-Domani vengo anch’io in Shield.-

Lo dice così. Nel buio e senza preavviso. Siamo già a letto, ed io personalmente stavo già quasi per prendere sonno, che se ne esce così: “Ah lo sai? Domani torno al lavoro.”

-Cosa!?- sbotto alzandomi sui gomiti per guardarlo.

-Samuel, cosa continuo a ripeterti sul gridare? Sono a dieci centimetri di distanza, pensi che non ti senta?-

-No, ma che_- Non articolo niente di senso compiuto ma non ho intenzione di far cadere la discussione, percui accendo la luce.

Apro la bocca ma m’interrompe prima. -Non azzardarti ad accennare di nuovo al mio stato di salute. Sono grande a sufficienza per poter prendere decisioni sulla mia persona, e ti ricordo che tu non hai nessuna voce in capitolo.-
Richiudo la bocca.

Poi ritento. -O.. ok.. Ma non abbiamo avvisato nessuno, nessuno sa_-

E di nuovo m’interrompe. -L’ho previsto da giorni, e non ti ho detto nulla a riguardo proprio per questo. Temevo saresti scaduto in sciocchezze come festoni di bentornato o stupidaggini simili; inoltre non voglio darti il tempo di nascondere gli eventuali danni che hai provocato prima che me ne possa accorgere.-

Ops…

Lo fisso per qualche istante, lui guarda invece il soffitto, perfettamente ordinato e supino nel letto.
Poi sbuffo e mi lascio cadere di faccia nel cuscino. -Agli ordini capo…- dico, e spengo la luce.

Domani sarà una giornata molto, molto lunga…

****

Mi sveglio nella notte e non so nemmeno io perché.
Una sensazione. Come quando ci si sveglia perché bisogna andare in bagno ma lo stimolo te lo puntualizza qualche secondo dopo il risveglio.

Perché mi sono svegliato? C’è stato un rumore?
D’istinto metto la mano sotto il cuscino e sento il freddo della mia Glock 19 sulle dita.
Finalmente nel buio una figura si distingue dalle altre ombre. C’è una poltrona in questa stanza, un poltrona moderna fatta di tubolari d’acciaio e cuscini squadrati di pelle nera. Quel modello l’ho visto sulle riviste, un qualcosa di un architetto importante. E la figura è sopra quella poltrona.
Un respiro che conosco.

-Sin?- chiedo.

-Sì.-

Fisso l’ombra e lui mi fissa in rimando, lo so. I contorni non sono ancora ben definiti, i miei occhi ancora si stanno abituando, ma so che mi sta fissando.

-Devo prendere la pistola?- chiedo sorridendo appena. So che lui non sorride.

-Non lo so.- Una pausa. -Dimmelo.-

-Direi che a meno che tu non intenda fare tiro al piattello con le zanzare in quella ch’è la tua camera da letto a casa di Tears, no.-

-La casa d’entrambi.- precisa monotono, poi prosegue. -Il barista onora ancora il suo patto?- chiede.

-Qualsiasi risposta ti dessi mi crederesti?-

-Prova.-

Mi tiro a sedere meglio nel letto e sospiro. Non accendo la luce, so che gli dà fastidio, ed io quasi riesco a scorgerlo ormai. -Sono ancora dalla tua parte, Sin.- confermo.

Mi sembra di vederlo annuire, lentamente. Non sposta lo sguardo da me, o quella che è la mia direzione…

Passano i minuti, poi finalmente si alza e va alla porta. Lentamente.

-Sin!- lo blocco. Lui si ferma, credo abbia già la mano sulla maniglia. Tentenno. -Perché ti sei scusato, oggi?- chiedo.

Forse volta un poco il capo nella mia direzione. -Perché.- Rimane qualche istante in silenzio. -Non conoscevi l’intero piano.- Mi sembra di scorgere un’alzata di spalle. -Era maledettamente probabile che avresti piantato grane.- Finalmente apre la porta e l’attraversa. Poco prima di uscire dice -Tieniti pronto. Domani parlerò con Tears. Forse avrò bisogno.-

La porta si chiude.

****

Esco dal bagno già in divisa e lui è lì, alla penisola che divide la cucina dal salotto. Lo guardo di sfuggita mentre afferro il cappotto dal divano, dove la sera prima l’ho gettato con enorme disappunto del padrone di casa.
Padrone di casa che s’affretta a mettere via qualche cosa nella sua cartelletta dei documenti in pelle, afferra il suo bastone e si issa dallo sgabello, lentamente.

Naturalmente io non credo affatto che sia una buona idea rientrare già al lavoro, né oggi né tantomeno tra un mese. E’ insicuro sulle gambe, non ha praticamente forza nel braccio destro e il suo cervello non è ancora a posto. Dimentica cose, nomi, persone, luoghi. Un istante prima è perfettamente lucido, l’attimo dopo non sa nemmeno dov’è. Sono solo sprazzi ormai, pochi secondi di smarrimento che capitano raramente, ma ci sono. E non è neanche tanto semplice fare una diagnosi perché ora è abbastanza lucido da accorgersi di avere questi vuoti, e dissimula. Shelv dissimula maledettamente bene.

E non sta andando al cinema, dove se ti perdi un pezzo di trama non muore nessuno, qualcuno te lo spiegherà o ti comprerai il DVD e te lo rivedrai per bene dopo. Sta andando alla Shield, e se Nakiri Shelv torna alla Shield, non è certo per una visita turistica o per salutare i suoi colleghi: è per comandare. Comandare interi eserciti, comandare praticamente tutta la difesa mondiale. Senza contare che ultimamente oltre ai nostri problemi abbiamo anche quelli che l’essere stati scoperti in questo mondo ci ha comportato. Dobbiamo vedercela con relazioni diplomatiche con tutti i maggiori capi mondiali di questo mondo, che tutto vorrebbero tranne che averci in casa. Solo che non si azzardano ancora a dircelo, perlomeno apertamente, non dopo che si sono trovati mezzo deserto del Gobi vetrificato…

****

-Non ce n’è bisogno, Sam!- protesto. Stiamo svoltando per Via Alessandro Volta, ed io lo so che vuole accompagnarmi all’ingresso principale. Vuole entrare con la macchina nel cortile e mollarmi lì, sulle scale d’ingresso, come un diversamente abile.

E se siamo più che sfortunati ci troveremo anche in mezzo ad una cerimonia nuziale con rito civile, ed io non voglio trovarmi in mezzo ad esseri umani di questa dimensione che decidono scioccamente di unirsi in quel rito ch’è il matrimonio nella villa del ‘900 sopra la Shield.

-Sono io che guido, d’accordo? Quindi sono io che decido dove mollarti, ed io ho deciso di farlo qui, all’ingresso principale, ok? Ci sono meno gradini e meno strada.- Sfiora l’auricolare e torna a parlare con il suo interlocutore, che sospetto sia Nadine. -Sì. No no, non ti preoccupare, ho trovato aperto, devono esserci le prove per i concerti su nella villa. Che ne so? Roba del comune, credo… Senti, io so cosa succede sotto la villa, ok? Quello che organizzano sopra non mi tange… Come sarebbe a dire che dovrebbe?- ride.

Si, con quel tono è decisamente Nadine.

Sospiro scocciato e stringo la presa sulla mia cartelletta di pelle nera.

****

Fortunatamente il cortile è sgombro, nessuna macchina e nessun assembramento di civili intenti a discutere su come sia stato splendido il matrimonio dei loro figli. Questa villa viene occasionalmente usata dal comune per eventi culturali, come concerti di musica classica, e dalla popolazione per convolare a nozze con rito civile. L’unico mio terrore a far entrare da qui Naki era rivolto proprio all’ultima eventualità, non sono certo note di musica classica ad innervosirlo, quanto coppiette felici sprizzanti gioia da tutti i pori.

Fermo l‘auto davanti alla scalinata. Il soldato mandato da Nadine prende le chiavi ed io faccio il giro per aiutare Naki. Ovviamente lui ha già aperto da solo la portiera e sta già dissimulando ogni tipo di difficoltà nello scendere. Io fingo di non sembrare apprensivo anche se lo sono, ma per un istante me lo immagino da vecchio, che agita il bastone da passeggio verso giovani scout che vogliono aiutarlo ad attraversare la strada. Prima di ridere e perdere un arto come punizione, cerco di distrarmi prendendogli dal sedile posteriore l’elegante bastone da passeggio nero che ultimamente utilizza, ed è li che succede.

Lui perde per un istante la presa sulla portiera alla quale si è aggrappato per issarsi, solo un istante, ma è abbastanza per fargli cadere di mano quella cartelletta in pelle e sufficiente per far uscire dal suo interno una busta. Lo vedo irrigidirsi e rendersi conto che in quelle condizioni non sarà mai abbastanza veloce per chinarsi a raccoglierla per primo, quindi la fisso cercando di capire quale problema porti dietro di sé quella busta, e poi la raccolgo io.

Un istante. Poi gli passo la cartelletta, ma non la busta.

Sospira. -Sam…-

-Non ci pensare neanche, questa me la tengo io.- M’infilo in tasca la busta e gli passo il bastone.

Fa per dire qualcosa, poi il suo sopracciglio guizza, decretando che non è né il momento né il luogo per discuterne. Non replica, si prende il bastone e comincia a salire le scale.
Io lo seguo mentre il soldato porta la mia auto all’ingresso da cui sarei dovuto entrare: al parcheggio sotterraneo.

Mi abbottono meglio il lungo cappotto nero che indosso, identico a quello di Naki, giusto per essere sicuro che non s’intraveda la divisa. Il problema di entrare dall’ingresso principale è proprio questo… passare inosservati. Non certo al personale, visto che sono nostri uomini sotto copertura, ma a chi in quel momento è presente tipo per godersi un buon concerto.

Superiamo l’ingresso, il corridoio, e ci avviamo alle scale che portano al seminterrato, il tutto in silenzio. Anche quando digito il mio codice sulla porta di quella che doveva essere la stanza di sicurezza, e che è diventata l’ingresso alla Shield, nessuno dice nulla. Lo faccio passare, controllo che la breve rampa non gli crei problemi, passiamo i tornelli ed entriamo in ascensore che nessuno dei due ha ancora detto nulla. Poi cede, finalmente.

-Sai perfettamente che ne scriverò un’altra, vero?-

-Non posso impedirtelo.-

Entrambi fissiamo le porte dell’ascensore chiuse.

-E’ la cosa migliore, Sam.-

-E tu sai perfettamente che non lo è.-

Finalmente si volta verso di me. -Per la miseria, Sam! Non vedi come sono conciato? Come pretendi che possa guidare la Shield in questo stato?-

Non rispondo né lo guardo, e questo lo manda in bestia. -Ho in mano le vite di centinaia di uomini, non posso permettermi di sbagliare, non posso permettermi una perdita di memoria o uno smarrimento! In quanti sono morti nell’ultima battaglia? Pensa cosa potrebbe_-

E lo interrompo, perché è arrivato al punto. -E’ questo il punto! Vero?-

Si blocca e mi fissa.

-E’ questo! E’ il fatto di aver avuto così tante perdite nella battaglia contro Sin!-

-Non sono stato all’altezza! Le perdite potevano essere di molto limitate. Ho atteso troppo prima di attivare il protocollo!-

-IO NON LO AVREI ATTIVATO PROPRIO!- sbrocco. -Apparte il fatto che probabilmente non avrei mai messo a repentaglio la mia vita, ma sai quella scarica elettrica cosa ha comportato?? Dei danni probabilmente irreparabili! Gli scudi, le antenne, lo stesso campo energetico che tiene attaccati i nostri mondi si è incrinato!- smanacco. -E qui cade tutto a pezzi giorno per giorno! Corro a destra e sinistra mettendo pezze e tenendo attaccato tutto col nastro adesivo! Ci credo che lo hai attivato all’ultimo! Saresti stato pazzo a farlo prima, con anche solo un’ombra di possibilità di riuscita ancora possibile! –

Sospira e cerca di mantenere calma la discussione. -Sam. Il punto è questo: Come posso guidare battaglioni di uomini che hanno perso i loro colleghi ed amici in una battaglia in cui io ho deciso la loro sorte commettendo un errore di calcolo?-

-Non era un errore di calcolo, Naki! Era perfettamente corretto! Ti pare sbagliato perché sono morti in tanti, e nessuno o quasi lo avrebbe attivato così tardi perché, spinto dalla sensibilità verso i propri soldati, lo avrebbe fatto prima limitando le vite in gioco…- Mi stringo nelle spalle. -Ma la tua mossa è stata da manuale e nessuno di noi si aspettava qualcosa di diverso, non da te!- Mi scappa un sorriso. -Più che altro mi domando che cosa possa avere fatto quella scarica elettrica al tuo cervello se tu, Nakiri Shelv di Ashyal, ti poni dei problemi così etici…- Lo fisso (appena) di soppiatto con un sopracciglio alzato. -Cos’è successo al reparto sensibilità? La scarica elettrica ha fatto da elettrostimolatore?-

Non risponde, è serio. Pochi istanti prima che la luce ci avverta che siamo arrivati al piano, scuote la testa, sospira e mi guarda. -La crisi poteva essere prevenuta se avessi preso decisioni diverse fin dal principio, e un capo non può essere tale senza la fiducia dei propri uomini. Fiducia che ormai ho palesemente perso.- Mi sfila la busta dalla tasca e non so cosa rispondere.

E le porte si aprono.

***

Il “Bentornato Signore!” mi fa venire qualcosa di molto vicino ad un infarto e vedo distintamente con la coda dell’occhio anche Nakiri trasalire.

Appena le porte dell’ascensore si aprono, quella frase ci investe a tipo mille decibel, urlata da qualcosa come duecento uomini tutti perfettamente sull’attenti e ben in fila. Dalla balconata che si affaccia sulla Shield sulla quale si aprono gli ascensori, abbiamo una visuale ben chiara di tutto l’androne principale.

La Shield si estende oltre il perimetro della villa Tosi sotto cui siamo. Un enorme salone open space che prende 900 metri quadri, al suo interno scrivanie, separè e uffici prefabbricati tutto in stile moderno. Gli ascensori portano al secondo livello, quello dove ci sono solo l’ufficio del Generale e le scrivanie delle sue due segretarie personali. Tale livello prende solo un centinaio di metri quadri di soppalco che si affacciano su tutto il resto della Shield. E’ li che siamo arrivati, e ciò che possiamo vedere sotto di noi in questo istante sono tutti gli uomini, soldati e segretarie, ben in fila e pronti a salutare a gran voce il proprio generale.

Tenendo conto che Nakiri è stato ben attento a non farsi annunciare, credo che la notizia si sia sparsa solo negli ultimi tre minuti, cioè da quando abbiamo fatto capolino nel giardino novecentesco di villa Tosi.
Mi domando cosa sarebbe successo se Nakiri avesse deciso di fissare il giorno del suo rientro…

Alcuni soldati, nelle file posteriori, si stanno ancora abbottonando bene la divisa presi alla sprovvista, e nel mentre prendono posto anche loro in fila. Noi rimaniamo lì, entrambi storditi, con sotto duecento uomini ben sull’attenti. Molti di loro hanno ancora fasciature, qualcuno un braccio o una gamba ingessata, ma questo non ha impedito loro di riprendere il lavoro, e farsi trovare impettiti di fronte al ritorno del loro Generale.

-Signore…. Se ci avesse avvisati, avevamo in mente qualcosa di ben più organizzato, ma non ce ne ha dato il tempo…- La voce di Nadine. Mi volto e lei si sta avvicinando insieme a Katrine, con un pacchetto in mano. Nakiri è ancora un po’ stordito, ma recupera velocemente il proprio cipiglio e mi passa la busta con un pugno nel rene. Mentre immagino il rene sinistro che tenta di ritornare dal suo lato, mi affretto a rimettermi in tasca la busta prima che Nadine possa vederla. Lei, con un sorriso smagliante e del tutto sincero, porge a Naki un pacchettino. Cubico, discreto, carta regalo monocromatica color vinaccia, seria come il nastro di raso che chiude il pacchetto.

Un pacchetto discreto, ma pur sempre un pacchetto regalo.
Un pacchetto regalo dai suoi subordinati.
Un pacchetto regalo a sorpresa.
Se non avessero fatto almeno l’incarto sobrio, credo che Naki sarebbe esploso lì, sul posto. E tutti ne sono coscienti.

Lui lo guarda come se gli avessero passato una tarantola e Nadine se lo aspettava, evidentemente, perché paziente aspetta quei due secondi di smarrimento e ancora più paziente non si sorprende per la mancanza di sorrisi e di rigraziamenti successivi quando lo afferra.

Naki lo squadra, poi guarda Nadine. -Devo aprirlo?- chiede.

Nadine vince la sua lotta interna contro la grassa risata che le sta venendo dallo stomaco. Lo so, io lo faccio spesso, e risponde di sì, che è un regalo di tutti. Simbolico, più che altro.

Naki mi passa il bastone, e torno ad avere due reni su un lato solo, poi sfila il cordino di raso ed apre il coperchio. Quando solleva tenendo solo con due dita il gancio del portachiavi contenuto all’interno, duecento uomini trattengono la risata folle che sta devastando loro lo stomaco, sicuri di perdere la vita se fanno tanto di anche solo sorridere. Ma io no, ed esplodo a ridere con tanto di lacrime.

Naki fissa il portachiavi con lo sguardo omicida. Si tratta di un piccolo portachiavi di peluche, a forma di pantera nera. Molto carino tra l’altro, ma è di peluche. Ed è una pantera. Nera.

Nadine sorride. -Bentornato Signore. Senza la nostra Pantera qui non era lo stesso.-

Quando, nella calma più totale, Naki si riprenderà il bastone e ringrazierà tutti con un semplice cenno del capo, il primo passo di quel bastone sarà sul mio piede.

****

Apro gli occhi, e già ho una brutta sensazione.

La prima cosa che faccio appena sveglio è sbuffare fissando il soffitto, con la mano destra sulla fronte.
Aspetto qualche istante e poi, visto che lui non si degna, parlo io. -Ho un ultimo desiderio?- chiedo, ed immagino la smorfia sul suo viso.

Mi tiro a sedere e ancora non lo guardo. Non l’ho ancora visto. Ma so perfettamente dov’è, e so che ha una pistola in mano: la mia, credo. So che sta seduto sulla sedia della scrivania, aggrovigliato in una di quelle sue pose scomposte. So che sta giocherellando con la pistola che ha in pugno. So che sta valutando, so che è indeciso.

Io mi scazzo subito, e lo sa, percui mi volto a guardarlo per fargli fretta ché mi sono già rotto.

Lui mi fissa. Appollaiato sulla sedia della scrivania che giocherella con la mia Beretta in mano.
Ghigno. Centro.

E mi fissa.

-Vuoi spararmi?- chiedo allargando le braccia. -Avanti, fallo.-

Si stringe nelle spalle e fa una smorfia. -Sai che non voglio spararti.-

-Uohuoh! Tutte le parole nel posto giusto…- Fingo stupore. -E allora muoviti e dimmi che cazzo ti passa per la testa…-

Fissa un punto del pavimento. Ma sta pensando, il cervello ormai è a posto, o perlomeno abbastanza apposto per i suoi canoni. Le pastiglie finalmente hanno fatto effetto.

-Devi dirmi tu che cosa hai intenzione di fare.- dice.

-Io? Chi è che ha una pistola in mano?- rido.

-Che cosa hai intenzione di fare di me, Tears.- serio.

Mi stringo nelle spalle. -Che intendi?-

Si divincola da quella posa aggrovigliata e si siede in modo normale. I gomiti poggiati sulle ginocchia. Sporto verso di me anche se sta a più di tre metri di distanza mi mostra i polsi, dove svettano due bracciali neri traslucidi. -Sono manette con GPS quelle che ho ai polsi, giusto? Che accordi hai con la Shield? Se mi svegliavo tu dovevi rimettermi in sesto e poi? Mi consegni a loro?-

Fissando le lenzuola, scuoto la testa e mi scappa un sorriso. -Niente di tutto questo. Ho un accordo, vero, ma prevede per te molti più pro che contro.-

Allarga le braccia di scatto ed accavalla le gambe. -Avanti! Esponimeli. Tears prende sempre accordi per Sin, perché Sin è un ritardato pazzoide che non sa gestirsi!-

Schiocco la lingua sul palato e lo guardo. -Mbhè, è vero!-

-MA!- Scatta indispettito ed offesissimo.

Ghigno. -Posso togliere il ritardato, ma il resto devi ammettere che è vero….-

Come mi sono permesso… Ecco il broncio inorridito. Non sa come replicare e quindi butta fuori la prima cazzata. -Sei un cattivo fratello!-

E rido. -Ascolta…facciamo colazione e ne parliamo, ok?-

-No. Voglio discuterne adesso!-

-Sin…-

-Ho detto di no! Adesso.-

Incrocio le braccia. -Io non parlo prima della colazione!-

Lui fa lo stesso. -E invece lo fai!- Broncio isterico.

Due minuti dopo lo sto portando di peso in cucina. Appeso alla mia spalla, urla e scalcia ma io non lo mollo.

Abituati, fratello.

*****

Mi aveva detto di tenermi pronto che saremmo dovuti fuggire da un momento all’altro in base a come fosse andata a finire la discussione, ma quando vedo Tears passare davanti a camera nostra con lui in spalla che urla come un’aquila ma palesemente solo per far casino, mi stringo nelle spalle, metto via la Glock e mi avvio anch’io per fare colazione.

Sarà una lunga giornata, temo…

****

Alzo il pugno per bussare e sorrido perché, finalmente, a quest’ufficio posso riprendere a bussare invece che semplicemente entrare e sedermi alla scrivania. Busso, e lui mi dà il consenso per entrare, cosa che faccio con enorme soddisfazione.

-Eccomi qui.- dico. -Giù al reparto anomalie mi hanno chiamato per un piccolo problema, ma è tutto a posto.- Mi guardo intorno, lui è seduto alla scrivania con gli occhiali sul naso, sta spostando carte a destra e sinistra, sembra sperduto. -Tutto ok?- chiedo.

Scuote leggermente il capo e mi fa cenno di non infastidirlo. Sposta altre carte, apre il portatile e strabuzza gli occhi fissando il monitor. Dopo un paio di minuti ritento. -Qualcosa non va, Naki? Trovato qualcosa di strano?-

-No, non… E’ che… Qui io non capisco più niente…- mormora mentre scuote leggermente il capo fissando il monitor che sembra parlargli in un’altra lingua.

Inspiro e mi avvicino alla scrivania, poi lo fisso. -Naki, devi dare tempo al tempo, non puoi…-

-No, no!- scatta. -Hai frainteso di nuovo, qui non capisco niente perché tu hai mischiato tutto! Si può sapere come diavolo fai a lavorare in un modo così sconclusionato?? Come fa questo posto ad essere ancora in piedi dopo il tuo passaggio?!-

Ah ecco, mi sembrava.
Indietreggio due passi giusto per sicurezza…

***

Noi del reparto trasporti non siamo potuti andare a salutare il Generale perché quando è arrivato c’era una strana anomalia nella zona nord della città; percui stavamo per bussare adesso per dargli il nostro benvenuto, ma Kraimi ha deciso saggiamente di non farlo, investito dalle urla interne.

Rido. -La pantera ruggisce, la pantera sta bene…- dico.

-Sai una cosa Rigel? Mi sono sempre domandato perché il soprannome pantera e non… non so, leone?- mi chiede, ancora col pugno alzato ma ben lontano dal bussare.

-Perché la pantera è nera, e lui è un elfo oscuro…- risponde Hamal, dietro di noi.

Kraimi se la ride appena. -Ah ecco… E’ che, non so, pantera mi sembra femminile…-

-Mbhè, è un elfo, dopotutto…- risponde Algedi da dietro, provocando un ridolino del gruppo.

-Ma soprattutto sta con Kail, no? Uno dei due dovrà essere la “femmina” della coppia.- di nuovo Hamal. Stavolta ridiamo tutti.

Poi abbassiamo il tono delle risate, lentamente, sentendo le urla inferocite all’interno dell’ufficio. Due secondi di silenzio attonito.

-Kail. Decisamente.- diciamo poi in coro.

*****

Sbuffa lasciandosi cadere sulla poltrona dietro di sé. -Lasciamo perdere tutto questo disastro, rimedierò io!- Si massaggia l’attaccatura degli occhiali sul naso e poi mi guarda. -Ho un compito da affidarti: devi trovarmi il maggior studioso sullo Iantor. Lo voglio qui al mio cospetto entro tre giorni da ora, sono stato chiaro? Ho già perso troppo tempo con questa storia.-

Scuoto appena la testa confuso. -Ma.. non eravamo d’accordo con Tears che_-

-Il tuo cervello davvero ti dice che sarebbe saggio lasciare la ricerca del nuovo ed ora unico Iantor in mano a chi ha sottratto il primo?- mi chiede sott’intendendo se sono scemo o ho la scusa di un ictus.

Mi guizza il sopracciglio. Lui sistema le carte senza guardarmi. -Sin potrà, nel caso si risvegli, esserci utile per istruire i soldati, sempre se non si mette a staccar loro la testa. Sicuramente avendo avuto in suo possesso lo Iantor per così tanto tempo, ne avrà carpito segreti che anche lo studioso più esperto non ha mai potuto verificare, contando che lo Iantor è sempre stato stupidamente etichettato come un oggetto sacro ed intoccabile. Ma Sin è inaffidabile, non lo voglio a stretto contatto col nuovo Iantor.-

Tra le carte che sta osservando gli ricapita in mano la busta di prima; io guardo la busta, poi lui. -Abbiamo un piano?- chiedo.

E mentre la busta con scritto “Dimissioni” finisce nel tritadocumenti, finalmente vedo di nuovo quel sorriso da stratega sul suo viso.

-Decisamente sì.- mi risponde.