Quando apro gli occhi, ci metto un po’ a mettere a fuoco. Sono voltato su un fianco, nella mia solita posizione da sonno, rannicchiato mentre abbraccio il cuscino a mo di enorme peluche. Poi quello che ho di fronte prende finalmente contorni certi, e l’immagine mi colpisce tanto da svegliarmi in pieno.

Rimango immobile, occhi socchiusi. Non voglio sappia che sono sveglio. Non voglio sappia che l’ho visto in questo stato. Lui non lo vorrebbe.
E’ seduto sul letto di fianco al mio. Le gambe rannicchiate contro il petto, i gomiti poggiati sulle ginocchia. Ha il viso fra le mani. Non capisco se sta piangendo, ma non credo. E’ solo l’immagine di un uomo distrutto. Non dal dolore fisico, quello lo ha sempre sopportato bene, lo so, è qualcosa di più profondo, che non mostrerebbe mai a nessuno.

Tirando le somme non c’è via d’uscita. Lo Iantor tiene a galla Sin come un filo molto delicato che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro senza che nessuno di noi abbia la minima idea di come ripristinarlo. E se anche dovesse risvegliarsi, che fine farebbe? Nemico numero uno della confederazione, ricoverato nell’infermeria della confederazione stessa. Sia lui che Tom non hanno nessuna possibilità qui dentro. Eppure era l’unico luogo in cui Tears potesse portarlo per avere almeno una speranza di capire cosa diavolo stava succedendo.

Ed ora è lì, in quel letto. Solo e ferito. Senza nessuna possibilità di aiutarlo.
Richiudo gli occhi e decido di dormire ancora un po’.

****

E’ pomeriggio ormai, ed io mi rompo il cazzo a stare a letto tutto il giorno, per cui sono venuto qui, nella camera di mio fratello, a fare un giro giusto per tener d’occhio la situazione.

Il barista è lì, perennemente immobile accanto al letto di Sin.
Lo fisso.

-Oh, istrice. Tutto ok?- chiedo. Mi si alza un sopracciglio mentre lo squadro in faccia.

-Siam qui…- sospira.

-Non dico lui…- Alludo a Sin nel letto. -Dico… te.-

Guardo Doc, entrato pochi istanti dopo di me nella stanza per le visite di routine. Lui guarda me, gira intorno al letto e gli prende il polso fissando l’orologio. -Sto bene…- protesta il barista, scocciato.

E’ pallido, almeno mi sembra. Di solito ha la carnagione simile alla mia l’istrice, ed ora invece pare molto più simile a quella tipo malaticcia di mio fratello. Doc lascia il suo polso con un sopracciglio critico alzato, e lui se lo riprende con uno scatto stizzoso.
Uno sguardo di sfuggita tra me e Doc, e ci capiamo. Non sta affatto bene. L’istrice intanto è tornato a fissare mio fratello nel letto.

-Mangi?- chiedo. -Che mi sembri un po’ palliduccio.-

Annuisce, sempre voltato. -Oggi ho mangiato, si.- sempre più scocciato.

Daniel dice qualcosa all’infermiera che esce per poi rientrare qualche istante dopo con una flebo.

-Non vi azzardate neanche!- sbarella l’istrice.

-Oggi…- ripeto io borbottando mentre guardo distrattamente l’occupante del letto. Il coso del mio drenaggio comincia a fare un rumore strano, così lo sbatacchio un po’ e torna ok.

Il barista sbuffa scocciato e si libera dalla presa dell’infermiera, intenzionata a ficcargli la flebo nel braccio. -Vi ho detto che sto bene!!- sbrocca alzandosi. Ma è un’azione completamente inutile, perché sta così tanto bene da stramazzare a terra.

Lungo e disteso sul pavimento. Io non mi muovo. -Vedo.- dico solo.

Mentre l’infermiera lo raccatta, Daniel si volta verso le macchine attaccate a mio fratello. Le vedo anche io quelle lineette scendere lentamente verso il basso. Ci guardiamo in sincrono.

Mi stacco da quel muro e raccatto l’istrice tirandolo su per la felpa con una mano, poi lo mollo nel letto in malo modo. -Sta buono e fatti mettere la flebo, barista frocio!- Lui fa per protestare ma io gli afferro la testa e gliela torco verso le macchine. -Le vedi quelle? Schiatti tu, schiatta lui! Quindi vedi di farti curare che se devo perderlo lo farò tirandoti tanti di quei pugni che rimarrà soltanto uno sformato sanguinolento di un barista, sono stato chiaro!?-

Lui fissa le macchine, e più che le mie minacce so che son quelle a calmarlo. Sbuffa e si poggia ai cuscini di schiena. Quando l’infermiera si avvicina, non protesta più.
Ed io esco sbattendo la porta.

Daniel mi raggiunge pochi secondi dopo, io sto ancora camminando avanti e indietro per il corridoio lì fuori, smanaccando come un pazzo. Ho preso a calci le sedie della sala d’aspetto ma non mi è bastato. La macchinetta del drenaggio viene sbatacchiata dappertutto. Sono incazzato, ma così incazzato come mi capita davvero di rado e non ho ancora ben capito perché, cioè lo so, ma è tutto un insieme, è la situazione, è che non ci sto capendo un cazzo, è che_

-Dovresti esserci tu, lì.-

-ESATTO!- inchiodo a mezzo millimetro da Daniel e gli urlo direttamente in faccia tutta la mia frustrazione. Ed è proprio quello il punto! Io sono qui che non sto facendo un cazzo mentre mio fratello è attaccato per un filo a quel barista che adesso sta messo merda pure lui! La sua vita dipende da un estraneo! Chi cazzo è lui per_

Mi volto di scatto e con tre falcate faccio 4 metri di corridoio.
Ok. Devo calmarmi.
Ribalto di nuovo una sedia con un calcio e poi mi ci siedo.
Poggio i gomiti sulle ginocchia e mi massaggio le tempie con entrambe le mani. Qualche istante e Daniel, con molta più calma naturalmente, recupera un’altra delle sedie che ho sbatacchiato per il corridoio e si siede accanto a me. Non dice niente, fissa il muro bianco davanti a noi. Io riprendo un attimo la calma, mi passo la mano nei capelli sbattendoli indietro, dove non rompono le palle. -Sono legati col sangue, giusto?-

Lo colgo annuire con la coda dell’occhio. -Credo proprio di sì. Nel momento dell’esplosione dev’essere finito anche il sangue di Sin sullo Iantor, e unito a quello di Tom, che desidera ardentemente che sopravviva, deve avere innescato un incantesimo molto più potente della normale richiesta mentale solita.-

Annuisco fissando quel cazzo di muro bianco. C’era sangue dappertutto, non fatico a crederlo…

Butto la testa indietro e fisso i neon bianchicci. -Ma gli sta tirando via energia vitale o roba del genere?-

Scuote lentamente il capo un paio di volte. -Non ne ho la più pallida idea. Posso dirti che il quadro clinico di quel ragazzo è semplice astenia. Pressione bassa e spossatezza.-

Qualche istante e poi lo sento sospirare. Io sto ancora fissando i neon. Mi batte un paio di pacche leggere su un ginocchio e si alza. -Finisco il giro visite, Tears. Tra un’oretta fatti trovare nella tua stanza, direi che quella macchinetta per il drenaggio ne ha avuto abbastanza di te…-

Sorride e se ne va. Rimango seduto per non so quanto, poi mi alzo scaraventando per terra la sedia e rientro quasi scardinando la porta.

****

D’un tratto entra imbestialito e marcia verso di me con lo sguardo omicida addosso. Poi afferra quell’enorme provetta che contiene lo Iantor e la frantuma sul comodino.

Io sclero. -TEARS!!-

Gli afferro il braccio ma lui mi tiene lontano con una manata. Cerco di divincolarmi ma già da sano avrei qualche difficoltà, ed ora non sono proprio nelle condizioni fisiche migliori. Afferra una delle schegge di vetro e s’incide il palmo della mano, poi stringe lo Iantor nel pugno imbevendolo del suo stesso sangue.
Rimango atterrito, ma ora ho capito cosa voleva fare.
Fisso il suo pugno chiuso intorno allo Iantor e il sangue che gli cola dalla mano, gocciando sul pavimento.

Poi: Un forte respiro alla mia destra. Il suo sguardo ed il mio che si sgranano, ci voltiamo di scatto.

Sin ha gli occhi aperti. Boccheggia. -SIN!- urliamo in sincrono.

Ma lui non dice nulla. Se ne sta con lo sguardo sgranato al soffitto e le labbra socchiuse. Mi pare di scorgere un sorriso appena accennato poco prima che i suoi occhi lentamente si richiudano, in un sonno forse più tranquillo.

Rimaniamo in silenzio, trattenendo il respiro e fissandolo per qualche minuto. Poi Tears mi ripassa lo Iantor. Io fisso prima lui, poi la scheggia di pietra nella mia mano. Sospiro mentre Tears esce dalla stanza. Lo fermo quando è già sulla soglia, porta aperta. -Tears.-

Lui si blocca ma non mi guarda.

– E’ compito mio.- mi risponde prima che possa formulare qualsiasi domanda.

Esce e richiude la porta dietro di sè.

***

Quando ho inserito questo programma criptato nel nocciolo pensando che mi sarebbe stato utile, non immaginavo certo così presto.

Non ho esattamente idea di quello che sto facendo; o meglio, lo so in termini pratici, non lo so a livello morale, cioè se sia giusto o meno. Non mi sono fermato a valutare la cosa, come molto spesso non faccio, lo ammetto. Forse perché temo che se ci penso su troppo capirò che mi sto tipo tirando picconate sui piedi da solo, ma in questo momento non m’importa.

Apro il portellino della serratura elettronica, stacco un paio di fili, attacco il portatile e dopo una decina di secondi, la porta si apre.
Fin troppo semplice…

Sto ancora sogghignando per il mio stesso operato quando entro, ma appena la porta dietro di me si richiude, una specie di melassa pesante mi cade addosso.
Il nocciolo è davanti a me, in tutto il suo splendore e con tutti i suoi server e terminali.
Di nuovo.
E’ un po’ come quando rimango chiuso in uno spazio troppo piccolo. Tutto diventa opprimente, l’aria sembra mancare e c’è solo quel senso come di venir schiacciato a terra senza via di uscita.

Ma il nocciolo è enorme. Non è claustrofobia questa.
Sono solo brutti ricordi. Ancora Troppo recenti.
Ispiro ed espiro un paio di volte, poi cerco di concentrarmi su quello che devo fare.

***

Un’ora più tardi, come da programma, Doc ed una delle infermiere fanno capolino nella mia stanza.
La mia stanza e quella del coglione azzurro, ovviamente, che però adesso non c’è, che se n’è andato a fare un giretto giù dalle parti del nocciolo, tra i suoi amici computer.
Se stavolta non se ne esce, può morire là dentro per quel che mi frega.

Doc si mette al lavoro come pattuito sul mio drenaggio, ed io me ne sto buono supino mentre gli faccio fare il suo dannato lavoro. Che ‘sta macchinetta a me m’ha rotto il cazzo.

-I valori di tuo fratello hanno avuto una discreta impennata nell’ultim’ora, Tears…- dice dopo un po’, con falsa noncuranza.

-Davè?- dico io con lo stesso tono.

Lui si volta a guardarmi con un sopracciglio bianco ben più alto dell’altro. -Già.- dice solo.

Io ghigno. Lui sospira. -Come ti senti?- chiede.

Mi stringo nelle spalle. -Benone.-

-Tears, sei già convalescente, si può sapere che t’è venuto in mente?-

-Mbhè, sono sicuramente conciato meglio di lui.- borbotto gesticolando vago con una mano verso la stanza di mio fratello. -E l’istrice stava diventando un fantasma.-

***

Scuoto la testa e mi rimetto al lavoro sul drenaggio toracico che gli sto togliendo. Usare la macchinetta sperimentale da campo di guerra non è servito a molto, l’ha distrutta comunque, ma perlomeno non prima che finisse il suo lavoro.
Lui fissa il soffitto da minuti, in silenzio. Né uno sguardo a ciò che sto facendo, né una parola. Ch’è molto strano per Tears. E’ sempre stato maledettamente curioso fin da piccolo. Portava all’isteria chiunque avesse intorno perché lui doveva sempre ficcare il naso per vedere, e sapere, e controllare… E non credo abbia mai assistito alla rimozione di un drenaggio toracico, quindi questa sua apatia è molto, molto strana.

Lancio un’ultima occhiata al suo viso. Attraverso quello sguardo fisso al soffitto potrei giurare di riuscire a scorgere le sue rotelle muoversi. Questione di istanti…

E lo chiede. Lo sguardo si stacca dal soffitto con qualche secondo di differita rispetto alle parole. Dopo avermi posto una domanda che mi aspettavo, mi fissa, ben sapendo già quale sarà la mia risposta. Sospiro, passo la cannula all’infermiera e la faccio uscire dalla stanza.
Che mi spieghi che cosa diavolo ha in testa e soprattutto cosa diavolo gli serve esattamente.

***

-Però… Mica male quest’ufficio…-

Entra nel mio ufficio così, ancheggiando con il corpo per metà dentro quella minigonna svolazzante e l’altra metà avvolta in un top di pelle.

-Come hai passato la sicurezza, e per quale motivo sei qui, Mesis?- E’ un alleato, non dovrebbe esserle permesso un livello così interno alla Shield.

-Oh, l’ho chiesto per favore…- sorride lei, sorniona.

Butto la penna sul pianale della scrivania, scuoto la testa e sospiro, corredando il tutto con un sorriso stanco. -Certo.. per favore. Posso immaginare…-

Si stringe nelle spalle. -Me la so sempre cavare, con le buone o con le cattive. A questo giro le buone sono state sufficienti. Ma dovresti sapere come sono fatta, nella posizione in cui sei credo tu possa accedere alla mia scheda… Perché non le dai una lettura?- civetta giocherellando con la targhetta che riporta il mio nome. Gliela tolgo di mano. Il nome Kraimi è di nuovo sulla scrivania.

-Pensi che non l’abbia fatto? E’ vero… in un modo o nell’altro sei sempre riuscita a tirare fuori il meglio da ogni situazione. Quindi deduco che se sei qui, ti serve qualcosa…- Scuoto il capo e la guardo con commiserazione. -L’unico prigioniero che in cella aveva pranzo e cena degli ufficiali. Che cosa promettevi alle guardie per evitare un semplice rancio?-

Sorride, sorniona. Cammina fin dietro la mia scrivania e ci si appoggia. Quella gonna è troppo corta per coprirle tutto il fondoschiena, e quando si siede le rimane svolazzante intorno. Il pianale della scrivania è maledettamente fortunato in questo momento. -Pensa cosa potrei promettere a te, se mi liberassi di un vero problema.- dice sporgendosi. Il seno prosperoso s’intravede da una scollatura che fatica a trattenerlo. -Posso farti cose che sono sicura non sai nemmeno che esistono…- mi sussurra all’orecchio.

Mi scosto appena col capo, un sopracciglio giù ed uno su. -Ne sono sicuro…- dico. -Ma dovresti possedere una merce ben più preziosa per anche solo farmi ascoltare cos’hai in mente. Te e il tuo ragazzo siete i raccomandati di Shelv, che cosa potresti volere da me?-

Lei fa un lento cenno di no con un dito. -Tesoro, hai capito male… solo lui è il cocco bello di Shelv…- incrocia le braccia al petto e la scollatura chiede pietà. -Tears è un bel ragazzo, ed io lo conosco da tanti anni. Ma ormai è diventato più un problema che un vantaggio. Shelv è fuori gioco, Kail è il cagnolino che non sa nemmeno scegliere cosa mangiare senza che glielo dica il suo capo… Ed io non voglio perdere i miei privilegi.. Dalla scena in infermeria mi sembri un uomo di polso.- Di nuovo quello sguardo addosso che mi scansiona. -Dimostralo. Elimina quel problema, quella spina nel fianco ch’è diventato Tears. E con lui tutta la retro guardia. Shelv è rimbambito, Kail è incapace di ricoprire la sua posizione. Tears e Sin sono un problema. Eliminali e sarai l’unica scelta possibile per il consiglio. L’unico capo che avrà le qualità per gestire la Shield.-

La fisso. Poi sorrido. -Fammi capire il tuo ruolo nella situazione, e spiegami cosa ci guadagneresti..-

-Tears si fida di me, ma io non ho nessuna intenzione di affondare con lui. Una volta che sarai a capo di questo baraccone, io sarò la tua cocca e continuerò ad avere i privilegi di adesso… In quanto a Tears…- si sporge un’ultima volta, molto più di prima. Sento una mano sul mio fianco e l’altra sul mio petto. Le sue labbra sfiorano le mie, i suoi occhi fissi nei miei, socchiusi appena -..Ti pare ch’io sia fatta per gli uomini a pezzi? –

*****

E’ sera ormai ma in questa stanza, come in tutte quelle del reparto infermeria dato che stanno sotto il livello del terreno, fuori non si vede molto. La poca luce che filtrava dai quadretti di vetro cemento s’è spenta qualche ora fa. Ora qua dentro ci sono solo i neon a farla da padroni.

-Come sta?- chiede appena entra. Mani in tasca, sguardo sfuggente come suo solito.

Difficilmente Tears ti guarda negli occhi. Credo porti quei capelli lunghi solo ed esclusivamente per poter permettere al suo sguardo una privacy in più.

Mi mordo il labbro, mentre lei guarda Tears entrare nella stanza e fermarsi ai piedi del letto. -Chiediglielo.- gli dico.

Lui la fissa. Lei lo guarda. Ma non è il suo sguardo. Non è lo sguardo di Nakiri, questo. Chi sta in questo letto è qualcuno smarrito. Una donna mulatta dai lunghi capelli biondi e completamente immobile o quasi, perlomeno nella parte destra del corpo. Una donna fragile che non ha idea di cosa le stia capitando intorno. A tratti non solo non riconosce me, ma non si ricorda nemmeno il proprio nome.

Lui capisce e non dice nulla.

Rimaniamo in silenzio. Forse non c’è niente da dire. -Ti hanno tolto il drenaggio, vedo.-

Una breve stretta di spalle come risposta.
Lo so che è qui per dirmi qualcosa. Ormai lo conosco bene anche io. Percui attendo. Attendo che evidentemente trovi le parole per farlo. Passano minuti in cui rimane immobile in quella posizione, mani in tasca. Poi finalmente lo fa.

-Kail…- scuote il capo fissando il pavimento. Comincia a camminare lentamente avanti ed indietro e gesticola vago. Non in modo isterico come ho visto muoversi suo fratello. Gesti ampi e camminata lenta plasmano le parole confuse che ha in testa. Il concetto è palese là dentro, deve solo trovare un modo per farcelo uscire.

Finalmente riesce ad articolare qualcosa, e me la dice. -Sin è semplicemente tutto quello che ho.- Mi guarda e scuote appena la testa. -E non posso farci niente. Non posso lasciartelo qui, sapendo soprattutto che appena si sveglia, se si sveglia, me lo ingabbiate, se non che me lo impiccate.- Cammina avanti e indietro. -Non saprei cos’altro fare, se non passare il tempo a rimediare ai suoi guai e tirarcelo fuori. E’ sempre stato così e non so fare altro.-

Finalmente si ferma e mi fissa, serio. -Devo tirarlo fuori da questo guaio, in un modo o nell’altro. E tu puoi solo cercare d’impedirmelo. Ma non sarà semplice.-

Imprevedibilmente tutto intorno si spegne nel giro di un istante.
Un lamento generale, strumenti che si fermano, condotti che non spingono più l’aria. Stanze buie e silenziose.

Lui però se lo aspetta e non si muove di un millimetro, rimane lì in piedi a fissarmi, serio. Una sirena di allarme lontana rimane attiva per qualche attimo, sfuggita a chissà quale comando elettronico. Poi si spegne anche lei, in un ultimo lamento stonato.
Penombra e silenzio nella stanza. Solo il bip regolare degli strumenti attaccati a Nakiri, e posso supporre che la stessa cosa sia successa nella stanza di Sin.

Qualsiasi altra cosa s’è spenta. Quelle macchine no.
Complimenti Zen.

-Hai trenta secondi da adesso, Samuel. Poi farò ripristinare i condotti dell’aria condizionata. Solo quelli, ma non sarà solo aria quella che verrà immessa nei tubi.-

Sento le mie labbra socchiudersi e lo palpebre sgranarsi. Lui alza appena una mano, uno sguardo accondiscendente. -Non ho intenzione di sterminarvi, se te lo stai chiedendo. Solo di narcotizzarvi per qualche ora. Giusto il tempo per me e mio fratello di allontanarci.- Si stringe nelle spalle. -Con qualche amico in più….-

Sospiro. Le mie mani passano sul mio viso. Massaggiano le palpebre e poi risalgono simmetriche verso i capelli, gettandoli indietro.

Guardo verso l’alto, poi chiedo ad alta voce. -Ci sono microfoni, Zen?-

Tears non dice nulla, mi fissa. Uno sfrigolio da un vecchio altoparlante per gli avvisi.

-Supponendo che abbia detto microfoni e non MITOMANI, che la vedo una cosa strana, insomma, la risposta è no, Colonnello. Nessun microfono, e non la stiamo registrando. Con la telecamera di sicurezza sto leggendo il labiale, ma anche questa serve solo a me, nessuna registrazione. Può parlare liberamente.-

Sospiro. -E che cosa dovrei dire, Tears?-

Fa spallucce. -Prendi tuo fratello e levati dai coglioni andrebbe bene.-

-No, Tears. Intendo al consiglio. Se ora accettassi e ti facessi portare via Sin, con quale motivazione lo giustificherei? –

-Stai solo sprecando il tuo tempo, Kail.-

-No. Sto solo cercando un modo credibile per spiegarlo al CSM. Se io ora ti dico di si, quelli appena le comunicazioni si riattivano e sanno come è andata, mi destituiscono e ti mandano dietro Kraimi con tutta la Shield a riprendersi Sin.-

-Avranno pane per i loro denti, così come Kraimi ha qualche bella gatta da pelare in questo istante.- ghigna lui.

-Tears, maledizione! Sto cercando una soluzione per te!- sbrocco.

Altri secondi tra i nostri sguardi.

-Mbhè… Ha ragione, Tears.- L’altoparlante.

BAM! Colpo di Beretta. L’altoparlante non è più al suo posto.
Sbuffa, e prende una sedia, la trascina con poca grazia, e ci si siede sopra. Fa tutto questo (compreso tirare giù l’altoparlante) sempre senza staccare lo sguardo da me. Fa per prendere fiato, quando Naki canticchia qualcosa dietro di lui, rompendo il silenzio per prima.

La fissiamo. Lei guarda verso i piccoli quadratini di vetrocemento, seduta nel letto. E canticchia qualcosa di leggero. Credo sia una canzoncina per bambini.
Tears distoglie lo sguardo da lei e lo vedo fissare il pavimento cercando di dimenticare la visione. Io mi mordo il pugno destro ma non riesco ad evitare che gli occhi mi si riempiano di lacrime. Che situazione di merda. E’ tutto andato in frantumi dopo quella battaglia, e non vedo via di uscita in nessuna direzione. Prendo un bel respiro, chiudo gli occhi qualche secondo e cerco di riattivare il cervello.

-Se fosse morto?…- dice prima lui. Le mani giunte. I gomiti sulle ginocchia. Le gambe leggermente divaricate in quella posizione inclinata verso di me.

Sospiro un sorriso. -Sarebbe un’ottima scusa. Peccato poco credibile. Nel caso in cui si risvegliasse, tuo fratello non è il tipo che se ne sta in un angolo. Tende sempre a rispuntare fuori.- Silenzio e buio per qualche istante.

-Siete due cretini.-

Quella frase ci arriva addosso avvolta dalla tradizionale ondata di freddezza di Nakiri. Nessun giro di parole, diretta e tagliente come suo solito. Ci voltiamo per vedere di nuovo il cervello di Nakiri al suo posto. I suoi occhi grigi ci fissano duri. -Quale pensate sarà la priorità per la Shield appena tutto si ristabilirà? Appena le comunicazioni saranno di nuovo possibili, che cosa ci chiederà di fare il consiglio, Sam?-

Tentenno, trattengo il respiro. -Recuperare… i frammenti dello Iantor?-

-Naturalmente… Ma i frammenti saranno sufficienti per il nostro mondo? Ne dubito fortemente..-

Tears si volta a guardarmi, non ci arriva, e non ci arrivo nemmeno io, a dire il vero…. Fissiamo di nuovo lei, che sospira per la manica di idioti con cui lavora.

-Se ciò che le leggende narrano corrisponde a verità, ogni mondo è dotato di uno Iantor naturale. Se il potere di canalizzazione della magia del nostro funziona anche in questo mondo, come abbiamo potuto appurare in questi anni, allora lo Iantor di questo mondo può essere …- tentenna, come se non gli venisse la parola. -compatibile!… compatibile con il nostro.- dice infine, seccata per l’interruzione.

Ha senso. Tears annuisce ed io con lui. -Dunque, torniamo alla domanda principale…- continua lei, e lascia che i due cretini rispondano.

-Ci chiederanno di trovare lo Iantor di questo mondo…- dico.

Nakiri ci fissa. -E chi, se non colui che lo ha gestito di propria mano per più di due anni plasmandolo a proprio piacimento, conosce meglio lo Iantor e quindi la possibile ubicazione di quello di questa dimensione?-

-Lo Iantor è effettivamente un oggetto di culto così estremo che gli studi su di lui sono ben pochi, non sappiamo bene nemmeno come funziona, figurati riuscire a trovare quello ancora inattivo di un altro mondo…- dico a Tears, lui si volta ed annuisce entrando nell’ottica del ragionamento.

Dietro le spalle di Tears, uno dei monitor dei segnali vitali di Nakiri sfrigola, e sopra di lui compare l’immagine di Zen, euforico. -E’ un’ottima idea, Tears!!- Tears non si volta nemmeno e lo spacca con un pugno senza fare una piega.

-Così riusciamo a salvarlo dalla forca, come elemento utile per la Shield…- ragiona.

Annuisco. -Già… E da questo a lasciartelo portar via il passo è breve…-

-Dov’è?- chiede Lei. E guardandola capisco che l’attimo è già passato.

-Cosa, Naki?-

-Cosa?- aggiunge lei guardandomi. Si porta un dito alla tempia come in preda ad un emicrania fortissima, poi rialza lo sguardo su di me. -Dove sono?- Io sospiro e sento di nuovo gli occhi pungermi, mi alzo e la raggiungo al letto. L’abbraccio. Tears non si muove, ma so che sta fingendo di non essere lì. Lei ruota appena la testa e mi guarda, non capendo.

-Chi sei?-

-Un cretino, Naki. Un amico cretino…- e le sorrido.

***

Quando ho approfittato della vicinanza per sfilargli la pistola e puntargliela contro, ha ridacchiato appena.

Quando poi gli ho chiesto di alzare le mani, lo ha fatto senza alcun problema, lentamente, senza opporre alcuna resistenza.
Dopo qualche istante in cui lo tengo sotto tiro, abbassa le mani e fa cenno di spostarmi.

-HEY! Ti tengo sotto tiro eh!- minaccio io, pistola in pugno.

-Lo vedo. Ma ho del lavoro da fare. Ora, se vuoi scansarti un attimo…-

Scendo dalla scrivania senza perderlo di vista. Non so se mi sta prendendo in giro o se davvero non ha intenzione di reagire. -Onesto coi tuoi superiori eh?-

Gli scappa un sorriso e scuote appena il capo come a sottolineare l’assurdità di questa situazione. -E tu a quell’incrocio tra un orso ed un carroarmato, a quanto vedo… Tutta questa scenetta per cosa, Mesis? Tenermi fuori gioco per qualche minuto? Avessi voluto escludermi dai giochi più a lungo, avresti già sparato, ma evidentemente non ne hai intenzione a meno che non opponga resistenza, cosa che non ho intenzione di fare. Se tu sei qui, quell’orso che ti porti a letto dev’essere da Kail. M’è già andata bene.-

Mi stringo nelle spalle. -Siamo una specie di famiglia sai? Con un sacco di difetti, vero, ma la famiglia non si tradisce, tesoro.-

Borbotta qualcosa che mi pare sia un “se lo dici tu” e mi ignora, mettendosi al lavoro su alcune pratiche. Io lo tengo sempre sotto mira. Non me la racconta giusta.

Dall’auricolare che mi ha dato Splendore, mi arriva la sua voce cristallina. -Tutto apposto Electra! Abbiamo un accordo. Passo e chiudo!- gioioso lui, sempre.

Sorrido e mi tolgo l’auricolare, poi rimetto la sicura alla pistola e la poggio sulla scrivania.

-Tutto a posto, Tenente colonnello. Falso allarme…-

Lui mi fissa appena da sopra gli occhiali da vista, inforcati quando si è rimesso al lavoro su quei documenti. -Bene.- dice. Secco ed asciutto.

F1_3E’ quando mi volto per tornare alla porta, che mi accorgo di aver abbassato la guardia troppo presto. E’ su di me prima che possa voltarmi. Mi prende per un braccio, me lo torce dietro la schiena e mi sbatte sulla scrivania di faccia. Oggetti vari finiscono a terra, ed io ce l’ho addosso con tutto il peso del corpo. Mi stringe tanto il polso sinistro da fare quel male che precede lo spezzarsi. Il destro è sotto il mio corpo, inchiodato a questa scrivania. Per un attimo rimango senza fiato, poi la sua voce all’orecchio. -Non sono più la matricola dell’Altair, che passa allo Stylus per darti foto sbiadite, Mesis.-

Sibilo una di quelle bestemmie tipiche di Tears. Lui ride. -Siete proprio fatti l’uno per l’altra voi due…- Sento l’altra mano poggiarsi sulla mia gamba sinistra e risalire insieme alla gonna.

-Ricordati una cosa, Electra… Non provocarmi, perché non colpirò mai te, ma quelli a cui tieni.- Il suo respiro sul collo, la sua voce nell’orecchio e quella mano tra le mie cosce. -Ricordi cosa successe a Sin? Non vuoi che si ripeta, vero? Sono in due, se non sbaglio… Qui c’è ancora un sacco di gente che ce l’ha con gli Eirdar…-

-Figlio di puttana…- inveisco tra i denti.

Mi lascia andare di scatto. Mi volto per prenderlo con un calcio ma lui è già a terra ad evitarlo e mi punta la pistola.
Rimaniamo fermi così. Io digrigno i denti, lui ghigna.

Poi sorride, gioviale e si rimette in piedi, tranquillo, ma non molla la pistola. -Non metterti contro di me, Mesis. E finiamola qui.-

Ci fissiamo a lungo. E quando decido ch’è meglio per tutti tornare sui propri passi ed uscire dall’ufficio, non so perché.. ma ho la netta sensazione che non finirà affatto qui.