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Da qualche parte tra Akrem e Sevyhal…

 

-Ma qual è il suo problema? È Narcolettico??- chiedo fissando il tenente.

 

Per ragioni di budget, Sevyhal ci sta spedendo ad Akrem alla meno peggio, e secondo i tre soldati che ci siamo portati dietro per il trasferimento del condannato, non è nemmeno così terribile come pensavano… Tenendo conto che siamo stipati in cinque più il condannato in un carretto come quello dei fattori, non oso immaginare che cosa si aspettassero.

 

L’ho sempre saputo che la guardia cittadina aveva meno fondi della guardia imperiale, ma così mi sembra eccessivo… Fortunatamente il condannato in questione pare non aver alcuna intenzione bellicosa né tanto meno di fuggire. Lui è chiuso in una sezione del carretto, dietro alle sbarre, mentre noi siamo seduti per terra.

In fondo al carretto, sdraiato supino e con le gambe a penzoloni giù dal carro: Il tenente Adam Lendl. Russa della grossa, e dorme da quando siamo partiti, circa cinque ore fa.

 

-Macchè…- mi risponde uno dei soldati, ridacchiando. -Ha solo una soglia d’attenzione molto bassa, e quando si annoia si addormenta. Siamo riusciti a tenerlo sveglio per tre giorni di seguito, una volta.-

 

-E che diavolo facevate per non farlo annoiare?- chiedo, visto che in questi tre giorni l’ho sempre visto sdraiato a sonnecchiare o dormire profondamente.

 

-Era l’addio al celibato di Gram.- dice indicando un altro soldato che alza la mano gioioso.

 

Annuisco piacevolmente stupito. -Ammazza… 3 giorni?- chiedo.

 

Il secondo soldato si stringe nelle spalle su un sorrisone che la sa lunga.

 

Tutti e tre appartengono allo squadrone comandato da Adam, e sembrano tenerlo in gran considerazione. Nonostante questo, lo trattano come un loro pari, e al tenente non dispiace affatto. -Abbiamo fatto i turni… Tranne lui che se l’è fatta tutta di seguito…- annuisce indicandolo.

 

-Poi però ha dormito praticamente una settimana in modo ininterrotto!- ride il primo soldato.

 

Quello in mezzo annuisce con le lacrime agli occhi al solo pensiero. -Ve lo ricordate il capitano? Al terzo giorno? Che l’ha trovato addormentato secco sul cannone dell’artiglieria da campo? Non ci ha visto più e lo ha mandato diritto in prigione!- Tutti ridono. -Mbhè, almeno lì ha continuato a dormire!- Il primo tira una pacca al secondo. -Ce lo ricordiamo bene noi due! L’abbiamo portato dentro in spalla perché non riuscivamo a svegliarlo!- Ridono tutti ed in effetti è una discussione surreale, visto soprattutto che difatto è un loro superiore.

 

Il carretto prende una bella buca, tutti sobbalziamo, il condannato borbotta qualcosa e si massaggia la testa. Adam dorme, ed io lo fisso. Poi mi avvicino al primo soldato.

 

-Senti, io mi sposo l’anno prossimo, me l’organizzi tu la festa?- Alludendo all’addio al celibato che è riuscito a tener sveglio quell’uomo per tre giorni consecutivi.

 

-Affare fatto!- e mi stringe la mano. Ridono. In definitiva sono tre ragazzi simpatici. Non posso certo dire altrettanto di quell’uomo, però. Né in pro né in contro. Non l’ho sentito parlare molto. Pare sempre molto scocciato. Anzi… annoiato più che scocciato. Ma non è triste, solo… Non so. Non sono ancora riuscito a farmi un idea precisa.
I suoi sottoposti lo ammirano per le imprese che ha compiuto. Ad alcune erano presenti e si sono profusi in elogi e descrizioni di ciò che ha fatto. A parte un disdegno totale per qualsiasi regola nell’esercito, ho potuto sicuramente capire che ha fegato da vendere. Ho capito anche però che non lo fa per apparire un eroe o simile. Spesso, per non inguaiare i propri sottoposti in azioni non proprio regolamentari, ha fatto in modo di recarsi sui luoghi da solo. Niente testimoni, nessuno che potesse descrivere le sue gesta. Se non fosse stato sorpreso da qualcuno, probabilmente la maggior parte dei prigionieri la milizia se li sarebbe trovati sull’uscio legati con un bigliettino anonimo. Mi domando quante altre missioni abbia portato a termine senza che nessuno lo sapesse.

Oltre al lato lavorativo però non riesco a farmi un’idea precisa. È mancino, dorme un sacco e beve sodo, tenendo testa a chiunque. Mbhè… Almeno in questo carretto. Ieri sera ci ha stesi tutti e quattro. Ma non lo eccita nulla, non gl’importa di niente. È come se si lasciasse trasportare dagli eventi. Cerca di evitare tutto ciò che non conosce. Ha borbottato un po’ su questo viaggio, a quanto pare viaggiare e cambiare abitudini non è di suo gusto. Gli altri tre mi hanno detto che non è sposato, ne l’hanno mai visto con una ragazza fissa. Ha un’età compresa tra i 25 e i 30 anni, ma nemmeno loro sanno esattamente quale. A quanto pare è originario di Sevyhal e vive in città, nella casa dei suoi genitori, morti un paio di anni fa. Stop. Queste sono tutte le informazioni che sono riuscito a raccogliere in tre giorni di viaggio fianco a fianco. Sospiro. -Niente lo turba eh?- chiedo massaggiandomi il fondoschiena e riferendomi al sobbalzo di poco prima. Quella buca era bella profonda…
-No, ma per questo è divertentissimo…- sbotta uno dei tre tirando fuori la pistola d’ordinanza, un vecchio revolver. -Tipo non so, guarda qui.- dice. Si avvicina all’orecchio di Adam, sdraiato con  le braccia dietro il capo e spara a bruciapelo mirando fuori dal carro.
BAM! Quel revolver ha fatto un casino atroce, soprattutto dentro al carretto. Fortuna che s’è premurato di sparare verso il sentiero vuoto che abbiamo alle spalle. Tutti e quattro abbiamo sobbalzato. Adam no.

 

-Come diavol_- non faccio in tempo a parlare, che il tenente apre un occhio solo.
-…Siamo arrivati?- biascica.

 

-Non ancora Adam.- dicono i tre in coro.
Lui li controlla tutti a turno, con un occhio solo aperto. Sospira, capendo lo scherzo, si rigira e continua a dormire.

 

***

 

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Busto Arsizio
Base centrale Intra Dimensional Shield Confederation

 

-Come faccio a farvi entrare in quella stupida, ignorante ed ottusa testa che vi ritrovate, che lo Iantor assume le sembianze del pensiero più forte che gli perviene!? Se tutti credessimo che lo Iantor fosse un enooooooooooooorme dildo alto un chilometro, Ansa Atrima sarebbe stata rasa al suolo da un enorme plasticoso dildo gigante!!!!-
Nell’auditorium cade un silenzio attonito.
Mi schiarisco la voce, riprendendo contegno. -Vedete? Mi fate perdere la pazienza!-
Un tipo a fianco a me alza la mano. -Scusi!- dice.
Mi volto di scatto verso di lui. -No, non scuso le interruzioni, ma parla!-

 

-Ahemn.. Ma se la sua forma naturale è quella di una vaso e noi invece lo immaginass_-
-NON. È.- Afferro la sua penna e gli incastono la mano nel banco. -UN VASO!!!!!!- urlo più forte di lui.
Di nuovo pistole puntate ad ogni dove. Ma suona la campanella, ed io sospiro felice. -Oh. Ci vediamo domani…- dico avviandomi all’uscita. Mio fratello entra aprendo la porta giusto nel momento in cui mi serviva.

 

***

 

Entro e li trovo tutti in piedi con pistole in pugno più un tizio che si lamenta con una mano conficcata nel banco da una penna. -Uhmn.- dico compiaciuto dalla scena. -Oggi una mano sola? Buona…-

 

Sin mi sfila davanti come una top model in passerella. -Voglio un premio, visto che mi hai ignorato per tutta la lezione ed io ho fatto il bravo!-

 

Sospiro, roteo gli occhi e lo seguo. Appena fuori riattivo le manette e lui non dice nulla, aspettandoselo. I polsi si uniscono di nuovo con l’oricalco e nessuno dei due diminuisce la camminata. -Dove sei stato?- chiede fingendo indifferenza.

 

-A farmi un giro.- rispondo vago osteggiando la stessa indifferenza.

 

-Certo.- commenta secco.

 

Possiamo dirci quello che vogliamo, ma sappiamo sempre cosa succede. È solo una routine quella di mentirci sulle piccole cose, perché non c’è modo di sfuggirci a vicenda. -Credo che mi tratterrò qualche ora…- dice sottolineando “qualche ora”. -..in biblioteca, stasera. Devo finire due studi importanti.-

 

-Certo.- Annuisco secco a denti stretti. Questa è la mia punizione per oggi, visto che dovrò per forza fargli compagnia.

***
Questa era la mia ultima visita oggi. Mi alzo dallo sgabello e una fitta mi attraversa la schiena all’altezza delle reni.

 

Mugolo e mi porto una mano alla regione lombare. Rachele mi guarda con apprensione. -Tutto ok, dottore?- chiede.

 

Sorrido stanco al suo interessamento e faccio un cenno lieve con la mano. -Tutto apposto Ra. Ogni tanto dovrei solo mettere in pratica i miei stessi consigli medici… Quest’umidità invernale mette k.o. la mia schiena…- Mi alzo su un lamento. -Sono vecchio ormai, Shelv ha ragione…- scherzo, anche se non è del tutto falso.

 

-Dottore, prima di tutto non è vecchio, in secondo luogo sappia che pagherei per aver avuto una vita come la sua ed essere arrivata alla sua età in questo stato…- ride lei.

 

In effetti ho avuto una vita decisamente intensa, molto più di quanto le sue forme di cortesia accennino, visto che ignora la parte più turbolenta. Dovrei essere in pensione da un pezzo… ma non voglio abbandonare quei due incoscienti. Non posso.

 

Sorrido all’infermiera, le do le carte per dimettere questo paziente ed esco.

Nel corridoio incontro il nuovo chirurgo. Un ragazzo giovane, attivo, curioso e decisamente bravo nel suo lavoro. Ha addosso quella voglia di cambiare il mondo tipica della sua età. Anch’io l’avevo, un tempo. E la impiegai malissimo… ammetto. Sorrido. -Dottore! Si sta ambientando?- chiedo affiancandomi.

 

Lui, gentilmente, rallenta un po’ il passo e mi sorride. -Sì, devo dire che è un po’ complesso. Questa non è una semplice infermeria come la chiamano qui in Shield, è un ospedale in tutto e per tutto!-

 

Ridacchio. -Già… È che nei primi anni era una semplice infermeria, poi si è allargata,  ma nessuno ha smesso di chiamarla com’era in principio. Ricordo che i primi tempi, c’era una sola sala per…- m’interrompo e sospiro. – Ma sto parlando come un vecchio…- sorrido. Lui accenna un sorriso debole in risposta.

 

Lo fisso in silenzio di sfuggita mentre proseguiamo per qualche metro nel corridoio. -C’è qualcosa che la turba?- chiedo infine.

 

-Oddèi! Sì!- sbotta lui prendendomi in contropiede. Tanto che continuo per un paio di passi anche quando s’è già fermato. -Ma non sapevo come dirglielo! È che.. Io ho visto il lavoro che ha fatto, ho spulciato qualcosa tipo millemila cartelle e… Ho rispetto del suo lavoro, ma non… non so_- tentenna.

 

-Come dirlo?- chiedo io incitandolo a proseguire. Sorrido. -Tutti facciamo errori, Dottor Sastriem, non deve aver timore a farmelo notare, se ne ha rilevato qualcuno.-
-No! È tutto perfetto!- dice lui esasperato. -Ed è anche per questo che_-
-Sia schietto, dottore.- chiedo infine, serio. Ho un brutto presentimento, ora.
-Io… io ho letto tutti i documenti medici relativi ai due Eirdar.- dice. E basta. Mi mette sotto il naso il faldone delle lastre, visite, ricette e quant’altro. Io non le fisso, guardo lui. Ma lui non riesce a guardarmi, si fissa i piedi.

 

Passano alcuni istanti. Lui riabbassa il braccio con le carte e continua a fissarsi i piedi mentre si tortura le labbra coi denti. Attendo.

 

-Perché?- chiede semplicemente e scuote la testa appena. -Perché non farne parola con nessuno? Perché tenere tutto segreto? Potrebbe essere una scoperta grandiosa, potrebbe segnare un nuovo inizio per la medicina… Io davvero… non capisco. Forse mi è sfuggito qualcosa?- chiede incredulo.

 

Ci penso un attimo, ma non c’è scampo. Se ha davvero letto tutti quei documenti non c’è modo di fargli credere qualcosa di diverso. Alla fine è successo. Qualcuno lo ha saputo. Ma mi trovo davanti ad un nuovo capo chirurgo stupito ma complice come successe meno di dieci anni fa con Nadja? Oppure ottuso ed accecato da una possibile sfavillante nuova cura miracolosa a potata di mano?

 

Quando spiegai le mie motivazioni a Nadja, lei capì. Magari non subito, fu tentennante, ma era una persona sensibile e buona. Non sto dicendo che questo ragazzo sia cattivo, non lo posso sapere, lo conosco da troppo poco tempo, e devo ammettere che per quel poco che lo conosco mi ha fatto solo una buona impressione. Ma non so… A questo giro credo che sia diverso. Lo sento nelle dolenti ossa della schiena.

-Ho le mie motivazioni, dottore. Nadja le comprese, e fu con me nell’insabbiare la vicenda. Le spiegherò a lei così come ho fatto con quella ragazza e spero che anche lei possa capire.-

 

****

-Seeeeeeeeenn….- Strascica per la milionesima volta il mio nome nel giro di un’ora.
-Cosa c’è Tears?- chiedo su un sospiro, mentre cerco di prendere appunti dal libro che sto leggendo.

 

-Mi annoooioooo…- risponde lui rotolando sul tavolo. Se ne sta disteso a 4 di bastoni sull’enorme tavolo centrale della mia libreria qui in Shield. Io sono seduto alla scrivania, circondato da libri grossi come teste di chimere, e lo vedo solo da una fessura.

 

-Dormi.- rispondo spazientito. Volevo fargliela pagare per essersi dileguato di nascosto durante la lezione, ma mi pare che chi stia pagando pegno qui sia io, perlamiseria.

 

-È scomodo.- risponde.

 

-Ti ho visto dormire in piedi ad un appostamento. Un tavolo non è scomodo per te.-

 

-Sto invecchiando, ho i reumatismi, ho bisogno di letti morbidi e possibilmente ortopedici, e di cuscini di piume…-

 

Ciò che sto leggendo mi arriva al cervello più o meno così: […] Alcune tribù INVECCHIATE originarie della penisola di Karthal, l’attuale stato di Eson DEI LETTI MORBIDI, nei celebri murales ORTOPEDICI delle grotte di Wittrim, illustrarono scene alquanto sospette di un possibile incontro con CUSCINI (ORTOPEDICI), una forma particolare di minerale, che cambiava forma a seconda di quale umano DI PIUME vi era accanto […]
-BASTA!- urlo stizzito chiudendo il libro con un tonfo polveroso ed alzandomi di scatto. -HO CAPITO! ANDIAMO!-
Lui scatta giù dal tavolo arzillo e mi accompagna alla porta. Me la apre anche, lasciandomi passare, con un grosso sorrisone. Io lo fisso con gli occhi socchiusi in una promessa vendetta che gli calerà sulla testa quando meno se lo aspetta.
***

 

Siamo già quasi a casa quando mi squilla il telefono: L’elfo.
-Ueh, Shelv- rispondo mentre guido.

 

-Ho bisogno che ti rechi in centro, Tears, immediatamente. Abbiamo rilevato una squadra di profughi che ha già eliminato due dei nostri. Non so ancora dirti quanti siano, abbiamo dei problemi con le rilevazioni. Appena so qualcosa t’informo. Ti ho spedito le coordinate sul cellulare.- Un attimo di pausa. -Fallo vedere a tuo fratello.- conclude capendo che se questo cellulare non è capace di stamparmi in tempo reale una cartina, potrebbe anche avermi spedito 20 000 euro che non me ne farei niente.

 

****

 

-Ma è inconcepibile pensare di occultare un tale prodigio medico!!-

 

Ho atteso che il dottor Lafelv concludesse la sua spiegazione, impaziente. All’inizio ero shoccato nel realizzare solo ora chi avevo di fronte. Shoccato nel constatare che le leggende di Saharian sul finire della grande guerra fossero vere e ancora più sconcertato di comprendere che chi aveva messo in piedi un tale prodigio medico chirurgico fosse proprio il bonario uomo attempato che avevo di fronte. Ma tutto tornava, e non un tentennamento, non una sfumatura stonata risultava dal suo racconto. Solo qualche sguardo colpevole, qualche sospiro amareggiato per le sue azioni e per quello che avevano comportato negli anni a venire.

 

Una fetta di storia era davanti a me e un possibile strabiliante futuro poteva iniziare da questa. Quando verso metà discorso ho capito che cosa avevano comportato i suoi studi, ho anche compreso come questi avrebbero potuto risolvere tutti i problemi della moderna medicina. Ed era assurdo che si dovessero buttare via per tenere al “Sicuro” due soggetti come i Sevyhal’s Twins! Due assassini pluri omicida! Erano loro ad avere un debito con la società, non certo il contrario!
Il Dottor Lafelv sospira. -Dottor Sastriem, quei due ragazzi non solo sono miei pazienti, a cui quindi sono vincolato da segreto professionale, ma hanno avuto una vita difficile, un’infanzia terribile_- Cerco d’interromperlo ma lui alza solo una mano, proseguendo. -_e non ho intenzione di riaprire una ferita vecchia cinquant’anni per farli dissezionare e tornare con loro agli albori della nostra guerra più stupida, immorale e densa di genocidi. Pensi a che cosa succederebbe se rivelassi la loro natura. Pensi a come reagirebbero le forze politiche in gioco. Al tempo s’iniziò una guerra lunga dieci anni di cui portiamo ancora ferite, tutt’ora i gruppi anarchici degli esodati di Saharian spargono il sangue di elfi in nome della propria patria perduta, ignorando totalmente il fatto che fu proprio il loro popolo ad iniziare e proseguire fino all’ultimo un enorme sterminio di massa in nome del progresso medico!-
Tentenno, e stringo i denti.

 

-Pensi all’alleanza e la pace che abbiamo raggiunto con lo smettere di seguire quegli ideali. Vuole davvero compromettere tutto questo? Non si soffermi su loro due, ma cerchi di guardare il quadro nella sua completezza.-
Cade il silenzio. Osservo distrattamente il pavimento, tentennando. Poi non ce la faccio. -Non sta a me decidere, dottor Lafelv, dovremo sottoporre la questione al Generale. Lui saprà cosa fare. Non possiamo tacere una cosa simile.-

 

-Io non_-
Stavolta lo interrompo io. -Sono costernato, dottore, davvero. Mentre leggevo del suo lavoro qui in Shield, la stimavo. Quando mi ha rivelato chi era durante la guerra, l’ho ammirata, dal punto di vista medico, per i risultati che ha ottenuto. Ed è per questo che non andrò subito dal Generale. Ma ha 24 ore, per spiegarlo lei stesso. Poi sarò costretto a farmi avanti.- Giro sui tacchi prima che possa fiatare e mi dirigo in chirurgia. Mi aspettano.

 

Ma la questione non è chiusa qui.

 

****

 

-Mbhè, non sono proprio due…. Se mi slegassi, potrei darti una mano.- dico.

 

-Se ti slegassi potresti passare dalla loro parte in dieci secondi e in venti comandarli tutti contro di me.- borbotta lui mentre ricarica la Beretta. Siamo arrivati da nemmeno due minuti e già si stanno radunando intorno a noi con intenzioni poco amichevoli. Tears è fatto così: lui non si apposta. Lui parcheggia in mezzo al nemico, in derapata, e aspetta che lo assalgano. Dice che fa prima.

 

-Oh. Quanta fiducia dal sangue del mio sangue.- dico compunto. – Mi ci vorrebbero almeno 15 minuti.- aggiungo.
Noto un tizio correre verso un vicolo, ma qualcosa mi dice che non sta semplicemente scappando. Ha un obbiettivo.

 

-Mbhè io in quindici questi li fo fuori da solo, saranno quanti? Una dozzina?-

 

Il tipo di prima risbuca dal vicolo, e allora perdo il sorriso. -Temo siano un po’ di più…-

 

Lui segue il mio sguardo e dal vicolo escono un’altra ventina di uomini, armati fino ai denti.

 

-Tears… Sono troppi.- dico.

 

***

 

-Tears… Sono troppi.- dice, e a questo giro la voce è seria. Guardiamo fisso il vicolo e cazzo, sono tanti sì… Stringo i denti.

 

-Tu non muoverti da qui. Per me non sono mai troppi.- rispondo. Ricarico e scendo.

 

***

 

-Non so spiegarti come, non ho calcoli da mostrarti per ora, li stiamo ancora elaborando, ma ci ho lavorato sopra per anni, e lo sento, ci stiamo staccando e così velocemente che il nostro campo magnetico non riuscirà a supplire come ai soliti sbalzi.-

 

Fisso i dati dell’ultimo scossone ricevuto l’altro giorno, quando in questo ufficio c’erano entrambi gli Eirdar. Un momento peggiore per mostrare la nostra vulnerabilità non è mai stato tanto azzeccato. Sam parla concitato, si sente che è spaventato dalla situazione. Non che si stia strappando i capelli, certe reazioni io le detesto e lui lo sa bene, ma ormai percepisco quel suo atteggiamento anche quando cerca in tutti i modi di non mostrarlo. -Io credo che a questo punto_- Inizia, ma uno sfrigolio ed un successivo fischio interrompono la nostra discussione.

 

Sam si guarda intorno non capendo, ma io so cos’è: la radio ad onde corte che usa Tears per comunicare con me. Mi volto verso la scrivania e la voce che ne esce non è quella dell’Eirdar. Non di quello giusto, perlomeno.

 

-Shelv!! Shelv, lo so che ci sei tu su questa linea! Rispondimi maledetto elfo oscuro!-

 

-È Sin?- chiede Sam.

 

Vado alla radio. Prima che accenda il microfono, di nuovo Sin. -Perlamiseria, rispondimi, elfo!! Hai messo nella merda mio fratello! Questi sono troppi!!-

 

Accendo la comunicazione. -Qui Shelv. Sin? Passo.-

 

-Si, sono io!! Muoviti a mandare rinforzi! Sono ammanettato, quelli sono più di trenta e ne stanno arrivando altri! Non ce la può fare da solo!!- Spari di sottofondo. Faccio un cenno a Samuel e lui tira fuori il cellulare di tasca, capendo la situazione. Bisogna recuperare Samirien.

 

-D’accordo, manderò quanto prima Samirien a dargli una mano. Passo.- dico.

 

-Spero che sia dietro l’angolo perché qui_ – La comunicazione si interrompe sopra il rumore di vetri infranti e una parolaccia sibilata.

 

***

 

-Sono dall’altra parte della città!- rispondo nel panico. Sono appostato sul grattacielo del centro e nel mirino avevo già inquadrato il prossimo profugo intasca-frammenti, quando m’è vibrato il cellulare distraendomi.

 

-Capisco ma fai prima che puoi perché la situazione non è delle più rosee…- dice Sam al telefono. Non lo faccio nemmeno finire, appendo e mollo lì il fucile. Poi, col bracciale sbloccato dalla Shield, salto dal palazzo. Attutisco la caduta con la levitazione ed atterro sul tetto di un bus.

E si fottano le procedure di occultamento.

 

Corro sul tettuccio e mi sporgo sul parabrezza. Bus n°3, ok, è il pullman giusto, dev’essere l’ultima corsa della sera. Faccio un sorrisone, un ciao al guidatore e gli urlo di saltare tutte le fermate, che ho fretta.

E quello inchioda.

 

Sbuffo, tiro fuori la Glock e gliela punto attraverso il vetro. ‘Muoviti.’ dico col solo labiale.

Tutti all’interno urlano, ma quello ingrana la prima e parte a razzo.

 

Mi sono sempre lamentato della velocità esorbitante con cui i pullman di questa cittadina corrono in mezzo ai palazzi. Mbhè, oggi sarà utile.

 

***

 

Sono ferito. Alla spalla destra, alla gamba sinistra e qualcuno mi ha tirato il calcio del fucile in faccia e lo zigomo mi fa un male cane. Ho dovuto tirar fuori anche la USP e sto sparando da dieci minuti di seguito, anche i colpi mi scarseggiano visto che ho già ricaricato tre volte. La fortuna maggiore è che pare che quelli tra loro armati di pistole e fucili siano la minoranza. La maggior parte ha roba come coltelli, spranghe e simili. Sono decisamente meno organizzati di quando era mio fratello a comandarli. Probabilmente le armi che possiedono sono le ultime rimaste con le munizioni di qualche mese fa, senza il loro capo a rifornirli sono male equipaggiati e soprattutto disorganizzati. Il problema è che sono troppi! Ne avrò seccati una dozzina ma comincio a credere che abbiano chiamato altri rinforzi perché invece di diminuire mi pare che aumentino.

 

Quando hanno attaccato la macchina mi sono preso anche un proiettile nel polpaccio, distraendomi. Ho visto Sin bloccare la canna di una pistola con entrambe le mani legate dalle manette quando gli è stata puntata attraverso il vetro rotto. È riuscito a disarmarlo e ad aprirgli con un calcio la portiera nello stomaco, mandandolo lungo disteso. Quando è uscito di scatto atterrandone due con un calcio nello stomaco, un proiettile mi ha trapassato il polpaccio sinistro da parte a parte e m‘ha costretto a concentrarmi sui miei di obbiettivi, almeno per ora.

 

Non posso slegarlo, non ho idea di che cosa potrebbe fare, o forse ce l’ho fin troppo chiara. Ma sono distratto, non posso pensarci su, e quindi non riesco a capire se il mio è uno di quei soliti presentimenti a cui devo dare importanza o solo una paura fottuta che gli parta di nuovo il cervello.

 

Sparo con la Beretta in fronte ad uno e in pieno stomaco ad un altro con la USP, poi: che si fotta tutto. Preferisco rischiare che faccia un altro casino piuttosto che si faccia ammazzare perché l’ho messo in questa situazione ammanettato.

 

Schiaccio il pulsante sul telecomando che ho al collo.

 

***

 

Con entrambe le mani tiro un pugno in faccia al tizio che ho di fronte e, quando indietreggia, con le manette di oricalco gli mollo un colpo al lato della testa, scaraventandolo direttamente a terra sull’angolo del marciapiede. Sento chiaramente il rumore del suo cranio che si spacca sul granito. Ghigno. Sangue, denso e scuro che si allarga.

 

Altri due corrono verso di me ricaricando le proprie armi, ed è qui che il polsi tornano leggeri e si separano. Rimango basito un istante, poi guardo verso mio fratello. Lui urla “SUL SEDILE POSTERIORE” senza guardarmi e so che si sta riferendo alle mie armi.

Il ghigno mi si allarga.

 

Per il bravo Sin è ora di divertirsi un pochino.

 

***

 

Ad un tratto: il rumore su di giri di un camion, o un bus. Cinque profughi intorno a me cascano per terra manco fossero svenuti contemporaneamente, ma no: Le ginocchia hanno ceduto, ma perché spezzate in due.

 

Mi volto di scatto ed il n°3 tenta la curva a gomito ad una velocità che nemmeno pensavo gli Iveco di questa città potessero raggiungere. Tenta, ma non riesce, ovviamente. S’inarca su un lato, qualcuno sul tettuccio corre verso il fianco opposto e quando il pullman casca sulla sinistra  lui salta sulla fiancata destra sempre senza smettere di sparare. Altri tre o quattro profughi cadono contorcendosi per il dolore alle ginocchia. Uno già atterrato mira comunque col revolver verso di me, ma viene raggiunto da un colpo stranamente in piena fronte e cade di lato morto stecchito. Altri profughi cascano come mele mature a terra lamentandosi, e il pullman arriva in strisciata su di un lato fermandosi a meno di cinque metri da me.

 

Un attimo di pausa nelle urla assordanti all’interno, poi la faccia del novellino si affaccia da un lato, Glock in pugno, mentre controlla la zona. Io agito un braccio e gli urlo -HEY! Lo voglio anch’io l’abbonamento ai mezzi che hai tu!-

 

Lui non mi caga. -TEARS!! Tears, stai bene!?- urla soltanto isterico mentre spara ad un altro paio di tizi lasciandomi il tempo di ricaricare.

 

Annuisco preso un po’ in contropiede. -Sì sì… tutto ok.- E riprendo a sparare. -Potevo farcela anche da solo! Mica mi serve la balia!-
Dopo un attimo di smarrimento tutti quelli coscienti all’interno dell’autobus riescono a uscire dai finestrini e corrono via urlando.

 

****

 

Tears mi pare ferito ma non gravemente, sono davvero tanti e in fondo alla piazza localizzo Sin. È senza manette, pistola ficcata alla ben e meglio nella cintura e le Katana in mano. Corre, salta e dove passa vedo schizzi di sangue. È troppo veloce perché riesca a seguirlo chiaramente, e ho il mio bel daffare con tutti gli altri intorno. Quanti diavolo saranno!?

 

Ne atterro un altro paio, poi salto giù dal bus e mi riparo un istante all’interno passando per uno dei finestrini sfondati. Ricarico e con la coda dell’occhio vedo Sin avvicinarsi, nella sua schizofrenica danza di morte, a suo fratello. Bestemmio. Se ha vagamente in testa di tagliare la corda, questo è il momento perfetto, ma deve assicurarsi di uccidere, o almeno ferire, suo fratello di modo che non lo segua, perlomeno non subito. Il caricatore mi s’incastra ed io bestemmio mentre un paio di proiettili mi sfiorano, e Sin è sempre più vicino alle spalle di Tears, ignaro di cosa stia succedendo alle sue spalle. Finalmente il “tlack” secco del caricatore che rientra, mi butto fuori e riprendo a sparare, cercando di avvicinarmi per avvertire Tears. Ma Sin ormai è alle sue spalle…

 

Tears scarica tutto il caricatore su un gruppo di 15 in rapido avvicinamento beccandone 13, poi, senza un cenno né una parola, si inginocchia e ricarica. Appena si abbassa, Sin alle sulle spalle rotola all’indietro sulla sua schiena e i due sopravvissuti del gruppo di prima si ritrovano a meno di un metro dal loro obbiettivo ma con la scatola cranica scoperchiata.

 

Tears non solo s’era accorto che Sin s’era avvicinato, ma nell’ultima azione ha dato per scontato il suo appoggio. Rimette il caricatore nella pistola, si volta nella direzione dove prima stava Sin e spara a quelli che lo stanno attaccando alle spalle, ora scoperte dopo la capriola all’indietro del fratello. Tre colpi verso di loro, tre centri, per il quarto colpo si volta di nuovo e mira in punto non definito in alto. Alzo lo sguardo e vedo cadere qualcuno dal cornicione, qualcuno che aveva il fucile puntato in basso verso Sin. Quando il corpo cade, Sin si sta guardando intorno valutando la situazione, senza guardare alza trasversalmente la Katana ed il corpo si divide in due metà perfette. Sangue ovunque.

 

Proseguono così per minuti, in una specie di coreografia perfettamente sincronizzata. Non un secondo tra un’azione e l’altra. Niente di pre-concordato, semplicemente è come se fossero una persona sola. Una persona sola con 4 braccia e 4 gambe. Quando un nemico è troppo vicino, Sin lo affetta, quando è lontano, Tears lo impallina, quando Tears deve ricaricare, Sin lo percepisce prima e gli copre le spalle, quando qualcuno punta un’arma verso Sin, Tears lo rende inoffensivo e Sin gli da il colpo di grazia.

Insieme sono pressochè imbattibili, bisognerebbe puntargli addosso un lanciarazzi da un chilometro di distanza e sono comunque convinto che riuscirebbero a cavarsela.

 

Mentre sono allucinato dalla cosa, un tipo si avvicina alle mie spalle con una spranga. Io non mi volto, gli sparo ad un piede. -E non rompere…- dico mentre cade contorcendosi.

 

Tears è una macchina da guerra e Sin altrettanto. E mentre combattono paiono due pezzi perfettamente ingranati di una macchina impossibile da fermare.

 

-Per gli Dèi… posso capire perché ci hanno messo tanto a catturarli…- mormoro.

 

Qualche minuto dopo la piazza è piena di cadaveri, più quelli a terra ma ancora vivi che si lamentano delle ginocchia e altri arti. Sospiro e mi avvicino controllando il territorio, anche se so che è già abbastanza pulito. Questo lo capisco sempre nel momento in cui Tears riprende a camminare sciolto, con la gambe a losanga. Si guarda intorno mentre si volta verso il fratello. Gli mette le mani sulle spalle e lo volta verso di sé, controllandolo dalla punta dei capelli a quella delle scarpe… -Aoh… Tutto ok?- chiede sospettoso.

 

Sin è in estasi, col fiatone e ricoperto quasi completamente di sangue. -Dèi! Tears! Come mi sono divertito! Mi mancava da morire tutto questo!-

 

Lui gli da un’ultima occhiata poi lo spinge appena lontano per una spalla. -Ma se hai massacrato gente fino ad un paio di mesi fa?- borbotta.

 

-Si!! Ma non con te!! Farlo con te è tutta un’altra cosa!- dice lui agitando le mani, con ancora in pugno Katana e Wakizashi. -È come… È come fare sesso!!-

 

Mentre si accende una sigaretta e lo tiene bene sott’occhio, un sopracciglio sfugge al suo controllo, e sulle ultime parole si ritrae un poco indietro. Sbuffa la prima boccata di fumo e lo fissa sospettoso e un po’ schifato. -Mbhè, se ti accontenti di questo, credo mi stia bene…- dice mica tanto convinto.

 

****

 

-E pensare ch’era partita malissimo la giornata, poi è successo quel contrattempo e… Ohddéi! non puoi capire come mi sono divertito! Cioè combattere con lui è la cosa più bella dell’universo! Non ci guardiamo, non ci parliamo non ci facciamo nessun gesto per confermare le nostre azioni. Le facciamo e basta, ci vengono naturali e c’incastriamo sempre alla perfezione! È una sensazione bellissima!-
-Seh.- schiocco la lingua sul palato. Non ho voglia di sentire di nuovo quanto suo fratello sia la cosa più bella nell’universo. -Ma perché dici ch’era partita malissimo? Andata male la lezione?-

 

Sin perde istantaneamente il sorriso. Gli si alza il sopracciglio critico ed anche il mento, in quella posa da superiore che assume quando sta tentando di farti capire quanto non gli interessi una cosa che invece lo corrode dentro…

 

-Gnah… La lezione è andata, ed io non ho ucciso nessuno. Sono un branco di inetti ignoranti e cocciuti ma ogni tanto riesco ad inculcare in loro una scheggia impazzita di sapere…-

 

-E quindi?- lo punzecchio mentre è voltato verso la cabina armadio. Sta studiando quali vestiti tra quelli che gli sono rimasti in questa casa, è ancora portabile per domani.
Non mi risponde. -Sin?….- chiedo di nuovo.

-Non voglio parlarne, poi mi arrabbio.- Getta una giacca dietro le spalle e appallottola un paio di magliette, facendogli fare la stessa fine.

 

-Mbhè, è probabile Sin, ma tu hai sempre delle reazioni esagerate con piccole cose. E sai perché ti vengon fuori così?-

 

-Perché sono isterico?-

 

Ondeggio la testa. -Mbhè… io stavo per dire perché, apparte con Tears con cui gridi per un nonnulla, tendi a non sfogarti. Così goccia oggi e goccia domani, va a finire che scleri con la potenza di una bomba nucleare, e fai cose tipo rubare lo Iantor e dichiarare guerra a due mondi contemporaneamente… Ecco…-

 

Mi fissa. Due maglie in una mano ed un cappotto nell’altra. Sta valutando, lo sguardo è perso in un punto indefinito dietro le mie spalle. -Quindi cosa dovrei fare?- chiede poi rimettendomi a fuoco.

 

Faccio “pat pat” con la mano sul letto su cui sono seduto. Lui mette un po’ il broncio ma lancia per terra tutto e viene a sedersi con le gambe aggrovigliate. Mi fissa.

 

-Adesso dimmi che cosa ti ha dato fastidio.- dico.

 

-Poi mi arrabbio.- È nella fase bambino col broncio. Io lo adoro così e mi scappa un sorriso.

 

-Non importa.- dico accondiscendente.
-E poi tu non ti meriti che ti sfasi in faccia, non c’entri niente!- protesta.

 

Questo slancio d’interessamento verso la mia persona mi fa sorridere. -Ma sono un barista dalle spalle grosse, e come tale sono bravo ad ascoltare e consigliare. Su.-

 

Broncio. Poi uno sbuffo. -Mi lascia da solo durante le lezioni.- dice, e si mette distrattamente a giocare con una piega del copriletto. -È già il secondo giorno di fila.-

 

-Non vuoi rimanere in Shield da solo?- chiedo.
-Pensavo che fosse per quello. Mi sento ancora a disagio lì dentro. Ma poi ho capito che non è così… È che.. credo di sapere dove va. E mi fa arrabbiare. Ma non ne ho il diritto, come sempre, per cui mi arrabbio ancora di più…- Quella piega del copriletto sembra diventata un sacco interessante, ed io lo lascio fare, perché lo so che sta rimuginando. E difatti dopo poco scatta. -Sai che cosa fa? Io lo so! Electra non può venire qui in casa o sa che io scatenerei l’inferno, quindi cosa fa visto che deve sempre starmi attaccato al culo per procedura? Si assenta durante le ore di lezione e so che va a scoparsi quella baldracca!!-
Urla, finalmente, in un crescendo. -Ecco, così ti voglio. Sfogati!- dico.

Si alza di scatto e comincia a camminare per la stanza. -Non è sfogarmi questo!! Se mi stessi sfogando starei appendendo la testa di quella vacca sul lampione più alto della città!!!- Tira un calcio e spacca il pianale basso del comodino. Poi non contento prende l’abat-jour e la scaglia sul muro, quello che divide la sua camera da quella di Tears. Sa benissimo che lui è la dentro e che con quel tono di voce lo sta sentendo. E anche tutto il quartiere limitrofo probabilmente.

 

Poi si ferma immobile e guarda il soffitto. Prende un lungo sospiro a pugni stretti. -Ma non posso arrabbiarmi, lo so. È illogico.- scatta e raccatta di nuovo vestiti dal pavimento, tornando alla cabina armadio.

 

-Non è perché sai che è illogico. È che sai che non puoi impedirgli d’amarla. – dico.
Sobbalzo perché un calcio sfonda la porta della cabina armadio. Ma non reagisce oltre, rimane voltato di spalle fissando le maglie che ha in mano. Sbuffa. -Dovevate lasciarmi morire tranquillo, idioti! Stare qui è molto peggio…- borbotta entrando nell’armadio. Sparisce alla mia vista ma sento un frusciare di vestiti, qualcosa viene lanciato fuori dalla porta.

 

-Ti sei fissato, Sin. Dovresti trovarti qualcuno speciale, oltre a tuo fratello, come ha fatto lui, allora riusciresti a fare un passo indietro e vedere la situazione nel suo insieme.- Ovviamente è ciò che penso, ma questo non significa che non stia anche cercando di portare acqua al mio mulino.

 

-Sì certo, chiuso in casa come un eremita! Ti rendi conto che sono settimane che non scopo? Poi divento isterico!- Rumore di qualcosa che si rompe.

 

Sospiro frustrato visto che la mia persona non viene calcolata nemmeno nelle scopate, a quanto pare… -Perlamiseria, Sin! Non sto parlando di scopare! Dovresti scegliere una persona speciale, che non sia tuo fratello, per inciso, e liberare ciò che hai nel cuore!-

 

Si affaccia solo con la testa dall’armadio, rotea gli occhi al cielo nauseato e mi liquida con un gesto della mano. -Nah, il problema non è il cuore: è il bacino.-

 

***

 

-Sei un po’ più calmo?- chiede. La voce bassa, calda. Una carezza nella penombra della stanza.

Mugugno qualcosa che sta tra un sì e un no.

 

Dopo qualche minuto: frusciare di coperte. Lo sento muoversi appena, alzo lo sguardo e lo vedo che allunga il collo per guardarmi meglio in faccia. Non capisco, per cui lo fisso.

Mi pietrifico quando si volta sul fianco, verso di me e mi si avvicina al viso. Trattengo il respiro e nemmeno me me accorgo. La sua mano si avvicina alla mia guancia e mi guarda sempre fisso, un’espressione strana sul volto. Mi scosta i capelli e sbotta con un -Che cazzo è ‘sto robo qua?-

Ho perso dieci anni di vita.

Che non ho, tra l’altro…

 

Prendo un bel respiro e deglutisco. -D… di che… che cosa stai parlando?- chiedo. Ho balbettato, maledizione!
Mi porto la mano poco sopra la tempia sinistra, dove sta guardando e sento il bassorilievo del pentacolo sulla pelle. -Questo?- chiedo, sbuffando scocciato.

 

-Eh! N’altro tatuaggio? Questo me lo sono perso… qualche anno fa non ce l’avevi. Sembra strano…- è perplesso.

 

Lo fisso per qualche istante. -Non ti viene in mente nulla?- chiedo sarcastico.

 

-Che dovrebbe venirmi in mente?- chiede lui stralunato.

 

Sbuffo e lo spingo di nuovo supino, per rimettermi nella mia posizione notturna, attaccato a lui. -È il sigillo di Sirmh.- spiego.

Fa per dire qualcosa, tentenna. Poi borbotta qualcos’altro che non comprendo.

 

Non lo vedo in viso. Dormiamo così: lui supino ed io accoccolato sul fianco addosso a lui. Una volta che mi metto comodo generalmente mi cinge le spalle col braccio. Lui dice che lo deve mettere lì perché se no ci dormo sopra, non gli passa il sangue e l’indomani devono amputarglielo. Ma in realtà mi abbraccia. L’ha sempre fatto, e non smetterà mai di farlo. Il “momento della nanna” come lo chiamo da quand’ero piccolo, è un momento in cui si depongono le armi. Lui smette di berciare e di fare l’uomo tutto di un pezzo ed io smetto di rompergli le palle come una donna mestruata.

 

Certo che me ne rendo conto di farlo, ma è troppo divertente, e poi lo faccio solo con lui, dovrebbe andarne fiero.

 

Non è ancora convinto, lo so. Infatti dopo qualche minuto parla di nuovo. -Ma non è un tatuaggio.- dice. -È diverso.-

 

-È marchiato a fuoco.- rispondo.

 

Lo sento irrigidirsi, ma non dice nulla. È colpa sua se mi hanno apposto questo sigillo. O meglio, è colpa mia, ma è stato lui a catturarmi anni fa e riconsegnarmi alla Shield. È così che s’è guadagnato la libertà, è così che ha ripulito la sua fedina penale. Condannando suo fratello.

Io l’avevo messo in conto già all’epoca, e lui andò fino in fondo, ma non per questo se l’è perdonato. Era l’unica cosa che poteva fare, lo so io, lo sa lui. Ma rimane comunque un dettaglio irrilevante.

 

-E perché… tipo… non te lo  sei tolto con l’acido o qualcosa del genere? Voglio dire, sei abbastanza pazzo da farlo.-

 

Sbuffo. -Vuoi davvero saperlo Tears?- chiedo.

 

Tentenna. -Perché non dovrei?-

 

Rifletto se dirglielo o meno, poi sospiro e decido di sì. -Non è un semplice marchio a fuoco come quello delle mucche, tanto per dire, il timbro che usano è composto di tanti minuscoli lunghi aghi incandescenti che penetrano nella pelle fino all’altezza dell’osso del cranio, incidendo in bassorilievo il simbolo sull’osso. Rimuoverlo dalla pelle forse sarebbe possibile, ma del tutto irrilevante in quanto a sigillazione magica, perché rimarrebbe per sempre segnato in bassorilievo nelle ossa del cranio.-

 

Non vedo la sua espressione, ma sento la sua reazione dai muscoli. È diventato di marmo alla sola idea. Alla sola idea che l’abbiano fatto su di me. Per colpa sua.
Lui non c’era, all’epoca, ed entrambi pensavamo che non ci saremmo mai più rivisti. Erano questi i piani. Della Shield.

L’ho odiato, lo ammetto. Ma non mi è geneticamente possibile odiarlo davvero, non troppo a lungo.
Rimane zitto a lungo. Poi sento le sue dita sfiorare leggermente il sigillo e il leggero bassorilievo che compone sulla mia tempia. -Fa male?- chiede poi. È quasi un sussurro, basso, timoroso e colpevole. Sorrido e lo stringo. -Non più.- lo rassicuro.

 

***

 

-La ringrazio Generale Shelv per avermi ricevuto a quest’ora tarda e con così poco preavviso, so ch’è molto occupato.-
-Lo sono.- dice controllando alcune carte che ha sulla scrivania. -Ma non ho mai ricevuto richieste di udienza da parte sua, Dottor Lafelv, e se per la prima volta chiede di parlarmi e con tale urgenza, non posso far altro che sospettare che abbia qualcosa d’interessante da espormi.- conclude poggiando gli occhiali da lettura. Si appoggia allo schienale della poltrona su un sospiro. Il mio occhio critico vede ogni particolare dal punto di vista medico, e non ho potuto non notare come impugni ancora la penna con la sinistra e nell’appoggiarsi allo schienale abbia avuto qualche fitta di dolore al fianco destro.
-Devo parlarle degli Eirdar.- dico, schietto. -O meglio: dei tre gemelli Dragan.- chiarisco.
Shelv mi fissa interessato.

L’ultima frase non ha fatto altro che confermare le sue ipotesi.