguardo in alto. Io lo sapevo che la stavi guardando ondeggiare…- dico.

Lui non mi risponde. Lo fisso per alcuni minuti.

È forte, mio fratello. È molto più forte di me. Ma la sua forza se l’è costruita su qualcosa di molto fragile, sopra quello che è successo quella notte.
Non era così, prima di quel giorno. Sorrideva. Sorrideva in un modo diverso. Io me lo ricordo.
Non ha mai più avuto quel sorriso. Non gliel’ho più visto addosso.

È sufficiente. Per quanto mi sia preparato non riesco a proseguire oltre. -Sin…- lo chiamo. Mugola cose senza senso, parole troppo bisbigliate perché le afferri. Gli prendo una mano. -Sin? Stringi la mia mano, chiudi gli occhi e non avere paura. Ci sono qui io.-

Questa frase la usai per la prima volta quella notte. Ed ora, ogni volta che succede qualcosa di simile, ogni volta che ha una crisi, ogni volta che ha bisogno di essere tranquillizzato, funziona. È una specie di combinazione di sicurezza che gli rimette a posto il cervello.

Singhiozza. Afferra la mano e chiude gli occhi. Pochi istanti e si calma, come sempre.

-Dobbiamo tornare a casa, Sin.- dico.

-No…- mormora lui, occhi chiusi.

-Dobbiamo tornare in quella casa e riempire i vuoti. È ora di aprire quell’armadio.- spiego.

-È tardi ormai…- la voce bassa, un mormorio.

-Non è tardi per il nostro cervello. Io… non so se guarirai, ma… se c’è anche un solo granello di possibilità che il cervello ti possa andare un po’ in sesto… è ora di farlo.-

***

Non ho dormito niente stanotte. Ho mio fratello che mi guarda come se fossi una donna gravida che da un momento all’altro deve partorire. Sta aspettando che gli dica qualcosa di ieri sera, ma non ho intenzione di parlarne, non ora. C’è un momento in cui le cose diventano meno dolorose e allora se ne parla, ma per quello che è successo ieri sera, ho bisogno di tempo per elaborare.

Percui niente, lui sta lì, si sente in colpa, mi guarda colpevole ed io sto zitto. Prima o poi ne parleremo, ma non so nemmeno io quando.
Sarebbe bello se lo Iantor smettesse di funzionare prima.
Per questo oggi a lezione non ho intenzione di rispondere a nessuna domanda. Che alzino pure le mani, io li ignoro.

Tears ha tentato di rimanere qui oggi, proprio oggi che mi stava bene che si levasse dalle palle ho dovuto buttarlo fuori io dall’aula con un “Ma non hai da fare altrove!?”, e allora se ne è andato.

La giornata quindi non è iniziata per niente bene e quando sento uno scricchiolio alla mia sinistra, temo si evolverà anche peggio…
Non faccio in tempo a voltarmi, preso come sono dal discorso che sto facendo e da tutti i miei pensieri, che tutti e 50 gli uomini dell’auditorium si alzano mettendosi sull’attenti. Mi volto alla porta e trovo Shelv, in piedi composto, con il suo bastone da passeggio in una mano e una cartelletta per documenti in pelle sotto l’altro braccio.

Lo fisso stranito, lui si guarda un attimo in giro, poi mi guarda. -Perdoni l’intrusione, non volevo interrompere.- dice, chiude la porta e si avvicina. -Volevo solo assistere, se per lei non è un problema. Sono curioso di valutare come si svolgono le lezioni.-

Io non mi muovo da dove sto, ossia sopra la scrivania, seduto a gambe incrociate.

-Valutare me, quindi.- puntualizzo.

-Al contrario. Volevo rendermi personalmente conto di quale livello abbiano raggiunto i miei uomini.- spiega.

Lo fisso. In genere capisco cosa pensano realmente le persone. Lui no, e mi indispone alquanto. Faccio un vago gesto verso l’aula: che si trovi un posto a sedere o che svenga lì sul pavimento, basta che mi si levi di torno.

Lui localizza un banco in fondo e mentre lo raggiunge fa cenno ai soldati di sedersi pure.
Bram! Tutti giù i bei soldatini.

Che brutta roba l’esercito…

***

All’incirca un’ora dopo, sono seduto composto dietro la scrivania. -Oggi finiamo dieci minuti prima.- dico chiudendo il mio diario con un tonfo. -Quindi levatevi tutti dalle palle molto velocemente.- Comando mentre metto via un paio di penne nel cassetto.

Tutti o quasi si voltano verso Shelv in conferma. Lui prima mi fissa per qualche istante, poi, senza distogliere lo sguardo da me, con un cenno della mano da il suo benestare.
Quando tutti sono usciti, l’ultimo dimentica la porta aperta.

Io e Shelv non abbiamo smesso di fissarci per un solo istante mentre gli altri se ne andavano. Entrambi aspettiamo una mossa dall’altro. Lui lo sa che ho in mente qualcosa, ed io sospetto che sia altrettanto, o non sarebbe qui.

Ghigno appena, schiocco le dita e la porta si chiude da sola.
Le vedo le pupille dell’elfo oscuro restringersi appena e guizzare per un istante a quella porta.
Sì, si è chiusa.
Ed io sono ancora perfettamente verticale.

Sospiro e sorrido gioviale, distogliendo finalmente lo sguardo dall’elfo ora che gli ho dichiarato apertamente che qualcosa gli sfugge. E se è qui, so perfettamente che anche lui ne era consapevole.

Mi alzo, faccio il giro della scrivania e mi ci siedo sopra. Accavallo le gambe e con un gesto del tutto naturale e sciolto mi basta poggiare indice e medio sulle manette di oricalco per aprirle e togliermele.
Le appoggio sul pianale e mi massaggio i polsi in un gesto che farebbe chiunque la sera con un paio di fastidiosi braccialetti che ha dovuto indossare per tutto il giorno.

-Bene Shelv, abbiamo dieci minuti prima che torni mio fratello. Vogliamo aggiornarci?-

Sorride.
Seduto ed appoggiato al suo bastone sorride. -Mi aggiorni, Sin. Mi spieghi il vero motivo per cui è ancora qui, ad insegnare ai miei soldati. Mi illustri qual è il vero patto che desidera stipulare con me.-

Ghigno. È bello parlare con qualcuno che sta al passo con il tuo cervello. Nessun nemico è mai stato alla sua altezza. Shelv è l’unico contro cui valga la pena di lottare. L’unico che riesce sempre a stare al mio passo, se non uno avanti.
Se lo aspettava, aveva capito che il patto che mi era stato proposto non era allettante quanto poteva sembrare a Tears. Ma sapeva anche che avrei accettato, e che il mio compenso lo avremmo pattuito successivamente. Sapeva che avevo degli assi nella manica ma non aveva la certezza di quali fossero. Ora è logico, io posso andarmene quando voglio, posso usare gli incantesimi e tornare ad essere irrintracciabile. Dunque perché sono ancora qui? Perché sto correttamente istruendo i suoi soldati?

Oggi mi ha dato la possibilità di parlargliene senza mio fratello tra i piedi.

-L’avrà certamente capito qual era il mio obbiettivo nell’ultima scaramuccia che abbiamo avuto, ma per riassumere il tutto, direi di fare un bel resoconto totale.- Mi appoggio indietro con le mani sul pianale e lo fisso seduto composto, appoggiato con entrambe le mani al suo bastone nero e lucido.

I capelli biondi perfettamente lisci e pettinati incorniciano un bel viso mulatto, nonostante, sulla parte destra, la pelle sia ancora leggermente grinzosa per la scossa subita qualche mese fa.
Mentre quegli affilati freddi occhi grigi sono solo apparantemente tranquilli. Dietro di essi c’è tutto un meccanismo sempre attivo che valuta ed elabora possibilità e soluzioni.

-Questa dimensione non mi è mai dispiaciuta.- ammetto. -Dopo essere evaso, potevo diventare un profugo e tornare a vivere qui. Ma c’erano due impedimenti. Uno era dover accettare di vivere senza Tears al mio fianco, e l’altro eravate voi: La Intra Dimensional Shield Confederation. Voi che davate la caccia a me e al mio collega. La soluzione era abbastanza logica, forse non semplice, ma logica. Prendere possesso di questa dimensione con la forza ed eliminarvi da questo mondo ricacciandovi nel vostro. Bastava prendere il vostro sacro Iantor e venire qui a reclutare profughi. A questo punto mio fratello avrebbe avuto la possibilità di scegliere, qui con me o… mbhé.- Faccio un vago cenno con la mano. -O morto, suppongo. Non ho mai pensato seriamente che Tears avrebbe potuto accettare, ma se c’era anche una sola possibilità di portarlo di nuovo da me, avrei tentato ogni cosa. Dopotutto il mio secondo obbiettivo sarebbe stato comunque raggiunto. Anche se lui non avesse accettato e mi avesse ucciso, la Shield sarebbe stata comunque distrutta.- Sorrido ed annuisco all’elfo. -Non immaginavo che lei sarebbe arrivato al punto da far esplodere tutto, Shelv, questo lo ammetto. Ma anche in questo caso l’obbiettivo ultimo, il patto che avevo stretto con il mio alleato, sarebbe andato in porto. Lui sarebbe stato libero. Io ero morto, una cosa molto simile per me a quella di vivere senza Tears, e voi perlomeno gravemente danneggiati. Lui a quel punto non avrebbe dovuto fare altro che prendere armi e bagagli ed andarsene ovunque voleva su questo mondo. Con me morto e la Shield che andava ricostruita almeno in parte, nessuno avrebbe badato a lui, e il mio patto sarebbe stato portato a termine. Posso essere pazzo, ma mantengo sempre la parola.- Sbuffo. -L’unica cosa che davvero non avevo nemmeno lontanamente preso in considerazione era che quell’idiota si costituisse.-

-Gli esseri umani sono pedine imprevedibili, Eirdar…- sospira l’elfo su un sorriso. Ed ha maledettamente ragione. Non fanno mai ciò ch’è più logico.

Dopo qualche secondo di silenzio in cui fisso il pavimento, sospiro. -Ormai non è più possibile mettere in piedi un vero e proprio piano, per me.- dico afferrando la piccola ampolla con il frammento di Iantor che mi tiene in vita. -Per il semplice fatto che non ho idea di quanto tempo ancora mi rimane. Potrei avere un anno, un giorno o accasciarmi a terra anche in questo istante.- Lo fisso. -È del tutto imprevedibile. Per cui mi basta star vicino a mio fratello fino a quando mi sarà possibile.-

Lui mi fissa, impenetrabile. Alzo lo sguardo per un istante all’orologio della sala, annuisco a me stesso e riafferro le manette, rimettendomele ai polsi con una leggera luminescenza che le salda esattamente come prima. -Io continuerò ad istruire i tuoi bei soldatini, Shelv, ma nell’istante in cui il mio tempo arriverà al termine, ho intenzione di avere due cose in cambio.-

Lui mi guarda, inespressivo.

Scendo dalla scrivania con un breve saltello. -La prima è che lei impedisca a Tears di fare un’idiozia simile a quella che stava per fare l’ultima volta.-

Mi fissa e dopo qualche istante si alza, afferra la sua cartelletta di pelle e scende quei gradini, portandosi innanzi a me. -Posso tentare.- dice.

Annuisco e prendo fiato per dire il secondo punto, ma non me ne lascia il tempo. Mette tra noi quella cartelletta di pelle.

Io la fisso e poi l’afferro. -La seconda è qui dentro, Eirdar.- dice, e si dirige all’uscita.

Quando arriva alla porta, questa si apre prima e sento la voce di mio fratello borbottare un “che diavolo è successo? sono in ritardo?”. Nel frattempo io apro la cartelletta e sorrido leggendo ciò che c’è all’interno.

-Sempre un passo avanti, Shelv…- mormoro.

Un ottimo nemico.
***

Non è passata nemmeno mezz’ora da che sono tornato a casa. E non ho ancora fatto in tempo ad ambientarmi, che il beota azzurro mi raggiunge in soggiorno.

Io sto svaccato sul divano, cercando sul menù del televisore una puntata particolare di Ken che voglio vedermi da tipo quindici giorni e per una palla o per l’altra non sono ancora riuscito a guardarmi, che lui arriva lì, mani dietro la schiena, con aria colpevole.

Sicuramente ha fatto qualche cazzata. Sicuramente vuole parlarmene.
Io lo ignoro. Magari se ne va…

***

Eccolo lì, è solo, è ora di parlargliene. Spero non mi polverizzi. Ma Tears è così, per un nonnulla sclera come un pazzo, ma quando c’è davvero ragione di sclerare perché la situazione è grave… non lo so, gli parte un programma in automatico che mette lo sclero in background e diventa serio.

-Tears… Ho fatto una cosa, anzi, una serie di cose, altamente illegali.- dico.

-A me lo dici?- sbuffa. -Dilettante…- E continua a scorrere titoli sul menù del televisore.

Io mi siedo accanto e lo afferro per una manica. -No aspetta, seguimi, sono serio.-

Lui abbassa lo sguardo alla mano che gli ha afferrato la manica, poi mi guarda. L’ho toccato, quindi significa ch’è importante, perché potrebbe impallinarmi per questo. Appoggia il telecomando con un sopracciglio alzato e mi fissa a cenno di parlare.

-Dunque… da dove inizio..-

-Dal lato più breve.- borbotta lui.

-Ok.- annuisco. E gli metto direttamente di fronte la palla di Iantor.

È grossa come un pugno, cioè quindi almeno dieci volte più grossa del frammento che Sin porta al collo, e ben levigata sul perimetro, come se non fosse un frammento, ma uno Iantor vero e proprio. E funziona, questo posso provarlo. I primi giorni che lavoravo sui primi frammenti, avevano tutti l’aria di pezzi di coccio, poi, dopo le varie spiegazioni di Sin a riguardo, hanno cominciato ad assumere nuove forme, più simili al quarzo bianco, come quello che porta appunto al collo Sin. La mia stessa coscienza, il mio stesso approccio con loro, li ha cambiati in quella forma che evidentemente più si avvicina alla loro vera forma naturale.
Ora il blocco che ho saldato assieme assomiglia ad una sfera di quelle in cui le chiromanti leggono nel futuro.

-Che diavolo…?_- inizia Tears, ma mentre formula la frase già gli viene il dubbio e non prosegue. Allunga una mano verso la sfera ma non la tocca, e la ritrae all’ultimo, alzando gli occhi a me. -È…?- non finisce la frase, non c’è bisogno. Io annuisco.

-Ho raccolto alcuni pezzi in privato, Sam ed il Generale lo sanno, ma non sanno esattamente quanti e che cosa ne stavo facendo. Sono riuscito a saldarli e ricompattarli, anche più volte, l’altra sera mi è cascata e l’ho ricomposta. Quando s’è rotta ha perso dell’energia come quando è esploso l’orecchino di Sin qualche mese fa, ma questo blocco, quand’è saldato così, in pratica non perde più energia come quello che ha al collo Sin, ch’è solo un frammento.-

Tears rimane qualche secondo il silenzio fissando la sfera trasparente nelle mie mani. Poi alza lo sguardo serio. -Ok, Novellino. E perché l’hai fatto?- chiede con un sopracciglio storto.

Inspiro e sospiro. -Non lo so. Cioè, dapprima è stato come un riflesso. Uno di quelli che mi vengono automatici, come rubare una penna o un orologio, poi quando mi son trovato un po’ di frammenti ho cominciato a studiarli, e sono arrivato a capire che si stavano scaricando perché spezzati. E questo poi lo ha confermato anche Sin quando ci ha spiegato che il suo si sta esaurendo. Infine la sfida è diventata quella di compattarli tutti e fare in modo che non disperdessero più la loro energia e…- Sospiro affranto. -Ma alla fine ne ho sottratti talmente tanti che è venuta fuori ‘sta sfera immensa… ed ora…-

-_è un problema.- finisce lui annuendo. -Perché hai di nuovo tra le tue mani un buon 50% di quello che, avendolo rubato, t’ha fatto finire qui per il resto dei tuoi giorni, tipo…-

-Già…- sbuffo io. -Senza contare che abbiamo tuo fratello in casa, che se si accorge che ho questo per le mani potrebbe impazzire e portarselo via dichiarando di nuovo guerra ai due mondi.- piagnucolo io. La mia abilità nel mettermi nei guai potrebbe farmi vincere guinness dei primati in due mondi diversi.

Tears si mette entrambe le mani in faccia, inclina la testa all’indietro e sborbotta fuori una sequela di bestemmie in un paio di lingue diverse. Poi sospira pensantemente e torna a guardarmi mormorando un -“Sono il signor Wolf, risolvo problemi.” Dovrei farmi pagare. Sarei ricco.-

***

Mezz’oretta dopo sono più sollevato. Quando lo vedo affacciarsi dalla porta, quindi, lo saluto tranquillo. -Ciao.-

Sono seduto con il portatile sulle ginocchia e lo vedo con la coda dell’occhio quando entra in camera mia, Katana in mano. Mi volto verso di lui e sorrido, godendomi quel tic al sopracciglio che gli sconvolge l’espressione facciale.

-Tears te l’ha proibito…- dice con un broncio.

Alzo un dito e torno a osservare il monitor. -Tears mi ha proibito di farti gli scherzi uscendo dall’armadio. Io ho semplicemente trasferito i miei vestiti sul letto e deciso di dormire qui dentro con materasso e tutto quanto. Ma le ante le tengo aperte, stai tranquillo.-

Fissa lentamente i miei vestiti sparpagliati sulla rete del letto senza materasso, poi torna a guardare me, a denti stretti. Due secondi e si volta di nuovo verso l’anticamera, uscendo da camera stizzito. -Non finisce qui…- dice. Ed io me la ghigno.
***

Questa mattina siamo arrivati ad Akrem, base della Shield nella seconda dimensione, e abbiamo effettuato il trasporto nel primo pomeriggio. Non avevo mai fatto un trasporto interdimensionale e, a quanto ho potuto constatare, nemmeno gli altri del gruppo.

Ho sempre pensato che fosse una cosa complessa, che ne so, con pentacoli magici e cavi con quell’elettricità della terza dimensione. Ed invece ci hanno chiusi in questi cilindri trasparenti, e PUF! Un leggero tremolio nell’aria, una specie di breve scarica elettrostatica per tutto il corpo e lentamente la visuale intorno sbiadisce. I contorni sfumano, i colori si mischiano e in pochi istanti l’ambiente intorno al cilindro cambia. E cambia anche il cilindro perché ti ritrovi in un’altra stanza, in un altro stabile di un altro mondo, e quasi nemmeno te ne sei accorto. Fantastico!

Adam non l’ha presa proprio così, ha borbottato roba inconsulta in dialetto stretto di Sevyhal per almeno un quarto d’ora ed è andato in giro toccando di tutto per scaricare l’elettricità che aveva addosso.

Abbiamo consegnato il prigioniero ai soldati della Shield che sono venuti ad accoglierci, e poi ci hanno messo in una specie di sala d’aspetto, attendendo che il Generale della difesa Nakiri Shelv di Ashyal si liberasse dieci minuti per poter ricevere Adam e consegnargli una medaglia al valore.

Appena entrati nella sala Adam s’è andato ad appoggiare ad una colonna, braccia conserte e occhi chiusi. Lo fisso lì, con la testa che gli ciondola. Sospiro.

-Adam, siamo alla Shield, ormai. E tra pochi minuti dovrai presentarti al cospetto del Generale Shelv, non credi che sia ora di vestirsi?- chiedo.

Apre gli occhi, mi guarda e gli si alza molto lentamente un sopracciglio mentre vedo distintamente un dubbio nascergli in testa.
Si guarda.

Poi guarda di nuovo me, un po’ più rilassato. -Eh… Mi sembrava di essermi già vestito stamattina…-

Mi passo una mano sulla faccia. -Intendo l’uniforme…-

Si guarda prima un braccio e poi l’altro. -Questa è la mia uniforme…-

-Tralasciando il fatto che per come la indossi tu potrebbe essere un pigiama, indossi quella ordinaria!-

Mi fissa muto.

Attendo che gli si colleghino i due neuroni che ha e poi smanacco. -Siamo alla Shield… Ci vuole l’alta uniforme!-

Lui ha lo sguardo fisso su di me. Non afferra.

-L’alta uniforme, Adam! Ricordi?? Ne hanno data una anche a te!- spiego.

Un secondo e poi: -AH! Quella di legno!-

Mi parte un guizzo al sopracciglio e un tic al lato della bocca. -È solo un po’ inamidata nel colletto e polsini, Adam…-

-No senti.- Ondeggia la testa distrutto improvvisamente dalla noia. -Quella roba lì non la metto ok? Ci ho tentato una volta e non mi sta. Non so chiudere i polsini, il collare_-

-_Colletto…-

-_Quelchel’è. I Pantaloni hanno persino una linea in mezzo! Lo sapevi??- È sconvolto.

Io non replico.

-Nah, lascia perdere.-

-Ok senti,- tento. -Le onoreficenze? Almeno mettiti quelle.-

Si guarda i gradi. -Ce le ho..-

-Le medaglie! Non le mostrine!- protesto.

-No, no, no, ‘scolta… Tintinno come un campanile in un giorno di festa con tutta quella ferraglia addosso…- Si volta e lo sento ravanare nella sua sacca.

Sospiro. -Ma non puoi presentarti al cospetto del Generale Shelv senz_-

Lui si rivolta di scatto con un sacchetto malconcio in mano. -Ma le ho portate, eh! Guarda! Sono tutte qui…-

Prendo un bel respiro e cerco di restar calmo, dopotutto che mi frega, la figura del deficiente la farà lui. Sospiro. -Vabbhè, senti, almeno indossa questo straccio di divisa in modo decente!-

Si guarda. -Tipo?-

Indico a turno ciò che nomino. -La camicia: nei pantaloni. Il colletto: tiralo giù. Le maniche: tirale giù, non stai andando a lavare i panni al fiume, e allacciati i polsini. Gli stivali allacciali bene, e i pantaloni devono stare sopra gli stivali.- Gli indico la testa. -E fai qualcosa a quei capelli! Sembri un cespuglio di more!-

-Eccheccedevofà?- dice lui mentre cerca di tirar giù maniche che non so da quanti mesi sono nella stessa posizione.

rain2monolivGli metto le mani sulle spalle e lo spingo seduto a terra, che quest’uomo sarà alto un metro e novanta e mi supera di tipo 20 centimetri. Lui si siede sbuffando sconfitto. Sciolgo quel mezzo codino alto che usa per tenere indietro i capelli sul davanti e cerco di fargli una coda unica. -Non ci stanno…- borbotta lui intuendo. -Quelli davanti sono troppo corti rispetto a quelli dietro.- precisa.

-Machiccazzo te li ha tagliati!?- borbotto io appurando ciò che mi ha appena detto. Se gli faccio la coda dietro quelli davanti gli cadono davanti agli occhi.

-Nessuno.- risponde lui. -Arrivati ad una certa lunghezza si spezzano da soli, e quelli davanti si spezzano prima perché li sbatacchio io indietro visto che mi danno fastidio…-

-Vabbhè, senti, non si possono fare miracoli, così è la cosa più decente…- Glieli ho legati in un codino basso dietro, purtroppo si ritrova qualche ciocca davanti, sul viso, ma sta sempre meglio di prima. Cerca di osservarsi da solo la testa, dubbioso, ma ovviamente non ci riesce, quindi, sconfitto e si rimette un po’ a posto la divisa. Manca solo il cravattino rosso. Si rialza ed io gli rimetto a posto il colletto della camicia, poi armeggio col cravattino che generalmente lascia appeso al collo tipo cappio.

-Oh, se volevo una moglie mi sposavo eh…- borbotta ridendo mentre gli rifaccio il nodo al cravattino.

-Taci, idiota…- rispondo. -Fai fare figure di merda anche a noi se ti presenti così conciato dal Generale…-

Lui sospira sconfitto, poi mi scansa con un cenno della mano e va alla porta. -Machettefrega? Che ansia vivere così…-

-Ma a te non ti sconvolge niente? Non c’è qualcosa che ti importa, o che ti ecciti o che perlomeno ti terrorizzi?- sbotto prima che esca dall’ufficio.

Lui ci pensa su, mano sulla maniglia, poi mi guarda annuendo. -Gli armadi.- risponde, placido. Poi apre la porta ed esce.

-Gli armadi?…- sbotto ormai solo nella stanza.

***

Meno di dieci minuti dopo, sono al mio appuntamento, nell’ufficio del Generale della Difesa. Mi sto guardando intorno quando la porta si apre di scatto, il Generale entra ed io mi metto sull’attenti.

Non mi guarda affatto, entra nella stanza mentre sta ancora rispondendo alle segretarie che appuntano frenetiche le sue disposizioni poco prima che la porta si chiuda lasciandole fuori.

Fissa le carte che ha in mano e va verso la sua scrivania senza degnarmi di attenzione visiva. -Sono spiacente ma posso dedicarle solo pochi minuti, Tenente. L’imperatore ha sottolineato l’importanza di ringraziarla di persona per l’ottimo lavoro svolto, anche se non sono proprio sicuro di capire in cosa ciò che ha fatto differisca esattamente dal normale assolvimento dei suoi compiti.-

Un secondo per tradurre che diavolo mi ha detto, poi mi trovo ad annuire. -Sono d’accordo, Signore.- dico soltanto. Perché ha ragione…

Vedo distintamente un orecchio puntuto sfarfallare leggermente. Me l’avevano detto che il grande capoccia della Shield era un elfo oscuro, ma non mi era ancora capitato di vederlo. Né lui né un elfo oscuro, a dire il vero, sono così rari…

-Ottimo. Dunque non abbiamo molto altro da dirci. Quella scatola è per lei, un piccolo riconoscimento come richiesto dell’imperatore. Le auguro un buon rientro in sede.- Si siede ed ancora non mi guarda, quelle carte che ha in mano non devono piacergli affatto da come le sta squadrando. Io localizzo la piccola scatola sulla scrivania, m’avvicino e l’afferro.

Un’altra medaglia. Dovrò cambiare il sacchetto… Quando la mia mano entra nel suo cono visivo però gli vedo guizzare un sopracciglio. -Per quale motivo, nonostante la procedura, non indossa l’alta uniforme, Tenente?-

Ahemn… -Non per mancanza di rispetto nei suoi confronti, Signore, bensì perché non la ritenevo una cerimonia che la richiedesse. Come ha detto, non ho fatto null’altro se non il mio lavoro.-

Di nuovo quell’orecchio, e a questo giro alza la testa verso di me, come se non gli tornasse qualcosa.

Occhi grigi freddi come il ghiaccio, ma il suo sguardo si pietrifica quando finalmente mi inquadra. E non solo lo sguardo: s’irrigidisce proprio. Mi fissa con gli occhi sgranati ed io indietreggio di un passo senza accorgermene. Che diavolo ha? -Tutto a posto, Signore?- chiedo.

Lui non dice nulla. La sua mano destra si muove molto lentamente verso il telefono, schiaccia un pulsante a memoria e in tutto questo non smette mai di fissarmi, quasi avessi dei tentacoli in faccia pronti ad aggredirlo se distoglie lo sguardo. Lo sento dire solo un: -Sam. Qui, adesso.- Poi riappende.

Mi schiarisco la voce. -Signore, posso congedarmi?-

Lui continua a fissarmi, muto, poi lentamente fa cenno di no col capo. -Si sieda…- Tasta qualcosa sulla scrivania, afferra un foglio e per un istante finalmente distoglie lo sguardo dalla mia faccia, ma solo per leggere frettolosamente qualcosa. -Lendl. Tenente Adam Lendl, giusto?- mi chiede tornando a fissarmi. Io mi siedo.

Il suo sguardo ora è più serio. Meno stupito, più sulla difensiva. È come se, dopo un qualche istante di smarrimento, gli si fosse avviato qualcosa nella testa.

-Sì Signore.- confermo.

-E questo è il suo vero nome, Tenente?- Mi fissa.

Carpirebbe ogni mio minimo movimento in cerca di una conferma di verità o di menzogna. Lo so. Ma io non ne faccio.

Quella domanda non mi piace, ma soprattutto, se me la pone, significa che già conosce in un qualche modo la risposta. Sorrido e sento le mie sopracciglia spostarmisi sulla fronte. -Può controllare, Signore. A Sevyhal sono registrato così in anagrafe.-

Mi scruta per qualche istante, muto. Non posso mentirgli. Più che altro non voglio mentirgli. Non dire le cose è profondamente diverso dal mentire, e non ho mai voluto oltrepassare quel limite. E non lo farò certo con il supremo Generale di ogni esercito sul pianeta.

Lui lo capisce. Ghigna appena. -Lei è stato adottato, Lendl… Dico bene?-

***

Finita la lezione di oggi, è finita anche la mia pazienza a riguardo. Non vuole parlarne? Bene: passiamo ai fatti. Quando è uscito dall’aula, glie l’ho detto in faccia: ora andiamo da Shelv e ci facciamo dare il permesso per tornare a Sevyhal.
E lui ha sclerato, naturalmente. Smanacca a destra e sinistra piantando scuse, ma io non smetto di camminare e le guardie fanno in modo che mi stia appresso.

-Ma non ci darà mai il permesso per andare a Sevyhal, io devo stare qui per istruire i soldati!- protesta dietro di me.

-Lo dici solo perché stai cercando un modo per evitarlo!- rispondo senza voltarmi e continuando a salire le scale che danno al piano superiore, dove c’è l’enorme ufficio dell’elfo.

-Non sto cercando un modo per evitarlo, sto cercando un modo per farti capire ch’è una cosa stupida!- replica stizzito.

-Non me ne frega un cazzo di cosa ne pensi, ci andremo e basta! Ed ora stai qui zitto, ok?-

Lui mi rifà il verso roteando gli occhi al soffitto. Le venti guardie intorno, che ci seguono quasi sempre qui in Shield, fingono indifferenza ai nostri battibecchi.

Arriviamo innanzi alla porta dell’elfo, ed è lì che quel rinco di Kail mi sorpassa di corsa senza nemmeno cagarci e vi si getta contro, spalancandola talmente forte che per il contraccolpo contro il muro opposto gli si richiude alle spalle. Vorrei vedere la reazione dell’elfo a quell’ingresso, come minimo lo spacca di urla.

***

Kail entra in ufficio quasi divelgendo la porta. Pistola in pugno, rotola dentro e si mette in posizione di tiro, pronto a tutto.

Il tenente Lendl lo fissa senza perdere un pelo, solo un sopracciglio alzato. Poi batte le mani e sorride. -Grande! Che entrata! Sempre così qua?- chiede raggiante, poi credo si renda conto dei gradi di Sam e si schiarisce la voce riprendendo una serietà che posso supporre non sia insita nei suoi geni. Kail invece si rialza da dove s’era appostato in ginocchio, dietro la poltrona, e lo guarda strabuzzando gli occhi.

-Che diavolo hai fatto a quei capelli?- chiede mezzo sconvolto. Poi guarda me come a chiedere spiegazioni per quella chiamata inaspettata ed infine, riporta lentamente lo sguardo sul tenente afferrando qualcosa che ad una prima occhiata gli è sicuramente sfuggito.

E glielo vedo negli occhi quando finalmente si rende conto che chi ha davanti non è Tears.

Soprattutto perché Tears entra ignaro nel mio ufficio proprio in questo istante.