-Tutto a posto. I valori sono stabili, appena l’infermiera ha finito il lavaggio possiamo tornare alla Shield- mi dice. Gli faccio un cenno con la moka che ho in mano, lui annuisce ed io verso caffè per tre.

-Certo, che lavoro di merda l’infermiera… Uno se le immagina sempre con la divisa linda e pinta, con in mano un vassoio di medicine, ed invece finiscono per pulire il culo ai pazienti in coma…-

Lui si siede alla penisola, accanto all’istrice che se ne sta lì in silenzio da quando Daniel è arrivato un’oretta fa.

-Non ti preoccupare, Tears, in realtà hanno fatto quasi a botte per venire a lavare tuo fratello.-

L’istrice borbotta.

-Domani sono quattro settimane…- mormora Daniel fissando il caffè nella sua tazza.

-Lo so.- dico io aggiungendo lo zucchero al mio. -Vuol dire qualcosa?-

Lui alza brevemente le sopracciglia bianche sulla fronte. -Dopo 4 settimane di coma, soprattutto uno vigile ma senza reazioni agli stimoli esterni, un paziente viene definito in stato vegetativo permanente.-

Silenzio.

Solo tintinnio di cucchiaini su ceramica. Sospira. -Comunque tuo fratello è in uno stadio di coma decisamente buono, non ha bisogno neanche della respirazione artificiale. Quella delle 4/5 settimane è solo una cosa convenzionale, non vuol dire che_-

-Si sveglierà.- Categorico, l’istrice. Beve l’ultimo sorso del suo caffè, scende dallo sgabello e scompare in corridoio.
Sospiro.

L’infermiera sbuca in soggiorno. -Tutto a posto, Dottore.- dice con un sorriso smagliante.

-Ottimo.- risponde lui. Finisce il caffè, mi fa un breve sorriso ed un cenno del capo a cui rispondo eliminando il sorriso dalla lista.
Entrambi se ne vanno, ed io rimango con la tazza vuota in mano a fissare il muro opposto del soggiorno.

Quando un paio di settimane fa l’istrice s’è accorto che Sin aveva riaperto gli occhi, ci ha quasi buttato giù dal letto a calci per andare a vederlo, manco fosse apparso un qualche Dio minore nella sua camera.
Sin era li, nella stessa posizione supina in cui è da settimane, ma con gli occhi aperti. Tu gli parli, lui non da cenno di sentirti. Gli prendi la mano, gli urli nell’orecchio, lo schiaffeggi. Niente.
Ad una data ora, richiude gli occhi. Poi ad un’altra li riapre. Come se seguisse un ciclo sonno veglia. Veglia che non c’è, alla fine.

Tutto qui. L’istrice dice che una volta gli ha stretto la mano ma, sinceramente, credo che (l’istrice) piano piano stia andando fuori di testa. Passa tutta la giornata chiuso in quella stanza a fissarlo, a parlarci… Lo veste e lo pettina manco fosse una bambola. Se fai tanto di dirgli qualcosa lui ti salta in testa isterico. Dice che non vorrebbe vedersi così, in disordine. Non vorrebbe farsi vedere in questo stato.
E non ho niente per smentirlo, perché è vero.

Mi chiedo cosa sto cercando di fare. Perché non interrompo tutto, diamo una sciacquata a quel cazzo di pezzo di pietra e la facciamo finita.
Lui vorrebbe così, che lo lasciassimo andare. Ha scelto lui di morire, ed è morto in pace. Percui perché proseguire?
Dopo quanto tempo la speranza diventa illusione e morbosità?

Sento lontano il ticchettio dei tasti dalla stanza del coglione azzurro.
Mi alzo, butto la tazza nella lavastoviglie e tiro giù la porta dello studio con una pedata.
Così, per fare un’entrata scenica. Sempre all’erta, novellino!

Ma lui manco se ne accorge. Ondeggia la testa come un gallo cedrone a tempo di musica dance con delle enormi cuffie blu in testa. Ticchietta sulla tastiera alla velocità della luce, ignorandola e fissando entrambi i monitor del computer a turno che si riempiono di caratteri ed ogni tanto scompaiono a blocchi riprendendo daccapo.

Non ho idea di cosa stia facendo ma m’indispettisce il non averlo fatto morire d’infarto così, riverso sulla tastiera. Per cui individuo la ciabatta con tutti i cavi e la strappo dal muro.
code02_2Un istante di silenzio in cui rimane immobile con l’occhio sferico verso i monitor spenti. Poi parte un “NUOOOOOOOOOOOOOOOOOOO”

Io gli strappo via le cuffie e lui si gira con la faccia de “l’urlo” di Munch, con tanto di mani schiaffate sulle guance e mi ripete in faccia -Nuoooooooooooooooh- con pure l’eco. -Cos’hai faaaaattooooooooh- di nuovo l’eco, stile fantasma. Gli mancano solo le catene da sbatacchiare -Non avevo il salvataggio automatico! Tutto preso com’ero chissà quando ho salvato!-

-Checcazzo stavi combinando?? Si può sapere?? E’ da ieri sera che te ne stai rinchiuso qui dentro!- Intanto mi guardo intorno. Nella stanza pare esplosa una granata caricata invece che con chiodi, da materiale informatico. Dischi, chiavette, cavi, connettori, schede, più una serie di pacchetti di patatine, bottiglie di bibite e sacchetti di biscotti. -Quando cazzo fai pulizia qua dentro, eh?? Aspetti che ti divorino le formiche mentre dormi!?- Mi guardo intorno. -E dove cazzo è il letto??-

-Là sotto.- Mi liquida indicando un cumulo di felpe, vago. -Senti, mamma, non ho tempo!- si permette. Deve vedere la mia espressione perché si affretta a finire la frase in un modo che gli dia motivo per continuare a vivere. – Ho ‘sto programma da compilare prima che tuo fratello di là diventi un vegetale, ok?-

Il mio sopracciglio si alza critico sulla fronte. Lo sa che aziona il classico timer che gli da altri cinque secondi di vita per spiegarsi, quindi si toglie le cuffie e rotola indietro con la sedia da ufficio. S’alza e mi fa vedere un aggeggio strano che sembra un incrocio tra uno spremi agrumi e un laser per formiche.

-Questo è ..- tentenna un attimo cercando parole che probabilmente capisco meglio. Che lo sa che se si piglia a parlare nella sua lingua contorta dei computer io non lo seguo e finisco per incazzarmi di più. -…una specie di scanner per rilevare massa e potenza dei vari frammenti di Iantor. O meglio, è un altro oggetto, ma lo sto modificando per fargli rilevare questo. –

-E a cosa ci serve, esattamente?-

-Ho notato che la loro potenza non equivale alla dimensione, e non è la sola stranezza, ma anche che questa potenza varia random in base al tempo. O meglio, varierà anche per dei motivi logici, ma non ho ancora capito perché. Più informazioni riusciamo a trovare sullo Iantor meglio potremo gestire il coma di tuo fratello, credo. Ma soprattutto anche la ricerca del nuovo Iantor, che non ho idea di dove possa essere. Se rimaniamo qui con le mani in mano e non ci facciamo vedere produttivi da parte della Shield, finirà che quelli al consiglio si incazzano, si riprendono lo Iantor e noi ci andiamo di mezzo…-

***

Entro in casa e sbrocco. Manco ho chiuso la porta che do già di matto. Di nuovo. -COSA DIAVOLO CI FAI IN GIRO!?!-

-Ti prego di non urlare, Kail, quante volte devo ripetertelo? E’ da maleducati e non ce n’è alcun motivo!- mi risponde lei a denti stretti.

-E’ quello che le ho detto anch’io dieci minuti fa! Che cosa diavolo ci fai in giro!?- sbraita sua maestà la regina di Samirien, inviperita come solo noi due possiamo vederla. Al secondo urlo vedo distintamente Naki socchiudere gli occhi e prendere un bel respiro per mantenere la pazienza. Clizia è dietro di lei e la tiene d’occhio ad ogni passo che fa. Mi guarda di sfuggita, seccata. -Non sono riuscita a _-

-_a tenerla a letto, immagino…- sbuffo e butto le chiavi della macchina nello svuotatasche dell’ingresso. Lei intanto è riuscita ad arrivare alla penisola della cucina, a cui si aggrappa con la mano destra, di nuovo guantata e celata alla vista. L’appoggia delicatamente e non so quanto quella mano possa esserle utile. Ha ripreso i movimenti nel braccio da ben pochi giorni e non ha nessun tipo di forza. Fino a ieri sera (ma c’è da dire che recupera alla velocità della luce) non riusciva nemmeno a chiudere le dita a pugno.
Ma il bastone nella sinistra non le basta evidentemente, percui il prossimo passo decide di farlo con entrambi gli appoggi.

-Naki, se cadi per terra, ti sfasci…- dico io accondiscendente avvicinandomi un poco. Clizia non credo riuscirebbe a tenerla su da sola. Nakiri è si un elfo, sì una donna, ma è sempre stata ben messa in fatto di muscoli. Nella sua versione al 100% a volte penso che con un pugno potrebbe tranquillamente gettarmi in orbita.

Il cellulare mi suona, do un ultimo sguardo a Nakiri che arranca per il soggiorno e poi guardo il display. Tears. -Tears?- borbotto. Lei sfarfalla un orecchio nella mia direzione, ho visto distintamente il padiglione muoversi appena, ma non si volta, concentrata a mantenere l’equilibrio. Con tutta la volontà che ha quella donna ci si potrebbe riempire le palle di mille uomini.
Prendo la chiamata titubante. -Pronto? Tears?-

-Seh. Senti va che t’avviso che ho lasciato andare il barista al suo covo di froci, là. Quindi se vedete movimenti strani nel bracciale col GPS, ha il mio permesso.-

-Non so quanto tu abbia il permesso di lasciare andare in giro un prigioniero della Shield, ma ok, avviserò il centro. Come mai questa decisione?- chiedo.

-Perché sta perdendo il cervello standosene sempre chiuso in questa casa con Sin messommerda.-

-Capisco. E tu, Tears? Sempre chiuso in quella casa con Sin “messommerda”?- chiedo.
Mi risponde il segnale di occupato.
Sospiro, mi stringo nelle spalle e metto via il cellulare.

Quando rialzo lo sguardo, Naki è arrivata in soggiorno e si è già seduta sulla sua poltrona di pelle. Con quella sua tipica espressione da comandante, da seduta si appoggia con entrambe le mani al bastone e ci guarda. Ghigna appena trionfante, ed io non posso fare altro che ridere, mentre Clizia borbotta.

***

Il sole è tramontato ormai da parecchie ore là fuori. Le giornate cominciano a durare uno sputo ad ottobre e questo che arriva è il suo periodo preferito: l’inverno.
Non è nato fotofobico, lo è diventato col tempo. Ha sempre amato il buio. Lavorare di notte in principio non era solo una necessità per noi, ma un suo sfizio.

Fragment_2_2Quel viso solitamente altezzoso e strafottente è inespressivo ormai, da troppo, troppo tempo.
Lo sguardo vacuo, quegli occhi aperti fermi a fissare il vuoto e il bagliore dello Iantor che pulsa sincronizzato col suo cuore, illuminandogli il viso pallido.
Una statua.

Dacchè ricordo io, non è mai stato seduto composto, immobile e fermo. Anche quando dorme è sempre raggomitolato in posizioni surreali e si agita un sacco. Ora, quella seduta in quel letto, è solo la statua di mio fratello. Una statua con al collo un pezzo di pietra pulsante e ai polsi le manette col GPS della Shield.

Sin? Te ne sei andato sul serio? -Cosa devo fare? Cosa vorresti che facessi?- gli chiedo.

Lui sbatte le palpebre, immobile, e non risponde. Come sempre.

Sbuffo e mi avvicino al letto. -Non chiedo cosa faresti tu perché lo so, mi terresti in vita anche attaccato a mille macchine.- Mi avvicino e glielo dico in faccia. -Perché sei uno stronzo testa di cazzo egoista.- Ghigno appena, poi sospiro. -Ma io non ho intenzione di trascinarti oltre. Non ho intenzione di attaccarti roba che terrebbe vivo un cadavere, ci siamo capiti?- Mi stringo nelle spalle. -Tu non lo vorresti. Ti faresti schifo.-

Lo fisso. E’ l’ora. Sono venuto qui per questo. Passano un paio di minuti, poi chiude gli occhi, ed io lo metto disteso e gli rimbocco le coperte.

Sospiro. -Buonanotte Sin.-

***

Buio

Colpi su di me. Il corpo pesante. Cado.
Mani mi afferrano, mi stringono. Lui.

Stringi la mia mano, chiudi gli occhi e non avere paura. Ci sono qui io.

Chiazze di sangue che si allargano.
Sangue sul parquet di casa. Sangue sul catrame di quella piazza.
Il suo Sangue. Il mio sangue.
Il terrore nei suoi occhi, è sempre lo stesso.

Ovatta nella testa, buio. La piacevole presenza di qualcuno, e con lui anche mio fratello. Non li vedo, non li sento, li percepisco.
Luce opalescente, fredda e pulsante. Si attenua dopo pochi istanti in cui finalmente ciò che vedo è reale.

Contorni di un luogo che non riconosco. Fastidio, dolore.
Mi porto la mano al viso, ma non arriva. C’è qualcuno? Ritento, e ritento. Ansia. Il corpo è pesante. Mi stanno guardando? La mano arriva, afferra un tubo.
Sono intorno a me?

Buio, solo quella luce fredda pulsante. Viene da me? Loro vengono per me?
Strappo il tubo, ma non riesco a muovermi. Panico. Non devo.
Rotolo su un fianco, cado da un letto in cui non sapevo di essere.

E’ la mia stanza? Mi hanno preso? Chi sono loro? Perché lo hanno fatto? Quando? Dov’è mio fratello? Cosa ne avete fatto di mio fratello??? Cerco di urlare. Una voce roca, mi volto di scatto, chi è stato?

Striscio in terra, mi aggrappo al comodino, apro il cassetto e prendo il mio coltello. Indosso un camice? Un altro tubo. Strappo anche quello. Dolore. Una flebo. La strappo. Mi trascino alla porta.

Devo fuggire.

***

Mi sveglio verso le quattro, con uno Shift incastonato nello zigomo sinistro. Devo essermi addormentato chissà quando e ho finito a ripetere per qualcosa tipo milleduecentopagine X in maiuscolo. Scrollo un po’ in su, poi decido che troverò l’inizio delle X domani mattina.
Fortuna che la vescica ha avuto la meglio sul sonno, almeno non perderò l’uso delle vertebre del collo per aver dormito così.

Mi alzo e mi gratto la testa mentre, mezzo addormentato, mi avvio verso il bagno.
Quando apro la porta di camera mia, il corridoio è buio, e non me ne accorgo subito. Ma ho qualcosa nel DNA che mi dice ch’è meglio che mi svegli del tutto e che soprattutto non proceda per quel corridoio. Non so cosa sia a farmi fermare, ma lo faccio. Rimango li, sulla soglia, con la sola luce della scrivania che filtra per nemmeno mezzo metro in quel lungo corridoio buio. In fondo so che c’è la porta della camera di Tears. Approssimativamente a metà corridoio, sulla destra ci sono le porte prima del bagno e poi quella della stanza di Sin. Ma non posso vederle, è troppo buio, e sempre quel qualcosa nel DNA mi dice che non è nemmeno consigliabile allungare la mano all’interruttore per vederle. Come se sapessi che quel qualcosa in quel corridoio non si muove fino a quando non lo vedo. Accendendo la luce spezzerei quella specie di incantesimo.

Rimango immobile. Non ho nemmeno la voce per urlare.
E’ strano perché queste cose mi vengono solo quando guardo i film dell’orrore, ma recentemente ho guardato solo fittonate di Anime stupidi, quindi quel qualcosa deve essere reale.
Un paio di minuti di blocco, e poi lo sento.

Un sibilo. Il sibilo di un animale incattivito a cui ho invaso il territorio.

***

Vengo svegliato dal sonno così, secco, con il mio nome urlato. Capisco che è la voce del novellino solo quando sono già alla porta di camera mia con la Beretta in mano. Apro tenendomi al riparo dietro lo stipite. -CHE SUCCEDE!?!- Urlo nel corridoio.

-Tears, perl’amordegliddei!!! Accendi la luce!! ACCENDI QUELLA CAZZO DI LUCE!!!-

Allungo la mano e l’accendo. Non ho mai sentito la voce del pirla così terrorizzata. Quando accendo sbuco fuori, Beretta in pugno, ed eccolo il novellino: rannicchiato sopra la porta aperta di camera sua, come un gatto, gli manca solo la coda gonfia d’isteria (se ne possedesse una sono sicuro che sarebbe così).

Lo vedo solo dopo, in seguito al sibilo che manda infastidito dalla luce. Lui (invece) è lì, a metà corridoio, per terra, strisciante, In una posizione innaturale. Non capisco da subito com’è messo, assomiglia più ad un ragno che ad un essere umano. -SIN!- urlo. Getto la Beretta a terra e mi butto su di lui. Si ritrae, gli occhi spalancati, le pupille ridotte ad un puntino, striscia all’indietro per quanto può, sibila, ma le sue stesse braccia non lo reggono, così come le gambe, cerca di allontanarsi terrorizzato e non ce la fa, e questo lo manda ancora più di fuori -Sin! Sin, sono io! Sono Tears!!- Finalmente mi fissa, respiro corto, quelle pupille così piccole. Ansima.

-Tears…- mormora poi. La voce roca. Io sorrido appena, credo che il cuore mi stia uscendo dalla cassa toracica. -Sì, sì… sono io, non avere paura, sono Tears.-

Lui mi guarda immobile, scioccato dal fatto che sia lì, in quella situazione per lui evidentemente senza senso. Gli sorrido e allungo appena la mano, ma lui la ignora e mi si getta addosso, aggrappandosi alla mia canotta come fossi un salvagente. Sprofonda la faccia nel mio petto ed inspira. Il mio odore l’ha sempre tranquillizzato. E succede così anche stavolta.

***

Ad un certo punto Sin gli si butta addosso e si rannicchia contro di lui. Tears gli dice qualcosa nella lingua di Sevyhal. Non lo capisco perché mormora, e poi perché quella lingua, soprattutto parlata da lui, è così dura e contorta da risultare irriconoscibile. Deve usare un qualche dialetto sgrammaticato che non comprendo bene.

E poi da sopra la porta non è che sia così tanto a portata di orecchio, ecco…

Ma qualsiasi cosa gli dica deve avere un effetto tranquillizzante su Sin, perché questi chiude gli occhi e sorride appena.

***

Quando entro in casa, invece di trovare tutto buio, lo vedo fin dal montacarichi che c’è qualcosa di acceso. Un monitor, un televisore. Quella luce un po’ fredda degli schermi, di intensità variabile a seconda di cosa c’è sopra.

Chiudo il montacarichi dietro di me e vedo un portatile sulla penisola che divide il soggiorno dalla cucina. Mi avvicino. Non capisco cosa ci faccia lì acceso, e con una scritta che gira sul monitor. Il mio nome. -Tom, è d’importanza vitale che prima di procedere oltre mi svegli, perché mi sarò sicuramente addormentato. Sono lì sul divano.- mormoro leggendo.

Mi volto ed effettivamente Zendaru è sul divano che russa. Dorme pancia sotto, un braccio sullo schienale, una gamba a penzoloni per terra. Avanzi di uno spuntino sul tavolino da caffè.
Mi stiracchio. Sono stanco morto, una serata al Darkness dopo che non ci sono stato per un mese abbondante non è esattamente una passeggiata, ma se ha dormito accartocciato su un divano per potermi aspettare, non lo deluderò. Mi avvicino e lo punzecchio con un dito. -Zen…-

Lui volta la testa dall’altra parte. Allora lo punzecchio su un rene e lui scatta, per il solletico credo. Borbotta qualcosa che a mio avviso assomiglia al testo di Hotel California dei Gypsy Kings, ma credo che sia semplicemente qualcosa in Samiriese. -Zendaru!- Ritento, sempre sottovoce, non voglio svegliare Tears. Quell’uomo ci farebbe dormire entrambi appesi per una caviglia fuori dalla finestra per il resto della notte, se succedesse.

Apre prima un occhio, poi l’altro, alza la testa e fissa il muro del soggiorno.

Ha un risveglio decisamente lento. Io aspetto. Poi si alza a sedere di scatto e mi fissa. -TOM! Tom perlamiseria, meno male che mi hai svegliato! Sei già andato in camera??-

Le mie sopracciglia si alzano. -No?-

-Bravo! Bravissimo!- Mi afferra per le spalle. -Ho una cosa da dirti, ma non voglio che mi scleri appena l’ho detta, ok? Quindi, te lo dico ora e me lo devi promettere. La cosa inizia con una notizia sconvolgente ma devi promettermi che prima di correre a destra e sinistra urlando mi ascolti per tutto il resto del discorso, ok? Ne va della mia vita se non fai ciò che ti dico, chiaro? Tears è stato ben preciso a riguardo, ha detto cose che ho paura solo a ripeterle! E ti assicuro che erano tutte cose molto brutte e che comprendevano tutte la mia morte in modo violento.-

Ho imparato che Zen è così: Eccessivo.
Nelle espressioni, nelle associazioni di idee, ma soprattutto nella mole di parole che usa per un discorso. Se lo lasci parlare arriva a riempirti la giornata.

-Ok, Zen, ti prometto di non correre in giro urlando con le mani nei capelli, va bene? Ora dimmi che c’è…- dico staccandogli le mani dalle mie spalle.

C’è anche questo. Zen riempie gli spazi, non solo con le parole, ma anche con i gesti. Generalmente è una prerogativa di quelli di Eson, e difatti Electra gesticola un sacco (soprattutto gesti molto poco carini) ma Zen frulla proprio tutta l’aria che ha intorno. Come a sottolineare l’importanza di quello che sta dicendo, che per lui è sempre importantissimo, anche la minima sciocchezza.

Mi guarda, deglutisce. Poi lo dice. -Sin s’è svegliato.-

***

Due secondi di stasi, poi si alza in piedi di scatto. Io me lo aspetto e gli afferro un braccio.

-ASPETTA! Me lo avevi promesso, Tom!-

Tentenna, ma rimane fermo. Guarda verso il corridoio. -Continua, e cerca di essere sintetico ok?-

-Sì… allora.- Cavo fuori il biglietto su cui mi sono preso appunti. -Tears dice che Sin è completamente di fuori, primo perché non ha capito cos’è successo e secondo perché sono settimane che non prende le sue pastiglie. L’unico modo per tenerlo calmo è tenerselo appiccicato, quindi ha detto che almeno finché non usciranno dalla sua stanza di non rompere le palle, di non bussare e di tenere la voce bassa, perché Sin sclera per ogni nonnulla. Nel frattempo stasera gli darà le sue pastiglie ed anche domani mattina, appena sarà in grado di vedere qualcuno e riuscirà a staccarselo di dosso, sarai la prima persona che farà entrare. Prima di ogni suo avviso dice di non tentare niente o sarà l’ultima cosa che fai.-

***

Avrò dormito cinque ore stanotte, in rate da tre, in tre luoghi con un denominatore comune: l’essere assolutamente inadatti al sonno. Sì, il mio letto, luogo dell’ultima tranche di sonno, rientra tra quelli. Questo perché ormai sepolto sotto uno strato di vestiti, con sotto un altro strato fatto di meno comode schede video, audio, joypad e quant’altro.

Quando esco dalla stanza, e mi sto ancora stiracchiando e facendo l’appello di tutti i muscoli che possiedo, trovo in soggiorno un barista perfettamente sveglio. Seduto sul divano, braccia incrociate, ed un umore decisamente non buono.
Lo fisso, lui non mi guarda, fissa il televisore davanti, spento.

Mi stringo nelle spalle. -Vabbhè, io ci provo: mattiniero oggi eh?-

-Non ho dormito.-

-Appunto…- Procedo verso la cucina, ma al di là della penisola di Tears non c’è traccia.

Cominciamo male. Se non faccio colazione, un’abbondante colazione, inizio male tutta la giornata. E contando già le ore di sonno sparpagliate, non è il caso che salti anche questa.

Lo guardo. -Tu sai cucinare?- chiedo con un sorrisone.

Lui si volta lentamente, e cerca di concentrarsi abbastanza per farmi esplodere. Ma fallisce, evidentemente. Sospira e si alza.

-Cosa vuoi?…- chiede andando verso il frigorifero. Io saltello alla penisola e mi siedo su uno sgabello. -Tears mi fa sempre il caffellatte, tanto caffellatte, e poi i pancake, e il pane tostato con il burro e la marmellata. Poi dovrei avere le brioche ripiene da scaldare e le merendine della_-

-Devi fare scorta per l’inverno?- chiede lui strabuzzando gli occhi soprattutto quando, durante la descrizione, gli indico la mia tazza da colazione. -E questo cos’è? Un catino o un secchio?-

-Non lo sai che la colazione è uno dei pasti più importanti della giornata?- Lo indico accusatorio.

-Tu ne fai altri cinquanta di pasti importanti nella giornata, diventerai una botte…-

-Ma sono in crescita!- mi giustifico.

-Guarda che hai ancora un anno o due per mangiare così, poi l’unica crescita che avrai sarà in larghezza.-

-Mbhè, per ora me la godo…- borbotto.

E’ in quell’istante che Tears sbuca dal corridoio. Al suo fianco, un Sin del tutto spaesato ed aggrappato al fratello.

-Sin!- scatta Tom, ma non supera nemmeno la penisola della cucina che Tears alza una mano nella sua direzione bloccandolo lì dov’è.

-Fermo istrice…- dice. La voce calma, posata. Non da Tears. Una voce evidentemente sotto controllo forzato. -Non è ancora a posto…- Sin al solo suo nome urlato dal barista artiglia la maglia del fratello e si stringe ancora di più a lui. -Siamo venuti qui solo per prendere altre pastiglie, quelle che avevo di là sono finite, e non potevo lasciarlo da solo in camera.- finisce Tears.

Adesso che ce l’ho bene davanti, l’osservo meglio. Sin, nella sua versione 2.0 dopo quella che potremmo definire una quasi resurrezione, è tornato ai suoi tratti fisici originali, che aveva evidentemente personalizzato tramite il potere dello Iantor.

Gli occhi bianchi con la pupilla verticale felina sono tornati ad essere quelli del fratello, umani e di un blu intenso. Anche i capelli sono identici, non solo nel colore quanto nella lunghezza. Ed ora capisco anche cosa intendeva Electra quando lo descrisse come la versione femminile di Tears.
Sin è effettivamente piu snello, affusolato, meno muscoloso, e con la pelle molto chiara.
E’ alto più o meno quanto me, intorno al metro e ottanta, una decina di centimetri più basso di Tears, e con quell’aria evidentemente vulnerabile e soprattutto attaccato al fratello (che di femminile non ha assolutamente niente) crea un contrasto alquanto curioso.

Di veramente vulnerabile Sin non ha comunque niente a parer mio. Nemmeno in questa sua versione fuori di testa.
Mi da la sensazione di una bestia braccata ma molto pericolosa, che al primo segnale di pericolo, ti azzanna alla gola e non molla fino a quando il tuo cuore non ha cessato di battere. Percui me ne sto tranquillo ed immobile sul mio sgabello, ad osservare la situazione.

Tears fa cenno a Tom di scansarsi da dietro la penisola. Il barista si allontana appena, nella direzione opposta ai due. Quando è sufficientemente distante dai cassetti della cucina, Tears abbassa un attimo lo sguardo al fratello. Sin è sempre in fissa con Tom. Allora Tears lo chiama.

-Sin?- Lui non si volta. Tears ritenta. -Sin?… Guardami.- accondiscendente.

Sin tentenna per un istante, volta lentamente il capo verso di lui ma distoglie lo sguardo da Tom solo all’ultimo, per tenerlo sotto controllo fino all’ultimo istante. Quando incontra lo sguardo del fratello però si calma un po’, e la presa sulla maglia si allenta appena. Tears gli sorride. -Devo prendere le pastiglie.- gli dice.

Un paio di istanti, poi Sin annuisce appena e i due camminano lentamente verso i cassetti.
Mentre camminano, fisso l’andatura di Sin. Evidentemente si aggrappa al fratello anche perché non sembra molto stabile sulle sue sole gambe. Quando l’ho trovato aggrovigliato in quell’anticamera, stanotte, mi sono reso conto che oltre ad essere in una delle sue stravaganti pose storte, non era in grado di stare bene in piedi. Quattro settimane abbondanti immobile a letto devono avergli dato non pochi problemi ai muscoli.

Tears prende le pastiglie e ne porge un paio al fratello che le fissa con la lentezza con cui oggi compie qualsiasi azione, poi se le mette in bocca. Intanto Tears ha riempito un bicchiere d’acqua, e quando è sicuro che quelle pastiglie siano finite davvero in bocca al fratello senza che le abbia imboscate, glielo passa. Sin beve tenendo il bicchiere con entrambe le mani, e mentre lo fa fissa ancora un barista che di par suo si sta torturando il labbro inferiore con gli incisivi.

Mi aspettavo che tenesse sotto controllo me, ed invece si è fissato con Tom. Forse perché lo ha chiamato appena entrato in stanza? O forse perché lo riconosce? Non lo so, forse solo Tears sa cosa passa nella testa di suo fratello in questo istante.

Quando Tears si riprende il bicchiere e fa per tornare verso l’anticamera Sin però non collabora. Questo lascia perplesso anche lui, evidentemente abituato in queste situazioni ad andare in giro col fratello attaccato. Ma Sin non stacca lo sguardo da Tom. I due si fissano, in silenzio. Poi Sin si stacca da Tears, lasciandolo evidentemente spiazzato. Fa due passi insicuri e si ferma davanti al barista. Sono alti uguali, e quindi finiscono a fissarsi perfettamente negli occhi. Sin dopo qualche istante inclina il capo, come cercando di capire, infine alza una mano e la poggia sulla guancia di Tom.

-Scusa.- mormora soltanto.

Quando il barista lo abbraccia di colpo, sia io che Tears perdiamo un paio d’anni di vita.
Ma Sin non reagisce. Si lascia abbracciare in silenzio, lo sguardo fisso in un punto dietro a Tom.
Ma sta sorridendo.